Metodologie per il recupero - Regione Piemonte

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Metodologie per il recupero degli spazi pubblici negli insediamenti storici. Progetto Culturalp. Conoscenza e miglioramento dei centri storici e dei paesaggi  ...

Metodologie per il recupero degli spazi pubblici negli insediamenti storici Progetto Culturalp Conoscenza e miglioramento dei centri storici e dei paesaggi culturali nel territorio alpino

L’ARTISTICA EDITRICE

REGIONE PIEMONTE Assessorato Politiche Territoriali Assessore: Sergio Conti Direzione Pianificazione e Gestione Urbanistica Direttore: Franco Ferrero Settore Pianificazione Territoriale Operativa Dirigente: Mariella Olivier – Responsabile del progetto a cura di Mariella Olivier e Patrizia Borsotto

Pubblicazione cofinanziata dall’Unione Europea Programma Interreg III B Spazio Alpino Progetto Culturalp – Conoscenza e valorizzazione dei centri storici e dei paesaggi culturali nel territorio alpino www.culturalp.org Partner del progetto: Regione Lombardia – Direzione Generale Cultura, Identità e Autonomie della Lombardia – Struttura Conservazione Programmata e Restauro dei Beni culturali (capofila) Piazza IV Novembre, 5 – 20124 – Milano (Italia) Luisa Pedrazzini: [email protected] Regione Piemonte – Direzione Pianificazione e Gestione Urbanistica - Settore Pianificazione Territoriale Operativa Corso Bolzano, 44 – 10122 – Torino (Italia) Mariella Olivier: [email protected] Regione Autonoma Valle d’Aosta – Assessorato Istruzione e Cultura – Dipartimento Cultura – Direzione Beni Architettonici e Storico Artistici – Servizio Catalogo e Beni Architettonici Piazza Narbonne, 3 – 11100 – Aosta (Italia) Cristina De La Pierre: [email protected] Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia - Centro Regionale di Catalogazione e Restauro Villa Manin di Passeriano – 30133 – Codroipo (Italia) Antonio Giusa: [email protected] Collège technique régional des Conseils, d’Architecture, d’Urbanisme et de l’Enviroment de Provence – Alpes – Côte d’Azur L’Archevêché, BP 55 – 05202 – Embrun (France) Chantal Eymeoud: [email protected] Dl Herbert Liske - Ingenieurkonsulent für Raumplanung und Raumordung Leesdorfer Hauptstrasse, 71 – A-2500 – Baden bei Wien (Österreich) Herbert Liske: [email protected] L’Artistica Editrice - Savigliano ISBN 88-7320-115-6

Graubünden – Amt für Raumplanung Graubünden Grabenstrasse, 1 – 7000 – Chur (Switzerland) Alberto Ruggia: [email protected]

Gruppo di lavoro: Regione Piemonte (coordinamento) Mariella Olivier (responsabile), Tiziana Dell’Olmo, Patrizia Borsotto, Federica De Filippi, Luisa Aprosio CSI – Piemonte Silvia Greborio Ires – Piemonte Maurizio Maggi Dipartimento Casa Città (DICAS), Politecnico di Torino Gruppo di ricerca: Gianfranco Cavaglià (responsabile), Andrea Bocco, Valeria Rossetti, Caterina Valenti, con Claudio Bonadio e Giorgio Perino Dipartimento di Progettazione Architettonica e di Disegno Industriale (DIPRADI), Politecnico di Torino Gruppo di ricerca: Liliana Bazzanella (responsabile), Guido Callegari, Massimo Crotti, Antonio De Rossi con Francesca Camorali, Andrea Delpiano, Alessandro Mazzotta Comunicazione ed allestimento mostra Raffaela Cardia

Indice

Presentazione .

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1.1 Approccio transnazionale e cooperativo per conoscere e valorizzare gli insediamenti storici alpini [Luisa Pedrazzini] . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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1.2 L’attività della Regione Piemonte [Mariella Olivier] .

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SCHEDA:

Austria [Andrea Bocco] .

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SCHEDA:

Francia [Davide Rolfo]

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Svizzera [Andrea Bocco, Alberto Ruggia] .

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2.1 Manuali, regolamenti edilizi, piani di settore inerenti il tema del patrimonio architettonico e ambientale [Liliana Bazzanella, Guido Callegari, Massimo Crotti, Antonio De Rossi, Alessandro Mazzotta] . . .

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2.2 Studi sull’architettura alpina, prontuari tipologici, cataloghi e banche dati, studi e tesi di laurea su agglomerati storici e su tipologie costruttive delle aree oggetto di interesse [Andrea Bocco] . . . .

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2.3 La Banca Dati Regionale degli insediamenti storici [Silvia Greborio, Patrizia Borsotto] .

Introduzione [Franco Ferrero]

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SCHEDA:

I programmi di cooperazione transeuropea

SCHEDA:

Il programma Spazio Alpino [Tiziana Dell’Olmo] .

[Tiziana Dell’Olmo]

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Il progetto Culturalp

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La conoscenza e le metodologie per il recupero degli insediamenti storici

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2.4 Osservatorio fotografico in sequenza [Liliana Bazzanella, Guido Callegari, Massimo Crotti, Antonio De Rossi] .

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2.5 Indicatori e analisi SWOT per l’analisi degli insediamenti storici [Maurizio Maggi] .

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SCHEDA:

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Analisi SWOT [Maurizio Maggi] .

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2.6 La costruzione del processo partecipativo [Mariella Olivier, Patrizia Borsotto] .

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2.7.1 La definizione di azioni e orientamenti progettuali per la valorizzazione delle borgate Argiassera e Meitre di Bussoleno [Gianfranco Cavaglià, Valeria Rossetti] . . . . . . . . . . . . . . .

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2.7.2 La definizione di azioni e orientamenti progettuali per la valorizzazione del territorio di Chiomonte [Liliana Bazzanella, Guido Callegari, Massimo Crotti, Antonio De Rossi] . . . . . . . . . .

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[Andrea Bocco, Gianfranco Cavaglià, Valeria Rossetti, Caterina Valenti con Claudio Bonadio e Giorgio Amprimo, Michele Cerruti But, Giorgio Perino, Marco Mazzà] . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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3.2 Indirizzi per il recupero e la valorizzazione degli spazi pubblici e degli insediamenti storici di Chiomonte DIPRADI: [Liliana Bazzanella, Guido Callegari, Massimo Crotti, Antonio De Rossi con Francesca Camorali, Andrea Delpiano] . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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SCHEDA: SCHEDA: SCHEDA:

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La scelta delle aree pilota [Mariella Olivier] . . . . . . . . . . . . Comune di Bussoleno [Andrea Bocco, Valeria Rossetti] . . . . . . . . . . Comune di Chiomonte [Liliana Bazzanella, Guido Callegari, Massimo Crotti, Antonio De Rossi] . 2.6.1 Il profilo socio-economico della bassa e media Valle di Susa [Maurizio Maggi] . . 2.6.2 L’esperienza di progettazione partecipata nel Comune di Bussoleno [Valeria Rossetti] 2.6.3 L’esperienza di progettazione partecipata nel Comune di Chiomonte . . . . SCHEDA: Mostra progetto Culturalp [Raffaela Cardia] . . . . . . . . . . . . SCHEDA: Il processo partecipativo per la elaborazione dei due manuali [Gruppo di lavoro] .

2.7 La costruzione dei manuali [Andrea Bocco, Liliana Bazzanella, Guido Callegari, Massimo Crotti, Antonio De Rossi]

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I manuali

3.1 Indirizzi per il recupero e la valorizzazione delle borgate Argiassera e Meitre di Bussoleno

DICAS:

Presentazione

Il volume illustra il lavoro svolto nell’ambito del progetto di cooperazione transnazionale Culturalp, finanziato dal programma Interreg III B Spazio Alpino. Il progetto è finalizzato alla conoscenza e valorizzazione degli insediamenti storici alpini. Un patrimonio di importanza cruciale per il Piemonte con il 45% del territorio classificato montano: un territorio fortemente caratterizzato da un sistema di valli alpine che convergono a ventaglio verso il cuore pianeggiante della regione. I versanti di queste valli sono disseminati di insediamenti storici con tipologie architettoniche assai diversificate in relazione alle risorse primarie disponibili, quali la pietra e il legno, e alle funzioni d’uso prevalenti: abitazioni, edifici per la produzione, il ricovero, l’allevamento. Nei fondo valle predominano gli aggregati urbani complessi, mentre nei medi versanti aggregati più semplici, come le borgate, e alle quote più elevate gli alpeggi destinati alla residenza temporanea con le relative strutture per il ricovero delle mandrie. Nell’insieme questi beni costituiscono elemento di forte identità culturale per la regione ed è verso questo patrimonio che da anni si concentrano gli sforzi dell’Amministrazione, con un insieme di iniziative volte a far conoscere, tutelare e valorizzare il patrimonio storico come le guide per il recupero del patrimonio edilizio tradizionale redatte dalla Regione con risorse proprie e dagli Enti locali con fondi comunitari. Le guide forniscono criteri e indirizzi ai tecnici e ai privati proprietari per intervenire correttamente nel recupero del patrimonio edilizio e nella valorizzazione del paesaggio extraurbano. Di questi strumenti esiste oramai una copiosa produzione, che copre gran parte dei comuni delle aree montane, e sono in corso di sperimentazione le prime applicazioni. Rispetto a queste iniziative si è ritenuto opportuno partecipare al progetto Culturalp per mettere a confronto l’esperienza della Regione con altre realtà europee. Il confronto fra partner ha permesso di valutare i differenti approcci praticati dai paesi dell’arco alpino e di acquisire strumenti e conoscenze utili a rendere più efficace l’azione dell’amministrazione beneficiando, quindi, del valore aggiunto che lo scambio di esperienze fra regioni europee può apportare per innovare la pubblica amministrazione. Un esito conseguito con la cooperazione transnazionale Interreg che ha consentito di realizzare attività altrimenti non realizzabili con i fondi ordinari del bilancio regionale.

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Introduzione

Preservare gli insediamenti storici alpini è tema complesso che richiede il superamento di un approccio che limita l’analisi e la lettura agli aspetti fisici, senza tenere conto delle reali pratiche sociali ed economiche delle comunità locali. Da un approccio mirato esclusivamente a preservare le caratteristiche tipologiche degli edifici, nell’ultimo decennio l’attenzione si è spostata al contesto, e alla lettura di questo attraverso un’analisi integrata che tenga conto non solo delle caratteristiche fisiche dei manufatti e dei luoghi in cui questi sono inseriti, ma dell’insieme delle risorse disponibili. Si tratta in estrema sintesi di verificare la consistenza del patrimonio territoriale storico, le dinamiche demografiche, il livello di reddito e di istruzione, la dinamicità economica e la disponibilità al confronto delle comunità locali e di individuare indicatori e strumenti per la loro interpretazione. Dalla produzione di una letteratura tecnica specializzata rivolta all’imposizione di norme e di vincoli come è avvenuto fino ad oggi, ci si sta orientando verso una progettazione basata sul confronto, che richiede l’individuazione di strumenti più raffinati e complessi che nascono dalla collaborazione tra amministrazioni, comunità locali, università e istituti di ricerca. Strumenti innovativi che segnano un’evidente evoluzione della tradizionale strumentazione tecnica verso una cultura della conservazione sempre più fondata su di un approccio integrato ed un’azione educativa intesa come esito di una progettazione partecipata, questo a garanzia del buon esito del progetto. È questa l’esperienza realizzata con il progetto Culturalp, che ha permesso di lavorare in parternariato con 4 Paesi dell’arco alpino (Francia, Italia, Svizzera, Austria), mettendo a confronto le esperienze più significative in materia di recupero degli insediamenti storici. Con il progetto sono state realizzate due esperienze pilota in due comuni montani della valle di Susa per il recupero degli spazi pubblici, tema delicato e non ancora oggetto di approfondimento disciplinare, in quanto l’attenzione è stata sempre rivolta alle tipologie edilizie, alla forma urbana, ma non allo spazio pubblico al servizio della mobilità pedonale e veicolare, cioè al tessuto connettivo che mette in relazione le varie parti di un agglomerato urbano. Gli spazi pubblici rappresentano la vera carta di identità di un insediamento: questi sono oggetto di più o meno felici interventi di arredo urbano, spesso avulsi dal contesto in quanto non supportati da uno studio unitario e da una progettazione complessiva.

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Introduzione

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È verso questi spazi che si è concentrata l’attenzione nei due casi studio di Bussoleno e di Chiomonte che presentano problemi assai diversi per collocazione geografica e caratteristiche dell’insediamento, ma sono accomunati dalla volontà di mantenere il proprio patrimonio storico aggiornando gli strumenti tecnici e normativi e coinvolgendo in questo processo gli abitanti. I due casi pilota hanno offerto nuovi spunti di riflessione per rivitalizzare aree destinate ad un inesorabile abbandono e degrado in assenza di politiche mirate, che non pongano solo attenzione al manufatto edilizio, ma al contesto socio-economico in cui gli edifici sono inseriti e quindi alle risorse complessive di cui dispone una comunità per rivitalizzare e sostenere lo sviluppo locale. Con il progetto è stata strutturata la banca dati regionale degli insediamenti storici su base comunale. Questa è concepita per mettere in relazione sia le informazioni disponibili in banche dati settoriali regionali, come, ad esempio, il Sistema Informativo Urbanistico (SIURB) e il Progetto “Cascine del Piemonte”, sia le nuove informazioni, che in futuro potranno essere aggiornate direttamente da parte dei principali utenti, quali i Comuni. La banca dati è concepita per essere un utile strumento per offrire un servizio in linea con le tendenze più avanzate in tema di aggiornamento dei dati e di diffusione dell’informazione. Franco Ferrero Direttore della Pianificazione e Gestione Urbanistica

I programmi di cooperazione transeuropea

I programmi di cooperazione transeuropea La politica regionale comunitaria finanzia, tramite i fondi strutturali, programmi di intervento mirati alla coesione sociale, economica e territoriale dell’Unione Europea. All’interno della strategia complessiva di azione, le Iniziative Comunitarie rivestono un ruolo di importanza centrale, promuovendo innovazione e cooperazione ed integrando l’azione strutturale attuata tramite gli Obiettivi prioritari. Tale intento è particolarmente evidente nel caso dell’Iniziativa Comunitaria INTERREG III, che punta a far dialogare e quindi avvicinare istituzioni e realtà territoriali, culturali e socio-economiche molto diverse. Cofinanziato dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR), INTERREG III è infatti lo strumento finanziario con la più spiccata dimensione territoriale, progettato dalla Commissione Europea per promuovere la cooperazione tra le regioni europee. Nell’attuale periodo di programmazione 2000-2006 INTERREG III è stata potenziata, in termini di finanziamenti assegnati e di opportunità di cooperazione, rispetto alle precedenti edizioni; in previsione dell’allargamento a 25 Paesi dell’Unione Europea (1 maggio 2004), la Commissione ha puntato su INTERREG III anche per supportare il processo di integrazione. INTERREG III è suddivisa in tre sezioni spazialmente definite. Per ciascun spazio di cooperazione viene approvato un programma operativo: la Sezione A (cooperazione transfrontaliera) prevede una cooperazione bilaterale tra aree di frontiera, il Piemonte è interessato da due (Alcotra con la Francia e Italia–Svizzera); la Sezione B (cooperazione transnazionale) è strutturata in macro aree transnazionali, due delle quali (Medocc e Spazio Alpino) coinvolgono il territorio piemontese; la Sezione C (cooperazione interregionale), novità del periodo 2000-2006, non pone invece nessuna limitazione geografica alla cooperazione ed è attuata tramite quattro programmi. I programmi finanziano progetti in cui istituzioni e organizzazioni di Paesi diversi cooperano insieme per risolvere, ai vari livelli territoriali e decisionali, problemi di comune interesse. Il meccanismo di funzionamento premia la capacità progettuale; a differenza di altri strumenti della politica regionale comunitaria i fondi non sono preventivamente assegnati alle singole Regioni partecipanti, ma al Programma nel suo insieme. Per accedere ai fondi disponibili, infatti, occorre concorrere a periodici bandi con progetti coerenti con gli obiettivi del programma e costruiti e gestiti con un partenariato transnazionale. Questo approccio consente a ciascun partner di inquadrare le proprie problematiche all’interno di una visione integrata, di disporre di maggiori informazioni e di sfruttare le sinergie che scaturiscono dalla cooperazione, di elaborare ed attuare strategie e modalità di azioni comuni creando legami suscettibili di sviluppi futuri oltre ad acquisire knowhow per migliorare l’azione regionale. I programmi INTERREG III B e C offrono quindi risorse finanziarie per sviluppare attività e soprattutto per avviare un percorso di innovazione che con le risorse ordinarie non è possibile realizzare, contribuendo a perseguire le proprie priorità di azione in modo più efficace. L’approccio INTERREG costituisce inoltre un terreno di prova straordinario in previsione della programmazione comunitaria 2007-2013, che vedrà un livello di competizione più accentuata per l’accesso ai fondi e che quindi premierà le Regioni che avranno strutturato una strategia d’azione integrata per cogliere in pieno le opportunità di finanziamento.

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Il programma Spazio Alpino

Il programma Spazio Alpino

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Lo Spazio Alpino ha una collocazione geografica strategica nel cuore dell’Europa ed una straordinaria complessità territoriale, ambientale, culturale ed economica. Al suo interno coesistono aree tra le più sviluppate e competitive dell’Unione ed aree montane e rurali marginalizzate e a rischio di spopolamento. Ne derivano sfide impegnative per promuovere lo sviluppo economico dell’area preservando le risorse naturali e culturali sia dall’eccessivo sfruttamento che dall’abbandono. Nasce da queste considerazioni la necessità di un unico programma di cooperazione transnazionale per l’intero arco alpino, considerato come un territorio che, pur nella ricchezza delle sue diversità, presenta problematiche comuni per le quali trovare soluzioni condivise. Il programma coinvolge le regioni alpine di Francia, Germania, Italia e l’intero territorio di Austria, Slovenia, e anche Paesi non membri dell’Unione come la Svizzera e il Liechtenstein, per una superficie totale di 450.000 kmq ed una popolazione di 70 milioni di abitanti. L’intero territorio delle regioni individuate è compreso nello Spazio Alpino e quindi, oltre all’area strettamente alpina, sono comprese le zone collinari e pianeggianti circostanti le Alpi, la zona costiera nord del Mediterraneo e dell’Adriatico e città come Lione, Lubiana, Vienna, Monaco e il sistema urbano della pianura padana. Da queste premesse discende la strategia del programma, articolata in tre assi prioritari d’intervento, a loro volta articolate in misure. Asse 1: sviluppo policentrico, equilibrato e sostenibile e rafforzamento della competitività in ambito europeo Asse 2: promozione di sistemi di trasporto efficienti e sostenibili, accesso alla società dell’informazione Asse 3: tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e delle risorse naturali e prevenzione dei rischi naturali. Nei primi tre anni di programmazione sono stati finanziati oltre 50 progetti, sulle diverse misure, tutti in corso di realizzazione. Nella realizzazione dei progetti sono coinvolti autorità ed istituzioni nazionali, regionali e locali, università e istituti di ricerca pubblici e privati, agenzie e istituti di sviluppo, consorzi di comunità locali, associazioni di categoria, enti di gestione delle aree protette, organizzazioni non governative. Un tale slancio progettuale e partecipativo testimonia la volontà di guardare oltre i propri confini, di scambiare il sapere e il saper fare, individuando e sperimentando soluzioni efficaci ed innovative ai problemi comuni e tracciando il cammino verso prassi strutturate di cooperazione e co-gestione di temi d’interesse sovra-regionale e sovra-nazionale.

Programma INTERREG III B Spazio Alpino Ambito geografico: Parte o tutto del territorio di: Italia, Francia, Austria, Germania, Slovenia, Svizzera, Liechtenstein Autorità di Gestione: Austria, Land Salzburg Dotazione finanziaria: 123.785.600 € Lingua ufficiale: Inglese Modalità di finanziamento: 50% FESR + 50% cofinanziamento nazionale

1. Il progetto Culturalp

sposizione di strumenti operativi, affrontando i temi in una prospettiva transnazionale;

1.1 Approccio transnazionale e cooperativo per conoscere e valorizzare gli insediamenti storici alpini Lo Spazio Alpino, come sistema territoriale unitario, anche se appartenente a sette Stati con forti disparità e diverse tradizioni culturali, legislative e linguistiche, è un ambito particolarmente sfidante per promuovere l’obiettivo della coesione, pilastro fondamentale delle politiche di sviluppo della Commissione Europea. Gli insediamenti storici alpini costituiscono un patrimonio di importanza cruciale sia per le culture locali che per l’identità europea e una tematica di grande impatto per sostenere la cooperazione finalizzata alla coesione. Il progetto Culturalp, realizzato nell’ambito del programma comunitario Interreg III B Spazio Alpino, è dedicato a promuoverne la conoscenza, la tutela e la valorizzazione attraverso un approccio transanzionale che prevede la predisposizione di strumenti informativi armonizzati, per una conoscenza condivisa del patrimonio culturale e paesistico da parte delle regioni europee partecipanti al progetto di cooperazione. Il progetto Culturalp, promosso dalla DG Culture della Regione Lombardia, ha preso avvio nel 2003, per concludersi nel 2005. Le regioni coinvolte sono: in Italia Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia; in Francia la Regione PACA; in Svizzera il Cantone dei Grigioni e in Austria un partner privato con il supporto del Land Bassa Austria. I principali obiettivi e le sfide del progetto riguardano: –

la condivisione delle conoscenze e la costruzione di sistemi informativi con dati armonizzati per l’analisi e la predi-



l’adozione di un approccio multidisciplinare per promuovere politiche innovative ed integrate di protezione e valorizzazione degli insediamenti storici, in modo da intervenire in maniera efficace in situazioni territoriali complesse. Le attività di progetto vanno dalla ricostruzione del quadro legislativo, delle regolamentazioni e dei sistemi di conoscenza del patrimonio culturale nelle diverse regioni coinvolte nel progetto, alla costruzione di un sistema informativo comune a supporto delle decisioni, alla elaborazione di una specifica metodologia di analisi SWOT – esito particolarmente significativo perché riferito al patrimonio culturale – all’identificazione di best practices e strumenti innovativi integrati da sperimentare in aree pilota, fino alla diffusione dei risultati di progetto attraverso gli strumenti informatici. In sintesi, i risultati attesi sono i seguenti: 1.

un sistema informativo territoriale di tipo (GIS) e un prototipo di sistema informativo di supporto alle decisioni dedicato agli insediamenti storici alpini (HeriDSS), che propone una modalità armonizzata di organizzazione e visualizzazione dei dati raccolti dai diversi partner, con un glossario multilingue (inglese, italiano, francese e tedesco);

2. un sistema di indicatori ad hoc per la realizzazione di un’analisi territoriale di tipo SWOT da applicare agli insediamenti storici in area alpina. Lo schema di analisi SWOT

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Il progetto Culturalp

contiene serie di variabili e parametri comuni, utili per valutare lo stato del patrimonio culturale e le qualità e criticità del territorio cui questo appartiene per fare emergere opportunità e rischi legati a possibili politiche e interventi;

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3. un repertorio di strumenti operativi integrati per gli interventi negli insediamenti storici alpini adatti a rispondere a differenti obiettivi secondo i livelli di competenza territoriale. L’ultima fase del progetto prevede quindi l’identificazione di aree pilota in tutte le regioni partner, dove verificare le reali condizioni di applicabilità e di ripetibilità dei risultati. La sperimentazione del metodo di progetto nelle aree pilota individuate da ciascun partner è un primo concreto esempio di applicazione del concetto di coesione nel campo della pianificazione territoriale e della gestione dei beni culturali. In questa fase i contenuti e gli obiettivi transnazionali del progetto sono metabolizzati da ogni partner di progetto e convertiti in obiettivi locali attraverso una concreta configurazione rappresentata dai progetti avviati durante il progetto Culturalp, ma che avranno vita propria anche quando questo sarà terminato. Gli strumenti operativi messi a punto sono di tipo “soft”. Si tratta principalmente di indirizzi o programmi che promuovono su base volontaria interventi innovativi a livello locale in insediamenti rurali e piccoli centri alpini. In molti casi gli enti locali coinvolti e i partner di progetto metteranno a disposizione direttamente risorse proprie per realizzare i progetti pilota. Culturalp diventerà in tal modo un significativo test di coesione, in quanto potrà essere valutata in modo comparabile l’efficacia dell’approccio integrato in diverse situazioni, al fine di un possibile trasferimento dell’esperienza in diversi contesti territoriali. 1.2 L’attività della Regione Piemonte La possibilità di lavorare in partenariato sui temi della conoscenza e della valorizzazione degli insediamenti storici alpini è stata colta dalla Regione come opportunità per intervenire in modo più efficace sull’ingente patrimonio insediativo localizzato prevalentemente in aree economicamente marginali. Per la realizzazione del progetto ci si è avvalsi della consulenza di docenti universitari, esperti in catalogazione, restau-

ro e progettazione, dei Dipartimenti Casa Città (DICAS) e Progettazione Architettonica e di Disegno Industriale (DIPRADI), del Politecnico di Torino, di ricercatori dell’Istituto di Ricerche Economico Sociali del Piemonte (IRES) e di esperti del Consorzio per il Sistema Informativo regionale (CSI Piemonte). Il gruppo ha lavorato in stretto raccordo con l’équipe transnazionale per elaborare un metodo condiviso di conoscenza e valutazione degli insediamenti storici e ha realizzato le attività previste per i casi studio selezionati dalla Regione. Il conseguimento degli obiettivi sopra richiamati in una regione come il Piemonte - che dispone di un sofisticato sistema informativo territoriale e ambientale condiviso, al servizio della amministrazione pubblica piemontese e che in questi anni si è dotata di strumenti legislativi e finanziari per catalogare e valorizzare il proprio patrimonio culturale - ha comportato una riorganizzazione delle informazioni esistenti e la messa a punto di metodologie più efficaci per intervenire in modo integrato nel recupero degli insediamenti storici e la sperimentazione di nuovi strumenti da mettere a disposizione degli enti locali. Con il progetto è stata messa a punto una Banca Dati degli Insediamenti Storici (BDIS) e l’applicazione delle metodologie in due Comuni della Valle di Susa, coinvolgendo in tale processo le comunità locali. Per strutturare la banca dati si è preliminarmente effettuata una ricognizione delle informazioni disponibili. Sono stati indagati gli strumenti realizzati dai comuni, quali linee guida, manuali, piani del colore e dell’arredo urbano. Per completare il quadro sono stati analizzati gli studi (letteratura grigia e tesi di laurea) su forma urbana e caratteri dell’architettura dei centri storici dell’intero Piemonte prodotti all’interno delle Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino. In entrambi i casi si è proceduto ad un lavoro di raccolta e schedatura finalizzato ad un inserimento nella BDIS. Contestualmente sono stati analizzati i dati disponibili nelle banche dati regionali. Si tratta di informazioni acquisite a partire dagli anni ’80, frutto di differenti iniziative promosse dalla Regione, come i beni architettonici censiti dal prof. Giampiero Vigliano su base regionale, o la catalogazione dei beni architettonici dei Comuni prevista dalla L.R. 35/95, la quale dispone finanziamenti per incentivare i Comuni a catalogare i propri beni. Nel corso degli anni, a questi si sono aggiunti quelli raccolti dalla Regione con gli studi per l’elaborazione dei piani territoriali di approfondimento e con specifi-

Il progetto Culturalp

Culturalp : Conoscenza e valorizzazione dei centri storici e dei paesaggi culturali nel territorio alpino I Partner: Lombardia (capofila), Piemonte, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia (I), Provence – Alpes – Côte d’Azur (F), Graubünden (CH), Niederösterreich (A). Costo totale : € 1.665.000,00 € 277.000,00 parte Regione Piemonte di cui € 138.500,00 FESR (Fondo Europeo di Svilippo Regionale) € 138.500,00 Cofinanziamento nazionale Approvato dal Comitato di programmazione: 24 luglio 2002

Stipula Convenzione interpartenariale: gennaio 2003 Fine progetto: giugno 2005

Le attività: Le attività del progetto sono state organizzate in 6 “pacchetti di lavoro” tematici (Work Packages): WP1: costruzione del quadro legislativo nazionale e regionale vigente in ciascun paese partner; WP2: definizione di strumenti a supporto delle decisioni avvalendosi dei sistemi informativi in dotazione dei partner; WP3: individuazione di indicatori condivisi da utilizzare per l’analisi SWOT; WP4: individuazione di buone pratiche realizzate nel territorio di ciascuno dei 7 partner; WP5: applicazione di metodologie innovative in aree pilota selezionate da ciascun partner; WP6: realizzazione di un sito Web di progetto illustrante gli esiti del lavoro svolto. Ad alcuni partner è stato attribuito un ruolo di coordinamento transnazionale nei seguenti WP: WP3: Regione Piemonte; WP4: Regione P.A.C.A.; WP6: Regione Friuli Venezia Giulia. I contenuti dei WP sono strettamente connessi e integrati tra di loro e la loro elaborazione è stata oggetto di approfondito confronto fra i sette partner in altrettanti seminari tematici.

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Il progetto Culturalp

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che campagne di indagini, come quella sulle cascine, sfociata nell’allestimento (in corso) della omonima banca dati, e con gli elaborati progettuali dei piani regolatori comunali. Tutte questi dati sono confluiti nel Sistema Informativo Territoriale regionale (SIT), che contiene oramai una cospicua massa di informazioni in materia di singoli beni e insediamenti storici; questi sono stati riorganizzati su base comunale, per costituire la BDIS. In questa banca, contenente diverse tipologie di dati (alfanumerici, cartografici, iconografici), rappresentabili a multiscala, le informazioni sono consultabili per temi (piani, norme, guide e manuali, foto, cartografie). La BDIS è concepita per offrire a tutti coloro che necessitano di informazioni sul patrimonio architettonico storico (singoli beni o insediamenti) di usufruire delle conoscenze disponibili organizzate per Comune o per aggregazioni amministrative di Comuni (Comunità Montane, Province, Regione). La BDIS è stata realizzata selezionando 150 Comuni della Regione con centri storici di piccola e media dimensione, individuati in base alle tipologie urbanistiche più ricorrenti. È strutturata per fornire informazioni sui caratteri degli insediamenti storici, sugli strumenti di pianificazione adottati dai Comuni sui singoli beni catalogati e per documentare, attraverso immagini fotografiche, i caratteri dei centri storici di interesse regionale. In questo modo si è costituito un archivio iconografico che attraverso l’uso della fotografia consente di leggere il contesto e di documentare le trasformazioni dei luoghi. La BDIS è strutturata per poter essere aggiornata e condivisa non solo a livello regionale, ma soprattutto dai Comuni che potranno fruire delle informazioni ivi contenute e, contemporaneamente, aggiornare i dati di propria competenza. La banca dati così organizzata non si configura come semplice contenitore di dati, ma come servizio da mettere a disposizione della pubblica amministrazione e di coloro che, per esigenze professionali o di studio, necessitano di un quadro aggiornato delle informazioni reperibili. Un altro obiettivo del progetto riguarda l’adozione di un approccio multidisciplinare per intervenire con maggiore efficacia nella protezione e valorizzazione degli insediamenti storici. Un approccio che permetta di intervenire non solo nel recupero dei caratteri fisici degli insediamenti, ma di cogliere la complessità del contesto in cui operare e l’insieme delle risorse disponibili per il cambiamento. Vi è poi un altro fatto-

re che deve essere tenuto in debito conto nel focalizzare i problemi: il tempo. La rapidità con cui oggi avvengono i cambiamenti induce a dotarsi di strumenti a supporto delle decisioni più efficaci. È ormai improponibile pensare di concentrare l’attenzione solo sull’acquisizione di informazioni per analisi approfondite prima di decidere le politiche d’intervento. Gli scenari cambiano e le politiche devono essere modificate in relazione ai cambiamenti riscontrati. Ecco perché il decisore pubblico sempre più spesso ricorre a strumenti utilizzati in ambito aziendale per focalizzare rapidamente i problemi e mettere a punto le strategie più opportune. Quindi è necessario sperimentare strumenti di supporto al decisore pubblico. Nel caso specifico si è ricorsi all’analisi SWOT, ovvero ad una tecnica utilizzata in presenza di dati poco dettagliati, per focalizzare gli elementi di forza e di debolezza di un area, le criticità e le opportunità. È un metodo che può essere utilizzato a scale diverse: da quella dello Spazio Alpino a quella regionale e comunale, fino al livello della singola borgata, come nei casi studio condotti dalla Regione Piemonte. L’applicazione dell’analisi SWOT ha comportato dapprima la selezione di dati reperibili presso le banche dati di ciascun Paese partner, la loro elaborazione in indicatori, ovvero la loro trasformazione in dati sintetici da leggere secondo il modello di valutazione consolidato in ambito europeo, organizzato nella sequenza Stato, Trend, Risposta. Inquadrata la situazione secondo il modello di valutazione, la lettura dei contesti per la individuazione delle possibili politiche è stata effettuata sulla base di uno schema interpretativo fondato sui milieu locali 1. Questo modello individua quattro condizioni tipo a cui associare le politiche integrate più opportune secondo un modello collaborativo fra amministrazioni. Questa metodologia di analisi è stata applicata per intervenire negli insediamenti storici: ciascun partner ha applicato la metodologia ai casi studio prescelti; la Regione Piemonte l’ha adottata per realizzare i manuali di indirizzi per il recupero e la valorizzazione degli spazi pubblici degli insediamenti storici dei comuni di Bussoleno e Chiomonte, apparte1

Il milieu locale è un insieme di condizioni ambientali, culturali e sociali che caratterizzano un determinato territorio, un insieme, quindi, di “sedimenti” materiali e immateriali, accumulatisi e sovrapposti gli uni agli altri, in un processo di media e di lunga durata (Cfr. M. Maggi, “Scenari al 2010: analisi dei territori”, in Ires Scenari. Secondo rapporto biennale sugli scenari evolutivi del Piemonte, Torino, 2005).

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nenti rispettivamente alle Comunità Montane della Bassa Valle di Susa e Val Cenischia ed Alta Valle di Susa. La scelta delle aree pilota su cui applicare la metodologia è caduta su due Comuni della valle di Susa in quanto per questa valle la Regione ha realizzato un approfondimento del Piano Territoriale Regionale (PTRA). Il Piano regionale, sulla base dei caratteri degli insediamenti urbani, ha definito una serie di azioni volte alla valorizzazione dei nuclei storici e in generale alla riqualificazione dell’edificato in rapporto con il paesaggio. Si è ritenuto quindi opportuno raccordare le attività da sviluppare a livello locale agli indirizzi della pianificazione regionale per supportare ed esplicitare tali orientamenti. Gli strumenti realizzati sono l’esito di una sperimentazione il cui presupposto è la trasferibilità; in altri termini, l’applicabilità a contesti aventi analoghe caratteristiche. Con i sindaci dei Comuni di Bussoleno e Chiomonte è stato sottoscritto un protocollo d’intesa finalizzato a realizzare due manuali applicando l’analisi SWOT con il metodo della progettazione partecipata. Questo approccio innovativo scaturisce dalla consapevolezza che la partecipazione della comunità locale è un elemento cruciale per una efficace gestione del territorio e del paesaggio. La consapevolezza del valore aggiunto del paesaggio e della tutela dei caratteri identitari dei diversi luoghi urbani e rurali costituisce la miglior garanzia per un efficace processo di valorizzazione degli stessi, ad oggi non garantito (come dimostrano molte esperienze

in materia) dal ricorso a sole normative vincolistiche. L’esperienza realizzata viene ora illustrata in questo volume allo scopo di diffondere gli esiti del progetto, ma anche di stimolare iniziative e proposte per far crescere l’interesse alla tutela degli insediamenti storici delle aree montane. Questi nuclei, se correttamente recuperati, possono offrire un’importante occasione di sviluppo socio-economico e di presidio ambientale. Il volume è strutturato in tre parti. La prima, di inquadramento generale, riporta le schede sintetiche delle politiche e degli strumenti applicati in Austria, Francia, Svizzera per tutelare e valorizzare gli insediamenti storici, e la sintesi del lavoro di analisi e schedatura svolto dai Dipartimenti DICAS e DIPRADI del Politecnico di Torino sugli studi prodotti in seno alle Facoltà di Architettura sul patrimonio storico regionale e sugli strumenti realizzati dalle amministrazioni pubbliche per tutelare il proprio patrimonio. La seconda parte illustra le metodologie per intervenire nel recupero degli insediamenti storici: la banca dati sugli insediamenti storici (BDIS), la metodologia per l’applicazione dell’analisi SWOT, la metodologia per la progettazione partecipata applicata ai casi studio, le finalità dei manuali elaborati. La terza riporta i manuali realizzati per i Comuni di Bussoleno e di Chiomonte con la descrizione della metodologia seguita per la loro elaborazione.

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Austria: Land Niederösterreich. Il programma Dorf- und Stadterneuerung Il programma Stadterneuerung fu lanciato dal Land Niederösterreich nel 1992: rivolto alla riqualificazione delle città di media dimensione, si aggiunse al preesistente programma Dorferneuerung, tuttora attivo, che ha invece per oggetto i piccoli Comuni. Questo insieme di politiche appare disegnare un modello originale rispetto ad altre esperienze europee: il territorio della Bassa Austria è infatti caratterizzato dalla prevalenza di piccole e medie città. Il programma è gestito da un ufficio dipendente dal Settore Ordinamento del territorio e Politiche regionali.

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Per cominciare, furono scelte sei città per verificare la fattibilità del programma. In ognuna fu aperto un ufficio tecnico e furono sviluppate idee su misura di rinnovamento urbano insieme coi cittadini, che parteciparono a stabilirne le modalità di attuazione. L’elemento della partecipazione dei cittadini è centrale: i progetti per ogni città sono disegnati “dall’interno” a partire dalle esigenze. Operativamente, le decisioni sono assunte da un Consiglio di riqualificazione urbana appositamente istituito che comprende rappresentanti dei cittadini, del Comune e dell’amministrazione regionale; sono attivati inoltre eventuali gruppi di lavoro e forum di discussione. Il consenso è costruito coinvolgendo opinion leader, imprese private, organi democratici. Le attività di comunicazione e informazione accompagnano fin dal principio l’intervento; sono utilizzati una rivista, conferenze, studi specialistici con mostre e documentazione informatica, video, e un sito Internet. Nel 1995, al termine del periodo di prova, furono svolte attività di valutazione e di redazione di linee guida per la riqualificazione urbana, che portarono l’amministrazione regionale a deliberare le norme e procedure di svolgimento del programma, tra le quali la durata del sostegno tecnico ed economico ai comuni aderenti (4 anni). Dal 1997 il programma è cofinanziato dal FESR, impegno confermato nel DOCUP 2000-06. Nel 1999, si è svolta una valutazione delle città aderenti al programma (con particolare attenzione all’identificazione dei punti di forza relativi ai settori gioventú, nuove tecnologie di comunicazione, arte e cultura) ed è stato redatto un rapporto sulle strategie della riqualificazione urbana. Tra le azioni meritevoli di citazione: –

i piani di marketing urbano e le misure per lo sviluppo dell’economia locale; l’Ufficio regionale per la riqualificazione urbana di collabora con la Camera di commercio nella NAFES (gruppo di lavoro della Bassa Austria per lo sviluppo degli acquisti nei centri città); la creazione di una banca dati on line sulla disponibilità di superfici commerciali nei centri città;



il sostegno delle iniziative culturali locali e la loro messa in rete;



le azioni positive di sensibilizzazione ecologica e di risparmio nei trasporti.

Il finanziamento regionale nei primi dieci anni del programma (1993-2002) è stato di 11,34 M€, che ha svolto un ruolo di volano per un investimento complessivo di 53,59 M€. Il contributo è stato cosí ripartito: 23% consulenti; 22% spazio pubblico e trasporti; 12% servizi sociali; 11% spazi verdi; 8% cultura; 7% uffici di servizio ai cittadini; 6% economia; 6% telematica; 5% pianificazioni. Nel 2002 beneficiavano del programma 35 città, tra azioni in corso e già svolte. Sul sito [www.noe.gv.at] sono disponibili, in lingua tedesca, norme/regolamenti, checklist, formulari, statuti tipo, edizioni della rivista, descrizioni dei progetti, statistiche.

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Francia : I Conseils d’Architecture, d’Urbanisme e de l’Environnement (CAUE) Nel 1977 viene promulgata in Francia la Legge 77-2 “sur l’architecture”. La legge stabilisce il principio fondante che “l’architecture est une expression de la culture”: la “création architecturale”, la qualità delle costruzioni, il loro inserimento nel contesto, il rispetto del paesaggio, naturale o urbano che sia, e in generale del patrimonio culturale sono considerati di interesse pubblico. Conseguenza giuridica di questo principio è che le autorità preposte al rilascio delle autorizzazioni edilizie o urbanistiche dovranno assicurarsi che tale interesse pubblico venga rispettato. Con il definire un legame diretto tra la qualità dell’architettura e il permesso di costruire, alla quale quest’ultimo è vincolato, è da un punto di vista legislativo chiaramente affermato il legame fra architettura e urbanistica. Immediata conseguenza di questa rinnovata considerazione del ruolo centrale dell’architettura e del suo rapporto con il contesto fisico-culturale, è l’istituzione, con la stessa legge, dei conseils d’architecture, d’urbanisme et de l’environnement (CAUE), ai quali è affidata la missione di aiutare e informare il pubblico nel campo dell’architettura, dell’urbanistica e dell’ambiente. Il concetto alla base dell’istituzione dei CAUE è quello di intervenire in maniera preventiva a monte della presentazione dei progetti, fornendo consigli su come operare correttamente. I CAUE sono istituiti in ogni Dipartimento, come enti di diritto privato, incaricati della gestione di un servizio pubblico gratuito, razionalizzando, unificando e generalizzando a livello nazionale la consuetudine delle consulenze e le loro modalità operative. Su 100 Dipartimenti erano operativi, al 2003, 87 CAUE. Ciascun CAUE è dotato di uno statuto tipo, definito in sede di governo centrale, per decreto. La finalità del CAUE non è di controllo, ma di svolgere funzioni di assistenza e formazione, senza intervenire direttamente nel processo di progettazione o di costruzione. La missione è quella di sviluppare l’informazione, la sensibilità e lo spirito di partecipazione del pubblico nel campo dell’architettura, dell’urbanistica e dell’ambiente, contribuendo, direttamente o indirettamente, alla formazione e al perfezionamento della committenza, dei professionisti e dei rappresentanti della amministrazioni e delle comunità che intervengono nel campo della costruzione. I Conseils forniscono a chi desideri costruire informazioni, orientamenti e consigli adeguati ad assicurare la qualità architettonica delle costruzioni e il loro buon inserimento nell’ambiente circostante, urbano o rurale, senza tuttavia prendersi carico del ruolo della committenza. Il servizio è a disposizione della collettività e delle amministrazioni pubbliche, che possono consultarlo su qualunque progetto riguardante l’urbanistica, l’architettura, l’ambiente. Le attività prevalenti dei CAUE riguardano: consigli e assistenza alle comunità locali, informazione e sensibilizzazione rivolta al grande pubblico, consigli ai privati, formazione di professionisti e personale amministrativo. La Federazione Nazionale dei CAUE è l’organismo che raggruppa e coordina i singoli enti. La struttura organizzativa dei CAUE è basata su tre entità: assemblea generale, consiglio di amministrazione, presidente, più un direttore. Il personale impiegato (a tempo pieno o parziale), fortemente integrato a formare équipe multidisciplinari, varia da un minimo di 5 a un massimo di 35 impiegati. Benché lo statuto imponga una uniformità istituzionale di organizzazione su tutto il territorio nazionale, nella realtà dei fatti la struttura e i modi operativi delle équipe risentono delle condizioni delle diverse situazioni locali, definite dalla diversa natura delle relazioni tra il Conseil e gli altri enti pubblici e privati, dalle caratteristiche dello sviluppo urbano e territoriale locale, dall’entità dei finanziamenti. I CAUE si reggono su di un complesso sistema di finanziamento, nel quale entrano le quote dei membri (in particolare enti o comunità locali), i ricavi ottenuti da eventuali beni di proprietà, donazioni, ma soprattutto contributi dello Stato (diretti finanziamento fisso una tantum alla nascita di ciascun CAUE, sovvenzioni finalizzate a progetti specifici – o indiretti – messa a disposizione del personale, in varie forme) e delle comunità locali (sotto forma di taxe départementale CAUE, imposta sulle ristrutturazioni e le nuove costruzioni in proporzione alla loro dimensione), o in assenza di questa, di sovvenzione diretta da parte del Dipartimento. Una panoramica di carattere generale delle attività dei CAUE può essere ricavata dalla consultazione dei siti web delle organizzazioni che raggruppano i vari CAUE, che a loro volta ospitano i link ai Conseils locali: www.archi.fr/CAUE/; www.fncaue.org. Scheda tratta da: DAVIDE ROLFO, “La mia casa è il mio castello?”. L’indirizzo alla progettazione nel paesaggio della residenza indipendente, Tesi di Dottorato in Architettura e Progettazione Edilizia, XVI ciclo, Politecnico di Torino, 2004.

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Svizzera: La Soprintendenza del Cantone dei Grigioni.

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Rispetto alla controparte italiana, la peculiarità dell’attività della Soprintendenza dei Grigioni sta nell’analisi preventiva del patrimonio. Essa non si limita alla schedatura/catalogazione dei beni posti sotto tutela, ma si estende a un rilievo architettonico e a una minuziosa analisi di singoli edifici storici, anche su richiesta di proprietari che intendano compiere interventi sugli immobili medesimi. La lettura degli edifici (“inventario del singolo edificio”) è svolta rispetto alle parti tecniche (pareti perimetrali, coperture, strutture portanti, ecc.) e rispetto agli ambienti interni, analizzati rispettivamente per le caratteristiche costruttive e le destinazioni d’uso. Oltre a quelle di carattere generale, le informazioni sono riferite a ciascuna parte dell’edificio tramite codici identificativi, riportati anche sui disegni di rilievo. Le schede sono completate da notizie storiche e da una ricca documentazione fotografica. Per ogni edificio rilevato e analizzato è prodotto un volumetto di cui una copia è consegnata ai proprietari, una ai progettisti incaricati dell’intervento edilizio e una all’amministrazione comunale. La sua finalità, oltre che documentaria e di catalogazione, è anche culturale e identitaria, poiché si ritiene che la consapevolezza da parte di committenti e progettisti favorisca la valorizzazione degli edifici storici. Simile attività di analisi capillare, ma riferita a interi insediamenti storici, è svolta dalla Soprintendenza per conto di amministrazioni comunali. In questo caso vengono prodotte letture dell’immagine fisica del luogo (posizione dell’insediamento nel paesaggio, topografia, impianto e articolazione, morfologia) e analisi dell’insediamento, soprattutto attraverso l’uso di elaborati cartografici: fasi dell’edificazione; funzioni degli edifici; tipologie edilizie per epoca e forma costruttiva, illustrate da esempi fotografici; tipologie di aggregazioni di edifici; allineamenti e aperture visive; disponibilità di aree vuote; ecc. L’ipotesi culturale è che “il progetto è l’analisi”: cioè che l’analisi dettagliata sia in grado di rivelare potenzialità di cui non esista l’immediata consapevolezza, in grado di costituire soluzioni ai problemi che si vogliono affrontare. L’équipe della Soprintendenza, oltre che architetti-urbanisti, comprende anche storici della cultura e lavora insieme con la popolazione in numerosi incontri diretti. Come nel caso della documentazione di singoli edifici, non stabilisce obiettivi progettuali specifici, che sono lasciati ai decisori locali. La messa sotto protezione formale dei beni architettonici avviene attraverso 3 strumenti principali: il primo – la disposizione di protezione provvisionale – ed il secondo – il contratto di sussidio/messa sotto protezione – stanno a disposizione della Soprintendenza, il terzo – il vincolo di protezione nel Piano Regolatore – delle autorità locali. Il primo strumento – l’imposizione da parte del governo cantonale – viene utilizzato molto raramente (presuppone una minaccia concreta ed impellente, ma – visto che contempla procedure macchinose – arriva spesso in ritardo). Il secondo strumento – il contratto protezione contro sussidio – è la misura più efficace ed utilizzata, ma è limitata alle (sempre più limitate) disponibilità finanziarie della Soprintendenza. Il terzo strumento – il piano di protezione comunale – dipende da norme di protezione (molto) generali di livello superiore, dalla “buona volontà” degli amministratori locali e dalla capacità di convincimento e coinvolgimento dei collaboratori della Soprintendenza. L’autorità locale definisce sulla base di un’analisi dell’insediamento elaborata rispettando parametri sia storico-culturali sia urbanistici perimetri di protezione preventivi. All’interno dei perimetri definiti, i proprietari devono consegnare assieme alle domande di concessione edilizia quello che viene chiamato inventario del singolo edificio. Con ciò viene abbandonata la precedente prassi che produceva inventari di insediamenti completi di estenuanti serie di schede troppo poco dettagliate dal punto di vista storico-culturale e perlopiù senza valore pratico per l’autorità edilizia.

La conoscenza e le metodologie per il recupero degli insediamenti storici

2. La conoscenza e le metodologie per il recupero degli insediamenti storici

2.1 Manuali, regolamenti edilizi, piani di settore inerenti il tema del patrimonio architettonico e ambientale La fase iniziale del progetto Culturalp1, dedicata alla ricognizione “a campione” degli strumenti prodotti a livello regionale2 dai diversi enti territoriali (Regione, Province, Amministrazioni comunali, Comunità montane, Gruppi di Azione Locale, ecc.) ha permesso di analizzare le diverse

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Progetto Culturalp, WP1. Nel corso della ricerca sono stati analizzati Approfondimenti, Manuali e linee guida, Piani del colore, Regolamenti di Arredo Urbano e del Colore, Regolamenti edilizi di seguito elencati: Approfondimenti: Regione Piemonte, Guide per il recupero del patrimonio edilizio tradizionale, Atti del Seminario, Fontanafredda, 15 Settembre 2000; Regione Piemonte, Criteri e indirizzi per la tutela del paesaggio, aprile 2003. Manuali e linee guida: Regione Piemonte, 1 Guida per la pianificazione in aree extraurbane nell’ambito del PTR Ovest Ticino, novembre 1998; Regione Piemonte, 2 Guida per gli interventi edilizi di recupero degli edifici agricoli tradizionali, zona Bassa Langa e Roero, novembre 1998; Regione Piemonte, 3 Guida per gli interventi edilizi nell’area territoriale dei Comuni dell’Associazione del Barolo, Barolo, Cherasco, Castiglione Falletto, Diano d’Alba, Grinzane Cavour, La Morra, Monforte d’Alba, Montelupo Albese, Novello, Roddi, Roddino, Serralunga d’Alba, Sinio, Verduno, Luglio 2000; Regione Piemonte, Sistema delle colline centrali del Piemonte, LangheMonferrato-Roero, Studio di inquadramento, novembre 1999; Regione Piemonte, Manuale per il recupero degli edifici rurali secondo le tipologie tradizionali, Regione Piemonte, Comunità Montana Valli Curone Grue e Ossola; Regione Piemonte, Architettura rurale in provincia di Alessandria. Studio e manualistica per il recupero e restauro di edifici rurali secondo tipologie costruttive tradizionali 2000; Il recupero degli edifici rurali nella provincia di Asti, Regione Piemonte Provincia di Asti, 2000; Regione Piemonte, Manuale per il recupero ed il restauro degli edifici rurali nella Langa

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impostazioni culturali e metodologiche sperimentate negli ultimi anni nell’ambito della tutela del patrimonio ambientale ed architettonico in area alpina e in particolare il corpus legislativo con cui vengono “tutelati” i centri storici a livello regionale. L’analisi critica di questi strumenti, con riferimento all’ambiente costruito sia in zone di montagna che collinari e

Astigiana Val Bormida, Regione Piemonte – Comunità montana Langa Astigiana Val Bormida, maggio 2001; E. Manfredi, G. Pidello, Architettura rurale in Alta Valle Elvo. Materiali, elementi e tipologie per il recupero del paesaggio, Provincia di Biella – CAUA, Agosto 2000 ; Elementi per un Quaderno del Recupero di Edifici rurali montani a fini agrituristici. Linee guida progettuali. Area del Montebracco e Area delle Alpi Marittime, Regione Piemonte amministrazione Provinciale di Cuneo, agosto 2000; Comune di Saluzzo, Repertorio degli elementi architettonici del centro storico 1996; Comune di Piossasco, Manuale per gli interventi edilizi nei vecchi centri urbani 1997; Comune di Dronero, Manuale per gli interventi edilizi nei vecchi centri urbani 1998; Comune di Giaveno, Manuale per il mantenimento dei caratteri architettonici del centro storico 2002; Ente Parco Po, Contributi manualistici e normativi per la gestione delle valutazioni di compatibilità ambientale previste dalle norme di attuazione del piano d’area 2001. Piani del colore: Comune di Meina (NO), Piano del Colore per la Città di Meina e delle frazioni Ghevio e Silvera; Comune di Madonna del Sasso (VCO), Piano Colore delle frazioni Artò, Boleto, Centonara, Piana Dei Monti; Comune di Omegna (VCO), Piano di coordinamento cromatico dei centri storici delle frazioni; Comune di Lesa (VCO), Piano per l’Arredo Urbano; Comune di Acqui Terme (AL), Piano Cromatico per la Piazza delle Bollente; Comune di Verbania (VCO), Piano del Colore di Intra-Pallanza-Suna, Comune di Baveno (VCO), Piano del Colore; Comune di Romano Canavese (TO), Piano del Colore e dell’Arredo Urbano; Comune di Ivrea, Piano del colore e dell’arredo urbano 1994; Comune di Orta San Giulio (NO), Piano Arredo; Comune di Riva Valdobbia (VC), Piano dell’Arredo Urbano e del Colore; Comune di San Mauro

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La conoscenza e le metodologie per il recupero degli insediamenti storici

di pianura, sia in ambito urbano che rurale, nel corso della ricerca, è stata ampliata dagli esiti di una recente stagione di esperienze amministrative di tutela del patrimonio ambientale ed architettonico privilegiando le esperienze più significative e le produzioni di eccellenza. Uno “sguardo allargato” alle diverse esperienze manualistiche3, nazionali4 ed internazionali, con l’obiettivo di costruire, in prospettiva, un quadro di possibili risposte alle istanze di un dibattito regionale sulla conservazione del paesaggio e dell’edilizia tradizionale quanto mai attivo ed eterogeneo per obiettivi e approcci metodologici in campo.

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L’indagine è stata condotta, principalmente, attraverso la ricerca a campione di manuali, guide pratiche, cahiers de conseils et de recomandations realizzati in un ambito temporale recente da istituzioni pubbliche o enti e associazioni di interesse pubblico. Per offrire una maggiore e diversificata casistica si sono presi in considerazione esempi in un ambito tematico e geografico allargato, non limitato strettamente ai centri storici e all’ambiente alpino, ma che tuttavia potessero apportare elementi di interesse per almeno uno dei seguenti criteri: – il recupero e la valorizzazione dell’architettura e degli insediamenti tradizionale storici; Torinese (TO), Piano del Colore e dell’Arredo Urbano; Comune di Belgirate (VCO), Piano del Colore e Arredo Urbano; Comune di Frabosa Soprana (CN), Piano del Colore e Arredo Urbano; Comune di Rivarolo Canavese (TO), Piano del Colore e dell’Arredo Urbano; Associazione dei Sindaci del Roero, Progetto preliminare per il piano del colore dei Comuni del Roero. Regolamenti Arredo Urbano e Colore: Regolamenti Arredo Urbano e Colore, Ambiti Territoriali e Localizzazioni, Comune di Cuneo. Regolamenti Edilizi: Regolamento Edilizio, Comune di Canelli, Provincia di Asti 2000; Regolamento Edilizio, Comune di Settime, Provincia di Asti 2002 ; Regolamento edilizio, Comune di Colazza, Provincia di Novara 2000; Regolamento Edilizio, Comune di Quattordio, Provincia di Alessandria 2000; Regolamento Edilizio Comunale, Comune di Cervasca, Comunità Montana di Valle Grana, 2002. 3 Sulla diverse accezioni e declinazioni assunte nel tempo dall’esperienza del “manuale” , in particolare, in rapporto a nuovi strumenti progettuali quali le “guide”, vedere Paolo Torsello, Manuali e guide in Stefano F. Musso, Giovanna Franco, Guida alla manutenzione e al recupero dell’edilizia e dei manufatti rurali, Venezia, Marsilio 2000. 4 Stefano F. Musso, Giovanna Franco, Guida alla manutenzione e al recupero dell’edilizia e dei manufatti rurali, Venezia, Marsilio 2000; Daniela Bosia, Giovanna Franco, Stefano F. Musso, Roberto Marchiano, Guida al recupero degli elementi caratterizzanti l’architettura del territorio del G.A.L. Mongioie, Tipo Arte, Bologna 2004.



la conservazione e la valorizzazione del paesaggio in rapporto a fenomeni di abbandono e trasformazione; – il soggetto promotore dell’iniziativa, in particolare in relazione al suo ruolo istituzionale; l’originalità e l’efficacia dello strumento considerato in materia di apporto disciplinare tematico, di modalità di comunicazione e divulgazione, di efficacia operativa e capacità di monitoraggio. Nel processo di trasformazione del paesaggio, l’attenzione di alcune recenti esperienze5 è rivolta ad insegnare a chi interviene il rispetto delle preesistenze, attraverso una promozione locale di una diversa cultura dell’intervento nei confronti dei diversi utenti (professionisti, costruttori, artigiani, committenti), attuato attraverso un progetto di comunicazione personalizzato per i diversi target (manuali, prontuari tecnici con relativi prezziari, opuscoli informativi, dépliant, video, guide turistiche). Con l’obiettivo di individuare alcuni riferimenti utili è stata effettuata la lettura degli esiti di alcuni casi pilota6, nell’ambito dei quali la valorizzazione dei centri storici e del paesaggio nasce nel quadro di un’attività di collaborazione tra amministrazioni, università, comunità locali, associazionismo culturale, visto come momento di confronto tra diverse sensibilità culturali, esperienze ed approcci metodologici. 5 Nell’ambito di queste esperienze il manuale è un reale strumento di conoscenza, interpretazione e valorizzazione di un contesto territoriale, dei suoi caratteri e tipicità perché inserito al termine di un processo politico, amministrativo e decisionale nel quale sono stati definiti i fabbisogni, gli obbiettivi attraverso l’intima collaborazione da parte di tutta la comunità, dal contadino al soggetto economico del settore turistico. Solo dopo questa fase di accumulazione di esperienze e di conoscenza le istituzioni e le amministrazioni producono uno strumento operativo, il manuale, ulteriormente caratterizzato dal fatto di non avente valore cogente. 6 È il caso ad esempio del processo avviato dall’Assessorato all’Urbanistica del Comune di Bolzano nell’ambito del “progetto di tutela degli insiemi” con il quale il territorio comunale, a partire dal 2001, è sottoposto ad uno specifico regime vincolistico ai sensi dell’articolo 25 della L.P. n. 13/97; di numerose iniziative promosse dalla Ripartizione Tutela del Paesaggio e della Natura della Provincia Autonoma di Bolzano, che trovano puntuale corrispondenza nelle pubblicazioni (un centinaio circa) prodotte sui temi della salvaguardia, creazione, ripristino e mantenimento del paesaggio urbano, naturale e rurale; o ancora dell’esperienza del Dipartimento Territorio della Repubblica e Cantone Ticino (238 Comuni), nell’ambito della conservazione del patrimonio rurale in area alpina, che costituisce un caso di studio emblematico per la comprensione dei meccanismi, e degli strumenti, attraverso i quali é possibile gestire con successo un processo di valorizzazione di un territorio.

La conoscenza e le metodologie per il recupero degli insediamenti storici

Nell’ambito di queste esperienze, il nodo centrale è costituito dal passaggio dell’approccio manualistico da una visione “coercitiva” a una di carattere “pedagogico”. Da queste azioni e politiche di valorizzazione discendono strumenti (manuali, linee guida, depliant, opuscoli, ecc.) che rappresentano il momento più alto del processo in corso, l’atto cioè di formalizzazione delle regole del processo stesso, regole condivise dai diversi attori coinvolti. Le esperienze analizzate, nell’ambito delle quali metodologie, strumenti e regole discendono e si confrontano con un processo strutturato e gestito da più attori, sembrano apparire più convincenti rispetto ad altri tipi di approcci, sovente temporalmente precedenti, che individuavano invece nella redazione del manuale il momento di elaborazione di regole di buona pratica dalle quali avviare un processo di valorizzazione, spesso risultato non efficace. Se uno degli obiettivi del Progetto Culturalp è rappresentato dall’elaborazione di un manuale di best practice, per la diffusione di una conoscenza ampia sul patrimonio ambientale ed architettonico regionale, finalizzata alla sua tutela e organizzata in modo sistematico per la realtà quotidiana delle amministrazioni locali, è all’evoluzione che questi strumenti hanno subito negli ultimi anni, in un panorama di esperienze regionali, nazionali ed internazionali, che dobbiamo fare riferimento. La produzione di una letteratura tecnica specializzata che va dal manuale sul recupero, al prontuario tipologico, alla semplice guida all’intervento, un poco alla volta si sposta, da un’impostazione, rivolta all’imposizione ad una struttura pensata per il confronto, individuando strumenti più raffinati e complessi (banche dati, dizionari visuali, piattaforme informative per l’intervento)7 che nascono dalla collaborazione tra amministrazioni, università e comunità locali come risorse di accumulazione e diffusione della conoscenza e network di confronto tra diverse esperienze ed approcci metodologici. Questi strumenti innovativi rappresentano un’evoluzione della tradizionale strumentazione, in grado quindi di superare il pericolo di limitare l’analisi e la lettura del paesaggio culturale alla scala edilizia per estenderla alla scala locale e quindi territoriale promuovendo il passaggio da una tutela passiva, fatta di vincoli e divieti, ad una tutela attiva, partecipata, nella quale il committente, il progettista ed il costruttore concorrono con le istituzioni ad un grande progetto culturale di valorizzazione della tradizione insediativa e costruttiva.

Questa nuova generazione di manuali mostra i segni di evoluzione di un linguaggio che si differenzia nel rivolgersi ai committenti oppure ai tecnici chiamati ad intervenire. Un’offerta che si sta differenziando, affiancando agli strumenti propriamente tecnici pubblicazioni divulgative che puntano alla diffusione della cultura della conservazione attraverso un’azione educativa, della quale è necessario tenere conto nell’elaborazione di un manuale, inteso come esito di una sperimentazione partecipata.

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7 Network e banche dati: Alleanza nelle Alpi (www.alpenallianz.org/i/ allianz.htm); Region.ALP (www.alp-info.net/); SOIA (www.soia.int); AKSA - Alte Kantonsschule Aarau - (www.alte-kanti-aarau.ch/unterr_material/Geographie/alpen_links.htm); Ufficio federale della pianificazione del territorio, Svizzera (www.raumplanung.admin.ch); CIPRA (deutsch.cipra.org/texte/ links/links.htm), DORIS - Geographic Information System (www.its.at/doris/); OIR - R.I.S.S. (www.oir.at/riss.html), Pianificazione del territorio in Svizzera (www.planning.ch); SAGIS - Sistema di informazioni geografici del Land Salzburg (www.land-sbg.gv.at/sagis/), Fondo Nazionale Svizzero (www.snf.ch); TIRIS - Sistema di informazione sulla pianificazione territoriale in Tirolo (www.tirol.gv.at/tiris), Studi sul turismo in Austria (www.studien.at). Programmi/progetti rilevanti in ambito alpino: Natura Paesaggio (CPS) (www.buwal-natur.ch/i/_start.htm), Let’s Care Method - Landscape EnviromenT asseSment Cultural heritAge Restoration - (www.letscare.com/ita/home.htm), Regione modello Goeschenen (Svizzera) (home.inm.ch/mountainwilderness), Il futuro del territorio alpino (www.wsl.ch); SIM - Sistema Informativo della Montagna (www.politicheagricole.it/MiPA/Sistemi/sim), Fondo Montagna (www.regione.fvg.it).

MANUALI REALIZZATI DAI COMUNI • Chiomonte-regolamento edilizio con allegato manuale • Dronero-manuale per gli interventi edilizi nei vecchi centri urbani • Giaveno-manuale per il mantenimento dei caratteri del centro storico • Piossasco-manuale per gli interventi edilizi nei vecchi centri urbani • Saluzzo-repertorio degli elementi architettonici del centro storico

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GUIDE REALIZZATE DALLA REGIONE PIEMONTE (DIREZIONE PIANIFICAZIONE E GESTIONE URBANISTICA) Guida per la pianificazione in aree extraurbane nell’ambito del PTR-Ovest Ticino 1998 Guida per gli interventi edilizi di recupero degli edifici agricoli tradizionali (zona Bassa Langa e Roero) - 1998 Guida per gli interventi edilizi nell’area territoriale dei comuni dell’Associazione del Barolo 2000 MANUALI REALIZZATI CON FONDI REG. 2081/93 MISURA 1.6 - B7 Manuale per il recupero ed il restauro dell’architettura rurale in Alta Valle Elvo Manuale per il recupero ed il restauro degli edifici rurali nella provincia di Asti Linee guida per il recupero degli edifici a fini agrituristici - Area del Monte Bracco e Area del Parco delle Alpi Marittime Manuale per il recupero ed il restauro dell’architettura rurale della Comunità Montana Alta Langa Astigiana, Val Bormida Manuale per il recupero ed il restauro degli edifici rurali secondo le tipologie della zona - Comunità Montana Valli Curone, Grue, Ossona (AL) Manuale per il recupero ed il restauro dell’architettura rurale secondo le tipologie tradizionali della Provincia di Alessandria MANUALI REALIZZATI DAI G.A.L. CON I FONDI LEADER + G.A.L. Mongioie - Manuale per il recupero di elementi di tipicità dell’architettura locale - Valli Monregalesi, Alta Val Tanaro, Alta Langa, Langa Valli Bormida e Uzzone G.A.L. Tradizione delle Terre Occitane Valli Gesso, Vermenagna e Pesio - Manuale per il recupero edilizio e qualità del progetto G.A.L. Escarton e Valli Valdesi - Manuale per il riuso ed il progetto finalizzato alla tutela e valorizzazione dell’architettura tradizionale e del paesaggio G.A.L. Azione Ossola - Manuali tecnici - Restauro conservativo per gli edifici di notevole importanza storica nell’area leader+ G.A.L. Monferrato - Il Monferrato Astigiano tipologia e tipicità dell’abitare e del costume

La conoscenza e le metodologie per il recupero degli insediamenti storici

2.2 Studi sull’architettura alpina, prontuari tipologici, cataloghi e banche dati, studi e tesi di laurea su agglomerati storici e su tipologie costruttive delle aree oggetto di interesse Nella raccolta di studi, presenti presso le Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino e i relativi Dipartimenti, e nella redazione di schede da collegare al sistema informativo territoriale regionale, era richiesto di prestare attenzione a metodi e schede di catalogazione sull’architettura alpina e a prontuari tipologici, cataloghi, banche dati e thesaurus sugli elementi architettonici. Sono state escluse le opere dedicate a edifici monumentali, specie se edifici singoli. Per contro, sono stati privilegiati quelli dedicati all’identificazione dei caratteri peculiari dell’ambiente costruito, vuoi alla scala edilizia (caratteristiche costruttive, anche legate ai materiali e alle tecniche), vuoi alla scala urbanistica (strutture insediative, relazioni morfologiche e funzionali). In diversi Dipartimenti sono stati identificati studi non pubblicati relativi alla forma urbana e ai caratteri dell’architettura di centri storici del Piemonte. Tra questi, hanno particolare interesse le indagini finalizzate all’individuazione di beni architettonici e ambientali (proff. Comoli, Viglino), spesso in vista della redazione di Piani Paesistici o comunque all’interno delle politiche di censimento del patrimonio (L.R. 35/1995). Sono state individuate circa 700 tesi (di laurea, di dottorato e di specializzazione) relative a forma urbana e caratteri costruttivi dell’architettura dei centri storici del Piemonte, compilate fra la metà degli anni Settanta e oggi. I temi che ricorrono maggiormente riguardano la storia e l’urbanistica dei centri storici piemontesi, le tipologie edilizie e insediative, l’architettura vernacolare, le tecniche costruttive e aspetti particolari di alcune zone. Nelle opere pubblicate, i luoghi maggiormente studiati risultano Pinerolo, il Pinerolese e la val Chisone; la valle di Susa; il Canavese; la valle Sesia; Avigliana; Cuneo; Saluzzo; le Alpi liguri e il Monregalese. Non mancano singoli interessanti studi su altre aree o città, ma si può affermare che le ricerche prodotte presso le Facoltà di Architettura di Torino coprano soprattutto le aree delle province di Torino e Cuneo, e che, con l’eccezione della val Sesia, il Piemonte centrale e orientale sia meno studiato. Eccetto il tema dei ricetti e dei borghi nuovi medievali, le ricerche appaiono polarizzate sulle zone montane (dove viene studiata la casa rurale alpina, i suoi edifici accessori, le sue

modalità di insediamento e di aggregazione) e sui centri urbani medi e medio-piccoli di pianura. È piú limitata la ricerca prodotta sui piccoli centri urbani delle aree collinari, pur ampie in Piemonte, e sulla casa rurale di pianura. Nello studio dei temi di nostro interesse è possibile riconoscere alcuni approcci metodologici e disciplinari. Dopo gli studi pionieristici di G. Ciribini sull’architettura rurale8, negli anni Sessanta un filone è individuabile nei quaderni dell’Istituto di Elementi di Architettura e Rilievo dei Monumenti di E. Pellegrini, che dedicò una serie di studi ad Avigliana, Pinerolo e alla casa rurale nella valle di Susa9: il “rilievo” vi è inteso come occasione di indagine della cultura materiale, sia rispetto alla costruzione, sia rispetto al contesto socioeconomico in cui situare gli edifici misurati e disegnati (da queste esperienze prenderà piú tardi l’avvio anche il filone di G. Brino con i Piani del Colore)10. Un secondo filone, non meno fertile nel lungo periodo, è quello che trovò nel Congresso SPABA di Varallo Sesia una convergenza di studiosi e di temi sull’origine e la struttura urbanistica (ma anche costruttiva) delle borgate collinari e montane, dove fu dedicata un’inconsueta attenzione all’architettura minore11. Vi si trovano, tra l’altro, G. Vigliano, che negli anni seguenti portò a termine i suoi studi fondativi sulla lettura e la classificazione dei centri storici piemontesi12; R. Gabetti, che con la sua attenzione per costruzioni rurali minori aprí la strada alle ricerche di L. Mamino; A. Cavallari Murat, che stava ela8

Giuseppe Ciribini, La casa rustica nelle valli del Rosa, Milano: Centro Universitario Studi Alpini, [1943]. 9 Enrico Pellegrini, Ritratto di una città medioevale: Avigliana, Torino: Politecnico di Torino - Cattedra di Elementi di Architettura e Rilievo dei Monumenti, 1962; Enrico Pellegrini, Vie, piazze, case e palazzi medievali in Avigliana, Torino: Politecnico di Torino - Cattedra di Elementi di Architettura e Rilievo dei Monumenti, 1963; Giovanni Gardano (a cura di), Rilievo del centro storico di Pinerolo. Chiese e palazzi, Torino: Politecnico di Torino - Istituto di Elementi di Architettura e Rilievo dei Monumenti, 1965; Giovanni Brino, Rilievo del centro storico di Pinerolo. Quartieri e abitazioni, Torino: Politecnico di Torino - Istituto di Elementi di Architettura e Rilievo dei Monumenti, 1966; David Terracini (a cura di), Le architetture rurali in Val di Susa, Torino: Politecnico di Torino - Istituto di Elementi di Architettura e Rilievo dei Monumenti, 1967. 10 Giovanni Brino, Il piano del colore di Saluzzo, Milano, Forma, 1985. 11 Atti e memorie del III Congresso Piemontese di Antichità e Belle Arti: Congresso di Varallo Sesia, Torino: Società piemontese di archeologia e belle arti, 1960. 12 Giampiero Vigliano (a cura di), Beni culturali ambientali in Piemonte. Contributo alla programmazione economica regionale, Torino: Centro di Studi e Ricerche economico-sociali, Torino: 1969.

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La conoscenza e le metodologie per il recupero degli insediamenti storici

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borando la metodologia del rilievo filologico e la normativa UNI per la rappresentazione cartografica dei centri urbani. Alla scuola di quest’ultimo si devono i lavori sistematici sull’evoluzione di alcuni centri storici piemontesi, ricostruita “filologicamente” a scala minuta, del singolo edificio: Torino, ma anche Alba, Ciriè, Chieri, e i territori compresi tra la Dora Riparia e la Serra d’Ivrea13. Il metodo è tuttora praticato, con innesti disciplinari diversi: alcuni esempi sono le ricerche DISET (Dipartimento di Ingegneria dei Sistemi Edilizi e Territoriali), il lavoro di M. Oreglia su Fossano e molte altre analisi di tessuti urbani14. Conclude la serie di filoni riconoscibili negli anni Sessanta il lavoro di V. Comoli Mandracci sull’architettura valsesiana, di cui sono analizzati al contempo la morfologia degli insediamenti e l’evoluzione tecnico-costruttiva15. In seguito, V. Comoli svilupperà soprattutto gli studi di storia dell’urbanistica; ma è a lei e a M. Viglino Davico che si deve, a partire dai due volumi del 1984 su Torino16, l’avvio del filone di censimenti dei Beni Culturali Ambientali, tuttora praticato e fertile. Negli anni Settanta gli studi sull’identità locale attraverso l’ambiente costruito vissero un regresso, mentre negli anni Ottanta, oltre ad alcune opere già ricordate, apparvero il lavoro, metodologicamente originale, di L. Mosso per la Provincia di Torino17, purtroppo senza diretti continuatori, e, fuori Facoltà, i fondamentali quaderni di cultura alpina di L. Dematteis18; s’avviò inoltre il filone dei partecipati studi a cura di L. Mamino spesso con contributi diversi (tra cui quelli fotografici), dedicati al monregalese e alla provincia di Cuneo.

Anche sulla spinta di enti locali e di alcune disposizioni di legge, negli anni Novanta riprese una fase di analisi, anche molto dettagliate, sui tessuti urbani e sul patrimonio edilizio storico, anche visto in chiave di identità e di sviluppo locale. La Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino partecipò a questa fase, soprattutto attraverso lo strumento delle convenzioni con gli enti pubblici, non solo realizzando studi ma anche redigendo linee guida di carattere operativo. Tra gli autori attivi in questi ultimi dodici anni, oltre alla gran parte di quelli sopra citati, vanno indicati C. Bartolozzi, C. Bonardi, L. Palmucci, S. Belforte e A. De Rossi19.

13 Augusto Cavallari Murat, Antologia monumentale di Chieri, Torino: Istituto bancario San Paolo, 1969; Augusto Cavallari Murat, Lungo la Stura di Lanzo, Torino: Istituto bancario San Paolo, 1973; Augusto Cavallari Murat, Tra serra di Ivrea, Orco e Po, Torino: Istituto bancario San Paolo, 1975; Politecnico di Torino - Istituto di architettura tecnica, Tessuti urbani in Alba: risultato della ricerca con contributo del consiglio nazionale delle ricerche, Alba: Città di Alba, 1975. 14 Mario Oreglia, Fossano centro storico: tipologia edilizia abitativa, Fossano, Cassa di Risparmio, 1980. 15 Vera Comoli Mandracci, Le antiche case valsesiane. Sviluppo storico di una cultura ambientale e problemi della sua tutela e valorizzazione, s.l.: Società Valsesiana di Cultura, 1967. 16 Politecnico di Torino – Dipartimento Casa-Città, Beni culturali ambientali nel comune di Torino, Torino: Società degli ingegneri e architetti in Torino, 1984. 17 Laura Castagno, Leonardo Mosso (a cura di), Paesaggio, struttura e storia. Itinerari dell’architettura e del paesaggio nei centri storici della Provincia di Torino: Canavese e Carignanese, Torino, 1986.

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Alcuni degli studi contengono elementi per la schedatura del patrimonio architettonico, repertori di denominazioni tradizionali e dialettali, ed elementi di classificazione morfologica dei centri storici. Rispetto alle schede di catalogazione, ricordato che in Italia il riferimento normativo è costituito dall’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD) con le schede A e CS20, e con le liste di termini suggerite per alcuni campi, diversi autori hanno proposto metodi e strutture di scheda a volte empirici (anche assai aderenti alla natura degli oggetti schedati e alle finalità specifiche della schedatura), a volte aderenti alle norme. Due esempi del primo atteggiamento possono essere costituiti da S.F. Musso e G. Franco, mossi da intenti operativi21, e dalla serie di volumi di L. Dematteis, di carattere didascalico. Luigi Dematteis (direttore della collana), Quaderni di cultura alpina, Ivrea: Priuli & Verlucca editori.

19 Carla Bartolozzi, Francesco Novelli (a cura di), Burolo tessuto urbano e territorio, Ivrea, Hever, 2002; Silvia Belforte (a cura di), Oltre l’Acna: identità e risorse per la rinascita della Valle Bormida, Milano: Angeli, 1993; Claudia Bonardi, Borgosesia 1247-1997: vicende di un insediamento prealpino tra Medioevo ed Età Moderna, Torino: Celid, 1997; Antonio De Rossi, Lorenzo Mamino, Daniele Regis, Le terre alte. Architettura luoghi paesaggi delle Alpi sud-occidentali, Cuneo: L’Arciere – Blu Edizioni, 1998; Antonio De Rossi (a cura di), Atlante dei paesaggi costruiti, Cuneo: Blu Edizioni, 2002. 20

Schede di catalogazione prodotte dall’ICCD, rispettivamente per gli edifici e i manufatti architettonici (scheda A) e per i centri storici (scheda CS). 21

Stefano F. Musso, Giovanna Franco, Guida alla manutenzione e al recupero dell’edilizia e dei manufatti rurali, Venezia, Marsilio; Genova: Ente Parco dell’Aveto, 2000.

La conoscenza e le metodologie per il recupero degli insediamenti storici

Un testo di F. Ghignone propose una comparazione di schede per la catalogazione dell’architettura rurale alpina (francesi e italiane) per poi elaborarne una adatta al censimento sintetico di singoli edifici, anche con uso del disegno dal vero e della fotografia22. Tra le opere prodotte da docenti del Politecnico, non molto dissimile appare la scheda redatta e utilizzata da L. Mamino nel suo Atlante23; mentre quella elaborata dallo stesso Mamino con Bovo e Genta per i progettisti che intervengono nel centro storico di Saluzzo è molto piú dettagliata per identificare elementi costruttivi di edifici urbani24. Le schede di G. Vigliano sui centri storici restano, a distanza di decenni, di chiara lettura per la loro capacità di identificare pochi essenziali elementi sintetici caratterizzanti la conformazione dell’insediamento. Audisio, Bistagnino e Rosa Cardinal proposero, già nel 1977, schede sia di interi insediamenti sia di singoli edifici (comprendenti elementi di analisi catastale, tipologia edilizia e soluzioni costruttive, stato di conservazione, proposte di intervento, e corredate di documentazione iconografica)25. M. Viglino, nel suo lavoro sul Parco Nazionale del Gran Paradiso, ha elaborato un’interessante scheda di insediamenti aggregati (comprendente tra l’altro elementi di inserimento nel contesto ambientale, di evoluzione del carattere funzionale, di morfologia urbanistica, di identificazione dei caratteri edilizi tipizzanti)26, mentre V. Comoli, nelle sue indagini per i Piani Paesistici regionali, ha sperimentato una scheda identificativa di singoli beni derivante dall’esperienza di Beni Culturali Ambientali nel Comune di Torino, contenente, tra l’altro, denominazioni storiche, riferimenti catastali, elementi cronologici, descrizione essenziale dell’edificio (rispetto alle caratteristiche costruttive e all’uso), contesto paesistico, valenze per la tutela e la pianificazione27. In entrambi i casi le schede, ancora in formato cartaceo, sono associate a documenti iconografici (carte topografiche, fotografie, ecc.). Nel loro studio di Burolo, C. Bartolozzi e F. Novelli hanno utilizzato schede descrittive dei singoli edifici, sia pur attraverso la sola lettura del loro esterno e della loro relazione con il contesto urbano (le schede registrano, tra l’altro, destinazione d’uso, elementi distributivi, confronto della consistenza edilizia con fonti documentarie, elementi architettonici caratterizzanti, stato di conservazione, planimetria 1:500), e schede cartografiche relative alle aree in cui è stato suddiviso il centro storico28. I segni impiegati sono in gran parte derivati dalla norma UNI 7310, con l’aggiunta di simboli espressa-

mente definiti per rappresentare elementi caratterizzanti dell’edilizia locale. Tra i glossari di termini edilizi dialettali reperiti nelle fonti schedate, meritano di essere ricordati quelli di V. Borasi (valle Sesia)29, e quelli di G. Bava e di L. Mamino (valli monregalesi).

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Franco Ghignone, Architettura rurale. Tipologia dei materiali. Proposte di intervento, Torino-Pragelato: Regione Piemonte-Parco Naturale della Val Troncea, s.d. 23 Lorenzo Mamino (a cura di), Atlante dell’edilizia montana nelle alte valli del Cuneese. 1. Le valli monregalesi (valli Casotto, Corsaglia, Maudagna, Ellero); Paolo Mellano (a cura di), 2. La Valle Varaita (Media e Alta Valle, Valle di Chianale e Valle di Bellino), Santuario di Vicoforte: Stilgraf, 2001. 24 Paolo Bovo, Giovanni Genta, Lorenzo Mamino (a cura di), Saluzzo, Repertorio degli elementi architettonici del centro storico, Saluzzo: Comune di Saluzzo, 1997. 25 Aldo Audisio, Luigi Bistagnino, Pier Luigi Rosa Cardinal, “Proposta per una scheda tecnica per il censimento, il recupero e la comprensione dei parametri architettonici ed ambientali delle borgate alpine”, Atti del convegno sui beni culturali. Torino, 1-2 luglio 1977, Torino: Regione Piemonte, 1977. 26 Micaela Viglino, Beni Culturali Ambientali nelle Valli del Gran Paradiso, Torino: Regione Piemonte; Aosta: Regione Valle d’Aosta, 1987. 27 Politecnico di Torino – Dipartimento di Casa Città, Indagine conoscitiva finalizzata all’individuazione dei beni architettonici e ambientali per la redazione di Piani Paesistici, 11 voll. (maggio 2000 - aprile 2003). 28 Carla Bartolozzi, Francesco Novelli, op. cit. 29 Vincenzo Borasi, “Cenni filologici sulle aggregazioni valsesiane: dagli studi locali e dalle carte notarili”, Atti e memorie del III Congresso Piemontese di Antichità e Belle Arti cit., p. 320 sgg.

La conoscenza e le metodologie per il recupero degli insediamenti storici

2.3 La Banca Dati Regionale degli Insediamenti Storici (BDIS) La Regione dispone di un Sistema Informativo Territoriale Ambientale Diffuso (SITAD) che negli anni si è sviluppato, accrescendo notevolmente le sue potenzialità: da semplice contenitore di dati, si è evoluto in sistema complesso che fornisce servizi alla pubblica amministrazione del Piemonte, supportandola nell’attività di programmazione e pianificazione.

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Rispetto aIle finalità del progetto Culturalp il primo problema che si è posto è stato quello di riorganizzare le informazioni disponibili nel SITAD per strutturare una nuova banca dati. Questa è concepita non solo per fornire un insieme di informazioni organizzate per documentare lo stato della conoscenza sugli insediamenti storici, ma anche per effettuare analisi per la pianificazione territoriale, attraverso l’utilizzo di indicatori ed elaborazioni con strumenti GIS. Uno strumento quindi concepito come sistema di supporto alle decisioni condiviso fra le amministrazioni pubbliche e in futuro direttamente aggiornabile dagli enti che producono le informazioni, secondo il principio della sussidiarietà. Gli interventi pubblici e privati sul territorio e nello spazio insediativo generano interazioni da monitorare e stimare negli impatti ai diversi livelli geografici: regionale, locale e puntuale. Tali interventi, progettati e realizzati con strumenti e finalità differenti, possono essere collegati ed integrati utilizzando strumenti quali i Decision Support System (DSS), in grado di fornire indicatori efficienti e modalità di gestione strategica. I DSS, anche noti come Business Intelligence (BI), sono applicazioni e dati utilizzati per supportare processi decisionali e gestionali; l’obiettivo che si prefiggono è quello di trasformare i dati in informazioni utili strutturate in report di facile comprensione. Sono sistemi che operano sotto il controllo di decisori assistendoli nelle loro attività decisionali, fornendo un insieme organizzato di strumenti con cui definire un modello interpretativo per migliorare l’efficacia complessiva della decisione. La Banca Dati Regionale degli Insediamenti Storici (BDIS) è strutturata per essere un sistema di supporto per intervenire negli insediamenti storici. Per tale ragione nel progettare la BDIS si è cercato di andare oltre la mera creazione di un GIS (Geographical Information System), che si configura come un sistema in grado di connettere e rielaborare dati trasformando-

li in informazione, cioè come uno strumento di organizzazione, catalogazione e manipolazione della memoria storica del territorio. Considerando infatti la grande quantità di dati che occorre gestire e le elaborazioni richieste dai nuovi metodi di pianificazione, il ricorso alle tecnologie informatiche di ultima generazione appare fondamentale. Pertanto, la gestione congiunta di sistemi GIS con quelli dei DSS sembra l’unica efficiente soluzione da applicare a qualsiasi ambito della pianificazione territoriale, da quello locale a quello interregionale. L’obiettivo della BDIS è quindi quello di disporre a scala regionale di un set di dati per una migliore caratterizzazione degli insediamenti storici sotto il profilo conoscitivo interdisciplinare. La banca dati è infatti concepita per fornire informazioni sui caratteri degli insediamenti storici e sugli strumenti programmatici adottati dai Comuni e per documentare gli sforzi che le amministrazioni stanno compiendo per rendere più attraenti e vivibili i loro centri storici. Essa si configura come un profilo specialistico del Sistema Informativo Territoriale della Regione Piemonte per la gestione trasversale di differenti informazioni, da quelle territoriali a quelle socioeconomiche, riferite sia al livello comunale che infracomunale (frazioni, borgate, ecc.). Il cuore del Sistema è costituito da una banca dati “multiformato” in grado di contenere dati di differente tipologia: vettoriali, raster, alfanumerici, fotografie, immagini, ecc. Il Sistema è in grado di fornire, tramite interrogazioni, analisi territoriali, produzione di indicatori e rappresentazioni cartografiche. Infatti con l’ausilio dello strumento GIS tutte le informazioni, immagazzinate e correlate nel database strutturato, sono elaborate in mappe di sintesi grazie alle funzioni di overlay topologico. La prima fase ha riguardato la messa a disposizione dei dati cartografici contenuti nella banca dati facente parte del SIT regionale: limiti amministrativi (Comuni, Comunità Montane, Province), zone altimetriche, viabilità, idrografia, beni urbanistici e archeologici, beni ambientali e architettonici, mosaicatura dei Piani Regolatori Regionali (comprendente gli elementi primari di piano, le altre caratterizzazioni d’area, le destinazioni d’uso prevalenti, le modalità di intervento ed i servizi), dati raster relativi alla Carta Tecnica Regionale, alla morfologia (modello digitale) del terreno e al volo aerofotogrammetrico del 2000. La banca dati è stata integrata con la localizzazione dei centri storici catalogati e georiferiti su carte IGM storiche dall’ICCD e con informazioni su strumenti e documentazione utili per costruire un quadro

La conoscenza e le metodologie per il recupero degli insediamenti storici

conoscitivo completo e per valutare il patrimonio degli insediamenti storici: piani e programmi in vigore, regolamenti, norme legislative, manuali, studi, cataloghi, banche dati tematiche, fotografie attuali e storiche. Lo strumento di consultazione dei dati territoriali è rappresentato da un applicativo web la cui interfaccia risulta di facile utilizzo; esso permette, una volta selezionato il livello informativo su cui operare, di effettuare ricerche, interrogazioni ed analisi spaziali.

La ricerca può essere effettuata a livello semplificato, mediante interrogazioni “predefinite” per comune, centro storico, aree tematiche, documenti ed immagini, sia a livello complesso definendo espressioni di ricerca costituite da più condizioni correlate da operatori logici. Utilizzando la funzionalità “area di pertinenza” è possibile ricercare e visualizzare gli attributi degli oggetti di un livello che ricadono ad una distanza assegnata da uno o più elementi selezionati dello stesso o di un altro livello.

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Figura 1 - Interfaccia dello strumento di consultazione dei dati sugli insediamenti storici

La conoscenza e le metodologie per il recupero degli insediamenti storici

La BDIS è concepita per essere uno strumento di monitoraggio delle trasformazioni del paesaggio permettendo la consultazione di un archivio fotografico e cartografico o restituendo schede contenenti informazioni di dettaglio sui Comuni e sugli insediamenti storici (inserimento ambientale, localizzazione, impianto strutturale, strumenti di pianificazione, manuali, regolamenti, documentazione fotografica, indice FUNZIONALITA’

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PULSANTE

degli strumenti attuativi e delle sequenze fotografiche, previste queste eclusivamente per i centri storici di interesse regionale di cui all’elenco dell’art 12 del Piano Territoriale Regionale - 1997). Le principali funzionalità dello strumento per la consultazione della BDIS sono brevemente descritte nella seguente tabella: DESCRIZIONE

LIVELLI INFORMATIVI

Interroga layer

Visualizza le informazioni associate all’oggetto indicato cliccando su un punto della mappa.

Tutti i livelli ad esclusione di quelli presenti nella cartella “Immagini raster”

Seleziona con rettangolo

Evidenzia sulla mappa tutti gli oggetti del livello “corrente” che toccano il rettangolo disegnato e visualizza (pannello di dialogo) le informazioni associate agli oggetti selezionati. E’ possibile selezionare anche un solo elemento cliccando su un punto della mappa.

Tutti i livelli ad esclusione di quelli presenti nella cartella “Immagini raster”

Ricerca per comune

Ricerca il comune in base al toponimo e lo evidenzia sulla mappa.

“Limiti comunali (da 1:500000)” oppure “Comuni con toponimi (fino a 1:500000)” a seconda della scala di visualizzazione

Ricerca per centro storico

Ricerca il centro storico (o il centro storico principale) in base al toponimo del comune e lo evidenzia sulla mappa.

“Centri storici”

Ricerca per aree tematiche

Ricerca i comuni in base ad un’area tematica (ad es. sistema delle fortificazioni) e ad un valore (ad es. castelli) e li evidenzia sulla mappa.

“Limiti comunali (da 1:500000)” oppure “Comuni con toponimi (fino a 1:500000)” a seconda della scala di visualizzazione

Ricerca per documenti

Ricerca i comuni in base al tipo di documentazione allegata (ad es. manuale, piano del colore, ecc.) e li evidenzia sulla mappa.

“Limiti comunali (da 1:500000)” oppure “Comuni con toponimi (fino a 1:500000)” a seconda della scala di visualizzazione

Ricerca immagini

Ricerca i comuni in base alle caratteristiche (parametro e valore) delle foto e delle panoramiche associate

“Punti di presa”

Vedi schede

Apre la scheda informativa associata ad un comune.

“Limiti comunali (da 1:500000)” oppure “Comuni con toponimi (fino a 1:500000)” a seconda della scala di visualizzazione

Interroga

Ricerca oggetti del livello “corrente” in base al valore indicato per uno o più parametri (impostazione di un’espressione di ricerca in cui più condizioni possono essere correlate con operatori logici), li evidenzia sulla mappa e ne visualizza gli attributi

Tutti i livelli ad esclusione di quelli presenti nella cartella “Immagini raster”

La conoscenza e le metodologie per intervenire nel recupero degli insediamenti storici

FUNZIONALITA’

PULSANTE

Schede e fotografie

Stampa immagini

DESCRIZIONE

LIVELLI INFORMATIVI

1. Punto isolato: evidenzia sulla mappa il punto selezionato e la direzione di presa della foto; visualizza l’anteprima dell’immagine (apribile con un click). 2. Primo punto di un “percorso”: evidenzia sulla mappa tutti i punti della sequenza e la direzione di presa del punto selezionato; visualizza l’anteprima di tutti i punti della sequenza. 3. Altro punto di un “percorso”: evidenzia sulla mappa tutti i punti della sequenza e la direzione di presa del punto selezionato; visualizza l’anteprima del punto selezionato.

“Punti di presa”

Visualizza le immagini (IGM storico, CTR con la perimetrazione del centro storico e volo alluvione 2000) associate al comune indicato con un click. Le immagini possono essere aperte e stampate

“Limiti comunali (da 1:500000)” oppure “Comuni con toponimi (fino a 1:500000)” a seconda della scala di visualizzazione

La BDIS risulta quindi un utile strumento a supporto degli amministratori pubblici e per quanti operano direttamente sul territorio ma può anche essere un interessante documento, anche per l’inserimento dell’Atlante fotografico, per quanti vogliano conoscere in modo più approfondito il territorio ed i centri storici della nostra regione. Allo stato attuale lo strumento non presenta funzionalità per l’inserimento e l’aggiornamento dei dati ma solo per la loro consultazione. L’alimentazione della base dati viene quindi effettuata con attività di “back-office”. L’obiettivo di breve termine che la Regione si prefigge di raggiungere è di stipulare opportune convenzioni per l’aggiornamento della BDIS in maniera congiunta tra Regione, Enti Locali (Comuni, Comunità montane, Province), istituti di ricerca ed università e di creare differenti profili per l’interrogazione della banca dati.

2.4 Osservatorio fotografico in sequenza Tra gli strumenti per il supporto delle decisioni sul patrimonio costruito e il paesaggio vi è la costruzione di un Atlante iconografico attraverso l’uso della fotografia.

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L’osservazione del territorio attraverso il principio delle sequenze fotografiche è un metodo di lettura delle trasformazioni fisiche diverso e complementare all’analisi e interpretazione delle cartografie o delle fotografie zenitali. L’uso della fotografia consente di trasmettere un modo di descrivere la realtà che siamo in grado di decodificare, in quanto si avvicina all’immagine mentale che ricostruiamo dei luoghi come un cliché fotografico soggettivo di uno spazio in un dato momento. Al di là dello sguardo affettivo e della nostra cultura dell’immagine, che ci rende diversamente ricettivi alle organizzazioni formali di queste, l’uso che ne facciamo dipende anche dalle nostre conoscenze specifiche dei soggetti o elementi rappresentati attraverso uno sguardo documentario. L’osservazione fotografica permette una visione estetica complessiva del paesaggio avvicinandosi alla percezione reale; attraverso la visione del basso o radente al suolo ci consente una percezione degli oggetti che costituiscono il paesaggio nella loro articolata complessità. Sulla scorta di numerose esperienze, in particolare quelle francesi con l’avvio della Mission Photographique sul paesaggio lanciata dalla Datar nel 1982 e, più tardi, con l’Observatoire photographique du paysage del Ministère de

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l’Aménagement du Territoire et de l’Environnement istituito nel 1991, l’idea di utilizzare la fotografia come strumento di osservazione e descrizione del territorio e del paesaggio contemporaneo può rivelarsi di grande utilità. La metodologia utilizzata, e qui proposta, attraverso le sequenze fotografiche è quella del confronto delle immagini tra di loro. L’osservatorio fotografico in sequenza ci mette in condizione di confrontare più immagini realizzate da uno stesso punto di vista, da una stessa inquadratura, ma in momenti diversi. Nelle esperienze citate il confronto tra queste “storie dello sguardo”, dalle origini personali e collettive, così immaginarie ma nello stesso tempo così reali, viene ricondotto a una tendenza universale e dinamica della coscienza, che ha per obiettivo, tra gli altri, di costituire una memoria collettiva. Portando all’altezza dell’occhio l’analisi paesaggistica e territoriale, che fino ad oggi era riservata nella sua modernità alla vista aerea e olistica delle carte, l’osservazione iconografica ci riconduce simbolicamente e fisicamente a un punto di vista più umano, più percettibile. Le metodologie da sperimentare per un osservatorio fotografico sono essenzialmente di due tipi: una retrospettiva, l’altra prospettiva. L’osservazione retrospettiva si concretizza attraverso l’uso di sequenze comparative storiche, che avviene con la ricerca di vecchie serie fotografiche realizzate a partire dall’Ottocento (dalla nascita della fotografia in poi), selezionate per il loro interesse paesaggistico e la loro qualità fotografica, e il confronto con le riprese contemporanee realizzate dallo stesso punto di vista e con la stessa inquadratura. L’osservazione può coprire ambienti urbani, delle infrastrutture e del paesaggio alpino. Le maggiori difficoltà nella ricerca di questi temi di osservazione derivano dal fatto che, spesso, le serie retrospettive identificate concernono luoghi di eccellenza (monumenti, edifici storici, ecc.) e non i luoghi ordinari. La metodologia retrospettiva, tanto più rilevante quanto più è dilatata la dimensione temporale di osservazione, permette sovente di osservare le tracce del passato, senza creare false iconografie, di leggere il paesaggio come un dato di fatto in uno spazio preciso, come risultato di un processo di modificazione fisica del territorio e delle trasformazioni economiche, culturali e sociali.

In altri termini permette di restituire la complessità di un paesaggio nelle sue trasformazioni (nuove infrastrutture, nuovi usi del suolo), nella comprensione dei meccanismi di modificazione nel corso del tempo, contribuendo, inoltre, alla costruzione di una memoria collettiva del luogo. L’osservazione prospettiva, invece, si realizza attraverso l’uso di sequenze fotografiche ripetute nel tempo, con la creazione di un osservatorio permanente e aggiornato, un sistema di monitoraggio fotografico. Il principio si basa sull’associazione – in un incarico pubblico – di fotografi, professionisti e collettività territoriali per analizzare insieme, su un territorio scelto, il divenire del paesaggio. La prima operazione da mettere in atto per realizzare una campagna d’osservazione in sequenza di un paesaggio è definire un “itinerario d’osservazione”. L’operazione consiste nell’affidare, ad uno o più fotografi, l’incarico di realizzare delle riprese tra le quali verranno poi scelte quelle che saranno poste sotto osservazione permanente attraverso delle riprese regolari, preferibilmente annuali, di porzioni di paesaggio dallo stesso punto di vista, con la stessa inquadratura, con la stessa tecnica. Le viste iniziali, da porre poi sotto osservazione permanente, devono essere scelte non in base al valore “estetico” della porzione di paesaggio ripresa, quanto piuttosto per il valore esemplificativo rispetto ai temi emergenti e significativi delle modificazioni in corso. In questa logica l’itinerario d’osservazione non va inteso come un percorso lungo il quale s’individuano dei punti d’osservazione, ma piuttosto l’insieme delle viste che permettano di mettere sotto osservazione le porzioni, gli ambiti di territorio più significativi per la comprensione dei meccanismi d’evoluzione del paesaggio contemporaneo. Il primo passo per avviare le operazioni che porteranno alla definizione dell’itinerario d’osservazione consiste nella definizione, da parte degli amministratori locali, dell’ambito territoriale da prendere in considerazione e delle preoccupazioni e indicazioni a proposito dei luoghi e dei temi considerati più sensibili o a rischio nel proprio territorio, supportati in questo da gruppi d’esperti coinvolti nelle scelte di pianificazione del territorio. Questo tipo di operazione necessita di un processo rigoroso e scientifico nell’elaborazione e nell’aggiornamento delle riprese fotografiche, nello scegliere in modo attento gli elementi da osservare e i punti di vista, nel controllo della

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so di superare un vuoto di comunicazione esistente tra abitanti, decisori e amministratori, attraverso la sensibilizzazione della collettività sul tema e l’uso di uno strumento di valutazione preventiva dei progetti di trasformazione. Inoltre, la singolarità delle fotografie, la lettura e i commenti che suscitano, generano un’evoluzione degli sguardi, della percezione soggettiva degli spazi che possono aprire a dinamiche di partecipazione e appropriazione collettiva del territorio contemporaneo e portare ad affrontare questioni relative al che fare e al come fare per mettere in atto decisioni e azioni pubbliche condivise per l’orientamento delle future trasformazioni.

qualità delle riprese e nella loro costanza di realizzazione al fine di garantire, nel tempo, la possibilità di confronto. L’utilità di queste metodologie innovative di osservazione sono molteplici: cogliere i risultati della trasformazione del paesaggio in tempo reale, controllare visivamente le piccole modificazioni e i processi di mutazione del territorio, monitorare l’efficacia degli interventi di miglioramento, ricercare nel paesaggio i segni rilevanti dei valori di una società, delle sue aspirazioni, delle sue derive. Significativo, oltre all’uso scientifico e professionale, è, ad esempio, il valore divulgativo delle conoscenze sull’evoluzione del proprio territorio e del paesaggio da parte delle comunità locali che permette spes-

COMUNE DI MANTA

COMUNE DI CEVA

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COMUNE DI CEVA

COMUNE DI OULX

COMUNE DI BUSSOLENO

COMUNE DI OULX

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2.5. Indicatori e analisi SWOT per l’analisi degli insediamenti storici L’analisi degli insediamenti storici con approccio multidisciplinare comporta un esercizio interpretativo da svolgere a più scale: alla scala territoriale con dati acquisiti dalle banche dati, a quella di maggior dettaglio, di aggregato edilizio, con dati reperiti sul campo. In entrambe le scale per rendere efficace la lettura dei dati è necessaria una loro trasformazione in indicatori da interpretare con modelli che aiutino a leggere i fenomeni e a individuare le possibili politiche d’intervento. Un processo che prende avvio da una valutazione ex ante del contesto in cui operare, prosegue con la individuazione delle politiche, ne valuta gli effetti nella fase attuativa. Questo implica la strutturazione di un processo secondo un principio di collaborazione fra le pubbliche amministrazioni coinvolte, in relazione al ruolo e ai compiti svolti da ciascuna; ma presuppone anche che le comunità locali siano informate e consapevoli delle azioni da realizzare. Un processo dunque che ha avvio con la fase di focalizzazione degli obiettivi, di predisposizione del progetto poi, e che accompagna le fasi successive di realizzazione e gestione. In questo modo si attiva un processo che aiuta a verificare passo a passo le fasi del percorso, ma anche a individuare nuovi e più impegnativi obiettivi programmatici. In sostanza si tratta di elaborare un programma che non si esaurisca con la realizzazione di singoli interventi, ma che si sviluppi con la collaborazione fra il pubblico e il privato e che si costruisca con la mobilitazione delle risorse locali coinvolte nel cambiamento. Un approccio questo che richiede di innovare gli strumenti a supporto della pubblica amministrazione e di coinvolgere le comunità locali nel processo. A questo scopo è stata selezionata una batteria di indicatori condivisi con i partner transnazionali, analizzati ricorrendo all’analisi SWOT e approfonditi con analisi condotte sul campo, e sono state utilizzate tecniche di progettazione partecipata. Questa metodologia è stata applicata ai due casi studio individuati nella Valle di Susa. Indicatori territoriali Qualsiasi sistema di indicatori relativo al paesaggio, alpino come di altri territori, deve fondarsi sulla consapevolezza che nessuna politica di salvaguardia e valorizzazione può essere efficace se non è solidalmente collegata alla collaborazione prima di tutto degli abitanti dei luoghi.

Il termine “abitanti” si riferisce a un concetto più complesso di quello di “popolazione”, un dato statistico, quest’ultimo, che si qualifica al più come consistenza, età, competenze professionali o grado di istruzione. Il primo chiama in causa invece l’attività dell’abitare e non del semplice risiedere e comprende quindi un aspetto qualitativo difficilmente misurabile eppure essenziale, legato al ruolo di cura, di custodia delle memorie e di equilibrio di lungo periodo nei confronti del territorio. La scuola territorialista30 ha da tempo messo in luce il vantaggio, in termini di sviluppo, di possedere milieu31 ben caratterizzati. Tuttavia ha anche sottolineato32 come questo sia di per sé sterile se non vi si sovrappone una rete di soggetti in grado di mettere in atto una logica progettuale. In altri termini la preservazione del paesaggio richiede l’esistenza di sistemi locali vivi e indirizzati verso un sentiero di crescita durevole, dove amministratori ma anche residenti considerino il patrimonio locale, e dunque anche il paesaggio nel senso più ampio del termine, come una delle sue risorse fondative. Il paesaggio alpino, come tutti gli altri, è il frutto di un sistema di relazioni di antica data, oggi non più riproducibile, fra gli abitanti e l’ambiente naturale, e dei sistemi fra loro. La rottura del vecchio equilibrio richiede interventi che non possono limitarsi alla sfera istituzionale: ogni politica che non sia in grado di mobilitare, di dialogare, di capire e se necessario di promuovere trasformazioni consapevoli e consensuali negli stili di vita degli abitanti del presente, sarà inefficace. È necessario promuovere oggi una nuova forma di cittadinanza, che vada oltre il diritto-dovere del voto ma chiami i residenti anche a “prendersi cura del territorio”. Il tema degli indicatori assume, in questo complesso di elementi, una dimensione ulteriore rispetto agli schemi classici. Gli indicatori devono certo essere in grado di misurare il valore tanto dei milieu che delle reti locali che dovranno valorizzarli, tuttavia diviene di fondamentale importanza una 30 Quella torinese soprattutto, nella logica ipotizzata nel modello del Sistema

locale territoriale: Giuseppe Dematteis (1995), Progetto implicito. Il contributo della geografia umana alle scienze del territorio, Franco Angeli, Milano e Francesca Governa (1997), Il milieu urbano. L’identità locale nei processi di sviluppo, Franco Angeli, Milano 31 Scenari per il Piemonte del 2000 - Ires Piemonte - Maurizio Maggi 32 Berque A., (1990), Mediance. De milieu en paysages, Gip Reclus, Montpellier

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parallela attività di riscoperta partecipata del paesaggio che sia al tempo stesso validazione dei risultati delle misure quantitative e arricchimento delle ipotesi di ricerca dei pianificatori e del sapere esperto ma anche formazione di nuova cittadinanza e mobilitazione di idee e saperi locali, di risorse attive fra gli abitanti che possano affiancare l’azione pensata dalla pianificazione. Per questo motivo l’analisi dell’Ires Piemonte è da tempo orientata non solo alla misurazione, attraverso indicatori convenzionali o innovativi che siano, delle tipiche variabili che descrivono il territorio, ma anche allo studio e spesso alla organizzazione congiunta33 dei processi di costruzione delle reti locali, all’esame del loro funzionamento, delle risorse di cui si avvalgono e degli ostacoli che incontrano, dei nodi che occorre sciogliere per assicurarne la crescita. Questo tipo di attività richiede non solo indicatori nuovi, ma una professionalità nuova, capace di favorire e di assecondare processi fragili come quelli partecipativi, senza compromettere la chimica delicatissima che accompagna le dinamiche identitarie collettive e la formazione della leadership. È in questo contesto di ricerca, come si vede alquanto impegnativo e in parte ancora da definire in quanto a spettro metodologico, che si devono inquadrare l’uso e l’orizzonte interpretativo delle batterie di indicatori adottate. Sono state seguite due vie di analisi della situazione, una prevalentemente quantitativa e una che ha dedicato maggiore spazio alle metodologie qualitative. La seconda strada permette sia di ottenere nuovi risultati che di verificare la consistenza di quelli ottenuti con la misurazione quantitativa. La parte quantitativa dello studio si è basata prevalentemente sull’analisi del sistema socio-economico locale dell’area della bassa e media Valle di Susa e su tre batterie di indicatori: di stato, di trend e di risposta, ossia di risorse per il cambiamento. Questa parte dello studio è illustrata nel paragrafo successivo. Gli indicatori di stato hanno l’obiettivo di misurare la consistenza del patrimonio territoriale al momento attuale, utilizzando dati su base comunale concernenti la presenza di centri storici di pregio, di beni monumentali, di architetture militari rilevanti, di elementi di archeologia industriale, di beni museali, di architetture religiose di pregio. Gli indicatori di trend e di risposta hanno l’obiettivo di valutare lo stato di salute del territorio e della società locale.

Si utilizzano dati su base comunale concernenti le principali dinamiche demografiche (come spia della capacità della comunità di auto-sostenersi senza rischio di fenomeni di declino), la disponibilità di luoghi di confronto e comunicazione sociale (locali pubblici di vario tipo, sedi di associazioni), il livello di dinamismo locale (iniziative di ricreazione e spettacolo, iniziative e dimensioni dell’associazionismo, partecipazione alle consultazioni amministrative rispetto a quelle nazionali), il livello di istruzione locale (titolo di studio: percentuale di laureati e diplomati), il livello di reddito e di dinamicità dell’economia (reddito disponibile delle famiglie, numero di notai o di altre professioni “spia”, numero di sportelli bancari, rapporto depositi-impieghi). Gli indicatori di stato hanno la funzione di offrire informazioni sulle attuali condizioni qualitative e quantitative del patrimonio paesaggistico, sulla sua dislocazione territoriale, sulla sua disponibilità e fruibilità effettiva per la popolazione. Rispondono in sostanza alla domanda “Quanto patrimonio abbiamo e per quante e quali persone?”. Sinteticamente possiamo definire il patrimonio paesaggistico come un insieme di beni materiali, immateriali e delle relazioni che li legano e li integrano in un contesto riconoscibile. Fanno dunque parte a pieno titolo di questa grandezza tutti gli elementi che caratterizzano il territorio: non solo le architetture di pregio, auliche o minori, ma anche i savoirfaire locali, le tradizioni radicate e ancora vissute, nonché l’utilizzo da parte della popolazione del patrimonio stesso. Gli indicatori di Trend danno informazioni sugli elementi che incidono negativamente sul patrimonio, riducendone la qualità o la disponibilità. Rispondono alla domanda “Quali fenomeni e in che misura riducono il valore dei paesaggi culturali?”. Sinteticamente possiamo definire Trend l’insieme dei fenomeni che concorre a modificare il paesaggio diminuendone il carattere e la riconoscibilità, ovvero a indebolire l’insieme delle relazioni che legano fra loro i diversi segni delle passate civilizzazioni creando un contesto territoriale complesso. L’analisi dei fenomeni che incidono negativamente sull’evoluzione del paesaggio si arricchisce dei risultati dell’analisi 33 Nel 2002 l’Ires ha dato vita, insieme alla Regione Piemonte e alla Comunità Montana Valle Stura, al primo esperimento italiano di Parish Map, ossia di inventario territoriale partecipato (M. Maggi-D. Murtas, Ecomusei. Il progetto, Strumentires n.9, Ires, 2004), ma attività di incontro con gli abitanti nel contesto descritto sono stati avviati in diverse realtà italiane, particolarmente in Trentino, in Toscana e in Sardegna.

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SWOT, tuttavia è già possibile, sulla base delle considerazioni degli esperti regionali di settore, identificare alcuni elementi importanti. Gli indicatori di risposta offrono informazioni sulle risorse, già attive o potenzialmente attivabili con opportune misure di incentivo e orientamento, suscettibili di porre un freno ai fenomeni di pressione o comunque in grado di assicurare la messa in moto di fenomeni positivi per la tutela e la ricostituzione del patrimonio paesaggistico.

Rispondono alla domanda “Su cosa possiamo contare, oggi o in un ragionevole futuro, per migliorare la situazione?” Sinteticamente possiamo definire risposta l’insieme dei fenomeni che concorrono o potrebbero ragionevolmente concorrere ad alleviare le attività di pressione o a invertirne il segno, ricostruendo reti di segni territoriali e aumentando la consapevolezza, dei residenti in primo luogo, del loro valore.

MILIEU

TREND

Priorità di intervento

RISPOSTA

La parte qualitativa dello studio si è basata prevalentemente su attività di analisi sul campo e ha interessato due Comuni pilota dell’area già esaminata con la batteria di indicatori precedenti. L’analisi sul campo permette innanzitutto, tramite il ricorso all’esperienza locale, di verificare l’attendibilità dei risultati acquisiti con l’analisi quantitativa e la loro congruenza con le immagini e la conoscenza del territorio derivata dall’esperienza degli abitanti (interrogata tramite testimoni privilegiati). Una analisi SWOT (vedi scheda di approfondimento pag. 39), applicata a due Comuni pilota, ha permesso di far emergere i punti di forza e di debolezza del centro esaminato, tramite gruppi di confronto, costituiti in prevalenza da rappresentanti di gruppi sociali significativi a livello locale e di rap-

Forte Debole

STATO

Capitale sociale

Debole Forte Debole

Forte

Forte

Forte

Debole

Forte

Debole

Forte

presentanti di associazioni e di enti del governo locale. Questa parte dello studio è illustrata nel paragrafo successivo. Lo schema di interpretazione di riferimento Sulla base delle analisi quantitativa e qualitativa, sviluppate secondo le modalità fin qui descritte, si può ipotizzare uno schema di interpretazione articolato lungo quattro scenari principali, caratterizzati da un diverso livello di risorse, di fattori di pressione e di capacità di risposta. Per ognuno di essi è opportuno prevedere politiche differenziate. Il grafico rappresenta le quattro possibili tipologie di intervento, ovviamente da modulare opportunamente per ogni specifica realtà territoriale e della società locale. Lungo l’asse verticale (rosso) si indica il livello di organizzazione sociale e relazionale locale, lungo quello orizzontale (verde) la qualità e densità (identificabilità, coerenza…) del milieu locale.

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In questo modo si possono identificare aree “forti” dove su un milieu interessante si stanno già sperimentando forme di organizzazione sociale che le mettono in valore. Qui le politiche potrebbero essere soprattutto di incentivo e mirate a riconoscere i risultati raggiunti, a far circolare gli esempi e così via. Non è probabilmente necessario effettuare particolari investimenti, finanziari o di elaborazione progettuale nuova. All’angolo opposto esistono aree marginali dove il milieu è stato sconvolto o comunque non risulta emergere, per una serie di motivi (ad esempio anche per la scarsa percezione della società locale) e dove contemporaneamente l’organizzazione sociale (almeno sotto questo profilo, ossia quello della capacità di mettere in valore territorio e paesaggi per fini di sviluppo sostenibile) risulta debole. Qui sono forse necessarie iniziative che stimolino un maggiore sforzo in termini di progettualità, per “rifondare” il senso dei luoghi, forse anche per costruirne dei nuovi. Esistono poi aree (che Giuseppe Dematteis ha talvolta

definito “milieu senza abitanti”) dove a un territorio potenzialmente ricco fa riscontro una società debole (nel senso che non ha esperienza e capacità nel senso prima definito). Qui forse sono necessarie politiche di tutela anche tradizionale, per evitare il depauperamento di patrimoni non utilizzati attualmente ma che potrebbero rivelarsi una risorsa in futuro. Contemporaneamente si possono incentivare processi di apprendimento del valore territoriale a partire da qualche esempio di “avanguardie” locali (nessuna società locale è del tutto priva di forze endogene). Infine esistono le aree degli “abitanti senza milieu”, dove una consapevolezza del valore del territorio si è diffusa in presenza di un milieu compromesso da politiche di altro tipo o comunque di minor valore al momento attuale. Qui forse sono necessarie politiche di maggiore impegno finanziario e creativo, volte anche a sostenere processi di riconversione di determinate attività (agricole o del turismo ad esempio, ma in certi casi anche dei trasporti locali o delle costruzioni).

+ cooperazione / capitale sociale (interventi tendenzialmente endogeni e intersettoriali) abitanti senza milieu politiche di “bonifica” es. sostegno a specifici progetti di sviluppo sostenibile es. “riconversione sostenibile” di attività esistenti

aree emergenti politiche di riconoscimento es. marchi di qualità territoriale per riconoscere e incentivare l’eccellenza

- identità / milieu

+ identità / milieu

politiche di “rifondazione” es. iniziative per ricostruire il “senso” dei luoghi aree marginali

politiche di tutela es. educazione “patrimoniale” es. iniziative di riscoperta del territorio milieu senza abitanti

- cooperazione / capitale sociale (interventi tendenzialmente esogeni e monosettoriali)

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L’analisi SWOT SWOT è un acronimo anglosassone che significa Strengths, Weaknesses, Opportunities, Threats ossia punti di forza, punti di debolezza, opportunità e rischi. È una tecnica oggi molto diffusa e che si applica a molti tipi di organizzazione. L’analisi SWOT permette di mettere in evidenza i punti di forza e di debolezza interni all’organizzazione e di identificare le opportunità e i rischi presenti all’esterno, nel contesto in cui si opera. È importante essere consapevoli che i punti di forza e di debolezza sono elementi sostanzialmente sotto il controllo dell’organizzazione (con qualche limite) mentre quelli relativi all’esterno sono fenomeni di cui eventualmente avvantaggiarsi o da cui cautelarsi, ma che non possono essere modificati. – – – – –

Ecco alcune domande tipiche che si utilizzano nell’analisi SWOT. Punti di forza: di quali vantaggi dispone la nostra organizzazione per avere successo nelle iniziative in programma o che sta già attuando? Di quali competenze disponiamo? Cosa sappiamo fare bene? Punti di debolezza: che difficoltà possiamo incontrare nelle nostre iniziative? Dove abbiamo più limiti o carenze? Dove emergono di solito le nostre difficoltà? Opportunità: a quali vantaggi miriamo con le nostre iniziative? Quali altre opportunità potrebbero emergere se avremo successo? Rischi: quali ostacoli possono emergere o devono essere affrontati? Potrebbero emergere difficoltà finanziarie? Che impatto finanziario può avere una certa azione? Altre domande più specifiche possono essere definite caso per caso. La risposta a queste domande aiuta a chiarire quali sono le condizioni interne ed esterne con cui determinate azioni, progetti o decisioni devono confrontarsi. È bene sapere che alcuni aspetti possono costituire al tempo stesso punti di forza e di debolezza, così come alcune opportunità rappresentano anche dei rischi. Spesso i punti di forza sono risorse competitive, che potranno tornare utili anche in un secondo momento, mentre le debolezze sono opportunità di crescita.

2.6 La costruzione del processo partecipativo La costruzione del processo partecipativo è una prassi complessa che parte da un’analisi preliminare del contesto e delle risorse (analisi quantitativa), focalizza gli obiettivi, individua gli attori e, in seguito, definisce strategie, metodi, fasi di lavoro e tecniche operative (analisi qualitativa). Il coinvolgimento della comunità locale può manifestarsi in modi diversi in funzione degli obiettivi34 e delle tecniche per facilitare il processo di partecipazione35. In ogni caso va osservato che nessuna esperienza può essere ripetuta con le stesse modalità in un altro luogo, ma di volta in volta sono da valutare i fattori caratterizzanti il territorio; per questo motivo le tecniche di indagine e ascolto, usate in sequenze ragionate e differenti, sono le più svariate e vanno dalle ricerche alle indagini orientate (questionari, interviste), dai focus group alla consultazione su tema, dal

brainstorming e dall’osservazione diretta di carte tematiche e siti web; il coinvolgimento è spesso incoraggiato e pubblicizzato creando animazione ed eventi pubblici. Per applicare questo metodo sono state individuate due aree pilota della Valle di Susa. Per queste aree è stata preliminarmente svolta un’analisi quantitativa che ha riguardato la bassa e media Valle e una di tipo qualitativo a Bussoleno e Chiomonte dove sono state sperimentate differenti tecniche di coinvolgimento della comunità locale al fine di realizzare

34 Informazione, consultazione, costruzione dei consensi, processi decisionali, partnership, self-management. 35 Mappe, workshop sulla visione del futuro, planning for real, work book method, giurie cittadine, reti locali, consigli, drammatizzazioni, story-dialogue method, indicatori comuni, espressioni creative, giochi di ruolo, simulazioni, materiali audio visivi, problem solving.

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due manuali di indirizzi per il recupero e la valorizzazione degli spazi pubblici. Va da subito osservato che le modalità adottate differiscono in quanto tengono conto delle diverse tipologie sia di insediamento, sia di comunità locale; ma i risultati raggiunti sono analoghi. Per realizzare i due casi studio sono state contattate le amministrazioni comunali: fra i sindaci di Bussoleno e di Chiomonte e la Regione Piemonte – Assessorato Urbanistica, Pianificazione Territoriale e dell’Area metropolitana, Edilizia Residenziale – sono stati sottoscritti in data 4 marzo 2004 i rispettivi protocolli d’intesa. 40

Nell’accordo sottoscritto i Sindaci si sono impegnati a mettere a disposizione gli spazi per lo svolgimento degli incontri, assicurando l’assistenza per la realizzazione delle attività. La Regione ha messo a disposizione l’équipe di specialisti per la elaborazione dei due manuali con il metodo della progettazione partecipata. I luoghi scelti per la sperimentazione sono le borgate Meitre e Argiassera del Comune di Bussoleno, oggetto di studio del Dipartimento di Casa-Città del Politecnico di Torino, e l’insediamento storico del Comune di Chiomonte, oggetto di

studio del Dipartimento di Progettazione Architettonica e di Disegno Industriale del medesimo Politecnico. Relativamente a ciascuno dei due ambiti è stato prodotto un manuale 36. Nelle pagine che seguono sono illustrate le analisi del profilo socio-economico della bassa e media valle di Susa e le metodologie per la progettazione partecipata e la elaborazione dei manuali, illustrati nella terza parte del volume.

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La sperimentazione di un approccio su due aree campione, territorialmente limitate, presenta alcuni vantaggi: – si può contare su di una maggior sensibilità nella lettura delle specificità locali; – si ha una maggior garanzia su un adeguato grado di approfondimento delle analisi; – la risposta del “manuale” tiene conto delle risorse e necessità locali, a partire anche dalle risorse economiche e umane mobilitabili a scala locale e dalle opportunità offerte dal quadro sovralocale; – si hanno maggiori possibilità di elaborare un manuale all’interno di un processo di coinvolgimento attivo, partecipazione e condivisione dei soggetti pubblici e privati della comunità locale, in cui essi stessi si trasformano in soggetti attuatori del progetto.

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La scelta delle aree pilota La Valle di Susa rappresenta una delle principali vallate del territorio piemontese, con una lunghezza che supera i 70 km e una superficie di circa 1.300 kmq. La vallata, con orientamento est-ovest, nel tratto basso presenta ampie sezioni delimitate dal primo sistema montuoso culminante nel Musiné e nella collina morenica di Rivoli, a ridosso dell’area metropolitana di Torino. Al centro della piana, il percorso della Dora è strettamente interrelato con il tracciato autostradale. Nel tratto successivo, all’altezza di Susa, dopo un salto di quota di 200 m, la valle si restringe. Qui inizia l’alta valle: il primo tratto offre un paesaggio stretto tra alti versanti caratterizzato dalla profonda gola del corso della Dora. Nel tratto oltre Oulx la valle si biforca verso Bardonecchia e verso Cesana-Sestriere. Bussoleno si colloca nel tratto finale della bassa valle a confine con Susa, mentre, superato con ampi tornanti l’improvviso salto di quota sopra Susa, lasciato alla spalle del comune di Gravere, si giunge a Chiomonte. La scelta di intervenire su due Comuni della Valle di Susa discende dalla opportunità di raccordare gli strumenti da prevedere alla scala locale con una strategia sviluppata a livello territoriale. Per la valle di Susa, primaria vallata di collegamento internazionale tra i traffici della Valle Padana e la Francia, la Regione Piemonte ha elaborato, allo scopo di preservare e valorizzare i caratteri naturali e la ricchezza del patrimonio culturale della valle, uno specifico approfondimento del Piano territoriale regionale (PTRA). Nello strumento regionale si definiscono le azioni e gli indirizzi per un corretto recupero degli insediamenti storici, in quanto lo stato di degrado dei nuclei storici comporta la perdita di importanti testimonianze della cultura alpina oltre che un’importante occasione di sviluppo socio economico e di presidio ambientale. Le indicazioni contenute nel PTRA sono state assunte come riferimento per le esperienze di progettazione elaborate per l’insediamento storico di Chiomonte e per due borgate di Bussoleno. Nel PTRA della Valle di Susa per l’area di Chiomonte e Bussoleno sono previsti indirizzi e interventi per il recupero dei nuclei insediativi in abbandono e per la valorizzazione della struttura insediativa storica. Le proposte sono incentrate su di un recupero che rispetti il carattere, le tipologie edilizie e l’immagine complessiva dei nuclei oltre che l’ambiente circostante. Il progetto di recupero va attuato attraverso un programma, realizzato a livello di Comunità Montana, che individui priorità e modalità di recupero, soprattutto con riferimento alle infrastrutture esistenti, evitando comunque la realizzazione di interventi (in particolare viari) che compromettano paesaggio e stabilità dei versanti. Il corretto recupero dei nuclei dovrà avvenire attraverso la valorizzazione delle strutture insediative e delle tipologie architettoniche che li caratterizzano, definendo adeguate forme di controllo delle eventuali espansioni. Gli indirizzi e interventi individuati riguardano: • adozione di un sistema di incentivi per l’utilizzo dei nuclei recuperati per forme compatibili di turismo montano; • adozione di un sistema di regole comuni per conservare e valorizzare i caratteri insediativi e tipologici delle borgate su versante; • limitazione dell’attività edilizia nei versanti a favore del recupero/riqualificazione delle borgate e del patrimonio edilizio esistente; • recupero delle strade di versante con muri controterra e mulattiere evitando la realizzazione di nuove strade di versante se non strettamente necessarie per il pubblico servizio.

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BUSSOLENO

CHIOMONTE

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COMUNE DI BUSSOLENO Bussoleno è situato a 435 m sul livello del mare, 46 Km a ovest di Torino e conta 6.455 abitanti. Unico comune della bassa valle che si sviluppa a cavallo fra i due versanti, si estende su un territorio di 37,38 Kmq. Include la frazione Foresto e numerose borgate collocate su entrambi i versanti montani fra i 459 e i 1.225 m di altitudine. Il capoluogo, che sorge nel fondovalle solcato dalla Dora Riparia, è attraversato da importanti linee di comunicazione stradale, autostradale e ferroviaria che collegano la Francia con la pianura Padana attraverso i valichi del Moncenisio e del Monginevro e il traforo del Fréjus. L’esistenza del capoluogo è documentata dal 1001, e all’XI sec. risalgono il campanile e la chiesa di santa Maria Assunta; l’insediamento – e il toponimo – dovettero trasferirsi qui in data imprecisata dal luogo ancor oggi detto “Bussoleno vecchio”. Esso assunse la forma, riconoscibile ancora oggi, di rettangolo, con lato lungo disposto parallelamente alla Dora e mediana costituita dalla strada antica di Francia. L’abitato, murato, era piú simile alle villes clozes della Maurienne che a ricetti e borghi chiusi d’area padana 37. Con la costruzione della nuova strada nazionale e della ferrovia, si ebbe un’espansione della città sulla sinistra della Dora. All’epoca della prima guerra mondiale l’edificazione si espanse nel basso indritto tra la ferrovia e san Lorenzo, mentre il lato sud di Bussoleno rimase piú legato all’agricoltura 38. La tradizionale suddivisione del territorio comunale individua nella ferrovia all’indritto e nella bealera Grande all’inverso i limiti tra fondovalle e versanti. Fino all’inizio del XX secolo, la maggior parte della popolazione abitava nelle frazioni di montagna: le condizioni socioeconomiche e produttive determinavano un maggiore popolamento dei versanti, che non del fondo valle. Qui, a fine Ottocento, si insediavano le industrie, che offrivano lavoro salariato ad adulti e ragazzini; ma la residenza restava nelle borgate. Come consueto nell’insediamento montano, si riscontrano stazioni elevate di permanenza temporanea e borgate di residenza principale; le piú grandi tra queste ultime erano spesso dotate di edifici per il culto, luoghi per l’istruzione primaria invernale, attività economiche di prossimità. Con il picco demografico di fine Ottocento, si registrò la presenza di popolazione permanente anche a quote elevate. Le caratteristiche orografiche e microclimatiche facilitarono l’espansione delle coltivazioni e delle abitazioni più all’inverso che non all’indritto. L’agricoltura, praticata in forma di sussistenza, era la principale attività degli abitanti delle borgate. Oltre alla produzione di cereali, patate, latte e formaggi erano presenti la viticoltura e la castanicoltura. Attualmente l’agricoltura sopravvive come hobby. Molto praticata, fino all’inizio del XX secolo, l’attività estrattiva: il territorio di Bussoleno contava numerose cave, parecchie delle quali ad alta quota, in cui si estraevano graniti, gneiss, marmo verde… Situate in origine sui due versanti, sono oggi attive tre cave all’inverso nei pressi delle borgate Tignai e Meitre. La popolazione, in origine dedita ad agricoltura e allevamento, quindi impiegata nella ferrovia e nelle industrie locali, gravita oggi per lo più sull’area metropolitana torinese per l’attività lavorativa. La ferrovia rimane tuttavia il maggiore datore di lavoro locale. Le borgate Argiassera e Meitre sono situate, rispettivamente, all’indritto a 622 m s.l.m. e all’inverso a 614 m s.l.m. Sul versante all’indritto, più soleggiato, crescono lecci e si pratica la viticoltura; all’inverso è diffuso il bosco d’invasione e sono presenti castagneti. Già censiti nel Catasto Rabbini (1863-64), entrambi gli insediamenti erano abitati stabilmente. Con il richiamo della forza lavoro verso valle hanno subito, come le altre borgate, uno spopolamento consistente. L’abbandono è continuato fino ad oggi: i Meitre contano solo più 20 residenti e l’Argiassera 15. Non poche sono le seconde case. Entrambe le borgate sono situate a poca distanza dal capoluogo e sono raggiungibili in automobile. I sistemi di percorsi al loro interno sono per lo più transitabili solo a piedi. Sono caratterizzate da un’architettura di tipo tradizionale in pietra e legno, che ha subito rimaneggiamenti negli anni ’60-’70 del secolo scorso. Sono tuttavia ancora leggibili i caratteri originari, di cui i tetti in lose sono una delle testimonianze più evidenti. Oggi entrambe le borgate sono prive di attività.

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Luca Patria, Bussoleno com’era. Il Borgo Medievale, Bussoleno: Edizioni del Graffio, 2000. Sergio Sacco, Gigi Richetto, Bussoleno dall’Unità alla Liberazione. Gli sviluppi della Storia Nazionale e Valsusina riflessi nella microstoria sociale e politica di un paese, Susa: Melli, 1988, p. 259.

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COMUNE DI CHIOMONTE Il Comune si sviluppa su un territorio di 26,66 kmq, alla quota di 750 m sul livello del mare, a 61 km da Torino e conta 993 abitanti. Include le frazioni Ramats e Frais. Nella zona di Chiomonte e della media valle la sezione valliva ha un accentuato profilo a V, determinato dall’erosione fluviale della Dora. Muovendo dalla linea di spartiacque posta sul versante orografico destro, il territorio comunale, dopo aver superato l’incisione della Dora, si limita a occupare solo una parte del pendio in sinistra orografica. L’elemento morfologico che caratterizza maggiormente il paesaggio insediativo di Chiomonte è la terrazza di origine alluvionale su cui sorge l’antico insediamento, posta in posizione dominante rispetto all’andamento del fondovalle. L’attività della comunità di Chiomonte, morfologicamente e storicamente votata all’economia rurale, ha portato nel corso dei secoli alla conformazione di un paesaggio agricolo di grande valore e varietà. Ne sono testimonianza le opere di terrazzamento destinate alla coltivazione della vite e alla macerazione della canapa, insieme ad una fitta rete di sentieri che segnavano i versanti vallivi collegandoli ai maggenghi e agli alpeggi. Il paesaggio del versante all’indritto, esposto a sud, dove sorgono le frazioni di Ramats, è attualmente contraddistinto dai vigneti dell’Avanà, che sono stati reintrodotti in anni recenti riprendendo una produzione vinicola tradizionale, che si era interrotta nel corso dei decenni precedenti. Il versante posto all’inverso, dove sorge la frazione Frais, è caratterizzato da boschi di latifoglie (faggio e castagno) e di conifere in alcuni casi assai degradati, a causa dell’abbandono delle pratiche agricole. Le infrastrutture stradali si limitano alla sola SS. 24 del Monginevro, e alla fitta rete di percorsi che risalgono i due versanti per collegare le diverse borgate. La statale corre inizialmente in destra orografica per passare in sinistra prima di Exilles, e risalire poi sul versante con tortuose curve in direzione di Salbertrand. La ferrovia si dispone sull’inverso, dapprima affiancata alla statale e in seguito con tratti in galleria. Anche l’autostrada sull’indritto è prevalentemente in galleria, con due brevi tratti a cielo aperto su viadotto, di forte impatto nel paesaggio. L’immagine di paesaggio è pienamente coglibile dalla rete dei percorsi stradali, dalla statale e soprattutto dagli antichi tracciati di valle e di versante, alcuni dei quali interrotti con la costruzione dell’autostrada, come ad esempio, sull’indritto la storica mulattiera di connessione con le Ramats (900 s.l.m.). Le borgate e il centro storico di Chiomonte, hanno una struttura insediativa di tipo policentrico, con nuclei sparsi sui due versanti e il centro urbano caratterizzato da uno sviluppo a forma lineare lungo l’antica strada di Francia. Il principio insediativo che ha originato il centro storico di Chiomonte, sviluppatosi nel medioevo è quello della disposizione a schiera delle abitazioni lungo la direttrice infrastrutturale, la via Francigena, caratterizzato dalla continuità dei fronti costruiti, adiacenti all’asse stradale, e da un sistema di percorsi secondari trasversali disposti lungo la linea di massima pendenza orografica. La rete di questi percorsi a pettine lungo l’asse principale permetteva il collegamento dell’abitato con il territorio circostante. Un sistema insediativo, alternativo a quello di valle, si dispone più in alto, unito dalla rete dei percorsi, in posizione più soleggiata e connessa all’antica attività agricola: alcune borgate sull’inverso sopra Chiomonte e altre più numerose sull’indritto - le borgate Ramats - con nuclei a schema lineare, a fuso se su versante e a schema più compatto se su terrazzo. Di singolare valore sono le reti dei nuclei le Ramats, e in particolare il centro di Sant’Antonio che conserva ancora riconoscibili segni della tipologia edilizia di cultura occitana. L’espansione più recente ha prevalentemente interessato Chiomonte, situata nella zona di valle più aperta, nascondendo in parte la struttura urbana storica: un costruito con alternanza di tipologie diverse (case basse, edifici multipiano…), lungo la statale ed estesosi in direzione del versante e del margine del ripiano, conservando solo a tratti la visione del centro storico. Alcune borgate alte sono oggetto di sporadici nuovi interventi, spesso non coerenti con i caratteri insediativi dellle preesistenze, mentre il nucleo antico del Frais (1500 m. s.l.m.) è soffocato da una recente espansione turistica, segnata da disordine edilizio.

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2.6.1 Il profilo socio-economico della bassa e media Valle di Susa L’analisi del profilo socio-economico di un territorio di dimensioni ridotte come quelle di un comune presenta rilevanti difficoltà interpretative. Tuttavia quando una amministrazione comunale interviene nella gestione del territorio, è soprattutto con la comunità locale che si confronta e dunque le debolezze e i punti di forza relativi alla singola giurisdizione, per quanto piccola, rappresentano un elemento importante per definire, in parte almeno, le possibilità di successo di ogni eventuale iniziativa. La domanda di base cui si intende dare risposta è: la

comunità della Bassa Valle Susa dispone di risorse – umane, economiche, patrimoniali in senso lato, di conoscenze – sulle quali è possibile immaginare iniziative di ridisegno del paesaggio locale? In altri termini, se il paesaggio tradizionale, che era parte di un equilibrio oggi non più riproponibile, ha subito modifiche profonde e non sempre apprezzabili, su quali nuove attività – economiche ma anche sociali e abitative – è possibile ipotizzare trasformazioni del paesaggio locale che consideriamo adeguate alle aspirazioni e alle preferenze contemporanee? Per rispondere a questa domanda si sono considerati 8 fenomeni a loro volta derivanti da 23 indicatori.

46 Indicatori saldo complessivo della popolazione, tasso di natalità, indice di dipendenza, indice di vecchiaia n. partite Iva, n. addetti, n. unità locali produttive, rapporto depositi e impieghi bancari reddito disponibile, n. auto superiori a 2000 cc di cilindrata indice di presidio delle aziende agrarie, indice di sfruttamento agricolo del suolo, variazione dei volumi di edilizia residenziale e non residenziale (nuovi volumi e ampliamenti) presenze turistiche, presenze nelle seconde case, rapporto fra consumi elettrici di residenti e non residenti n. di insegnanti per abitante n. autorizzazioni al commercio fisso e ambulante rapporto fra affluenza alle urne per consultazioni nazionali e locali, tasso di partecipazione a movimenti economici cooperativi, diffusione di bar e locali di ritrovo Questo quadro che si rifà allo schema di indicatori statotrend-risposta tuttavia include solo una parte degli indicatori, ossia quelli ritenuti più idonei all’analisi dei casi specifici dei due Comuni pilota (Chiomonte e Bussoleno) e dell’area complessiva di riferimento (29 Comuni). Ulteriore motivo per selezionare gli indicatori deriva sia dal profilo temporale scelto (un arco temporale all’incirca decennale) che dall’opportunità di applicare strumenti di analisi già sviluppati o in corso39. Questi stessi indicatori infatti, opportunamente ponderati, sono già stati utilizzati, a scala regionale, per altri studi e hanno permesso di delineare un quadro del relativo declino o decollo dei territori del Piemonte.

Fenomeno contesto demografico produttività tenore di vita consumo del suolo attività turistica contesto sociale vitalità commerciale vitalità sociale

I primi risultati ottenuti a livello regionale sembrerebbero confermare, con tutti i limiti legati a questo tipo di analisi, l’ipotesi, più volte suggerita nei disegni di programmazione e negli scenari di sviluppo, dell’efficacia delle strategie “territoriali” basate sulle risorse endogene. Territori come le Langhe, ad esempio, o come il Monferrato, il Roero – normalmente considerati come modelli virtuosi di recupero degli elementi caratteristici del patrimonio locale rilanciandoli in chiave di sviluppo e legandoli ad aspetti di innovazione eco39 Di concerto con la Direzione Pianificazione e gestione urbanistica della Regione Piemonte (M. Maggi, E. Negro, “I caratteri culturali del territorio piemontese”, Quaderni della Pianificazione regionale, n. 18)

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nomica e commerciale – ottengono in effetti risultati relativamente elevati40, così come le aree occitane o valdesi che negli anni recenti hanno dimostrato il maggiore dinamismo sul piano della cooperazione territoriale.

mettono in evidenza performance meno concentrate geograficamente e moderatamente migliori della bassa valle.

Gli stessi indicatori, analizzati a livello di singolo comune e confrontati con l’insieme dell’area montana circostante41, possono fornire, pur con le cautele espresse in introduzione di questo discorso, alcune prime indicazioni sui punti di forza e di debolezza locali. Va chiarito che qui si è ragionato in termini di tendenze relative, quindi di andamento nel tempo delle variabili considerate (in una prospettiva inerziale) e di comparazione relativamente alla media (sempre dinamica) della bassa Valle Susa. Il confronto è quindi contemporaneamente temporale (fra gli ultimi anni del decennio e quelli precedenti) e spaziale (fra il singolo comune e il resto dell’area).

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Analisi dei risultati

Comune di Bussoleno

I risultati di sintesi mostrano una moderata concentrazione di valori superiori alla media, sempre relativamente all’area considerata e come dinamica temporale, nella media valle, a monte di Bussoleno.

Per quanto riguarda Bussoleno, il valore di sintesi ottenuto è il più basso dell’area considerata e segnala quindi un peggioramento relativo delle performance socio-economiche nel periodo all’incirca corrispondente all’ultimo decennio. Sono in particolare l’andamento demografico e produttivo a penalizzare il risultato del Comune, pur in presenza di un risultato relativamente in crescita per quanto riguarda il reddito e il tenore di vita (il che potrebbe dipendere da attività di lavoro esercitate dai residenti in ambito extra-comunale o da un aumento delle rendite). È buono invece in termini relativi (peraltro anche in valori assoluti) l’andamento turistico, dove le presenze in seconde case compensano ampiamente l’evoluzione della domanda nelle strutture alberghiere e complementari. Debole anche l’andamento relativo delle variabili legate alla vitalità sociale, peraltro parzialmente corretto se si considera l’evoluzione positiva delle presenze turistiche.

Considerando in particolare gli indicatori relativi alla demografia, al reddito, alle attività produttive ed economiche (assimilabili agli indicatori di stato) si osservano risultati di declino più accentuato nella bassa valle rispetto alla zona a monte. Analoga considerazione si desume dall’osservazione degli indicatori relativi alla partecipazione elettorale, alla vitalità commerciale e sociale o alle presenze turistiche (assimilabili agli indicatori di risposta), che mostrano risultati relativamente migliori, e con una accentuazione più marcata, nella media Valle Susa. Diversamente, indicatori quali l’andamento turistico42 o di consumo del suolo (assimilabili ad indicatori di pressione)

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Cfr. M. Maggi, “Scenari al 2010: analisi dei territori”, in Ires Scenari. Secondo rapporto biennale sugli scenari evolutivi del Piemonte, Torino, 2005. 41 Come riferimento si è utilizzato l’insieme dei comuni della Comunità montana Bassa Valle Susa e Val Cenischia, cui appartiene Bussoleno, oltre ai Comuni che assicurano contiguità territoriale con Chiomonte (Exilles, Giaglione, Gravere, Meana di Susa, Salbertrand) fino all’alta Valle, in ragione

delle evidenti differenze socio-economiche con la parte interessata dalle strutture sciistiche. 42 Il turismo, come argomentato in altra parte di questo volume, è un fenomeno ambivalente, considerabile al tempo stesso come un elemento di pressione negativa sul paesaggio ma anche come una risorsa economica e di sostegno della vitalità locale.

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Il quadro desumibile da questi dati, pur con tutte le cautele espresse in precedenza, è quello di un’area caratterizzata dai seguenti punti di forza (1 e 2) e di debolezza (3): 1.

popolazione stabile, pur in presenza di crescita nell’insieme dell’area considerata e di un tasso di natalità in forte diminuzione 2. buone performance economiche con aumento dei posti di lavoro, del rapporto impieghi-depositi e, in misura ancora maggiore rispetto agli altri Comuni, del reddito procapite (pendolarismo) 3. bassa vitalità sociale (è sestultimo per partecipazione alla vita politica locale) 48

Il rischio è che l’evoluzione economica relativamente positiva comporti un progressivo abbandono delle borgate e un’accelerazione di fenomeni tipicamente urbani, come il pendolarismo e la perdita di identità territoriale. Le opportunità consistono in parte nella promozione di iniziative di riscoperta e conoscenza del territorio da parte degli abitanti, ma anche nell’utilizzo a fini produttivi delle risorse rappresentate dalle borgate e dalle aree rurali del Comune. Da questo punto di vista sono almeno tre le nicchie da considerare: produzioni agricole di eccellenza, offerta mirata al “nuovo turismo”, nuove residenze di pregio. Ognuna di esse richiederebbe indagini specifiche dal punto di vista disciplinare e mirate al singolo territorio, alle sue risorse e potenzialità. Tuttavia è probabile che solo un uso diretto e non puramente celebrativo del territorio sia compatibile con la sua manutenzione e quindi, in prospettiva, con assetti paesaggistici nuovi e desiderabili. Comune di Chiomonte Per quanto riguarda [il Comune di] Chiomonte, il valore di sintesi ottenuto si colloca nella parte inferiore della classifica fra i comuni considerati e segnala quindi un modesto peggioramento relativo delle performance socio-economiche nel periodo all’incirca corrispondente all’ultimo decennio. È soprattutto l’andamento demografico a penalizzare il risultato del Comune. Anche se il declino del numero dei residenti sembra in accentuata decelerazione, il tasso di natalità ha mostrato la caduta più marcata dei 29 Comuni considerati mentre l’indice di vecchiaia ha registrato l’aumento più consistente (preceduto in entrambi i casi da Bussoleno).

Per quanto riguarda l’uso del suolo, la diminuzione molto forte del numero di aziende agricole (la più sensibile dopo Exilles) si accompagna a una crescita dei volumi edificati (soprattutto residenziali) inferiore alla media dell’area (debole aumento – e dunque forte diminuzione in relazione alla media dell’area – dell’imponibile ICI) e a un aumento dell’indice di utilizzo della superficie agricola. L’andamento del turismo segnala una diminuzione delle presenze in strutture alberghiere e complementari inferiore alla media e una diminuzione nelle seconde case superiore invece alla media. Il dato del turismo risulta però positivo, almeno in termini relativi, se si considera l’indicatore indiretto del rapporto fra consumi elettrici dei non residenti e dei residenti, che dovrebbe tradurre l’effettiva presenza di visitatori, anche temporanei. Gli addetti subiscono nel decennio 1991-2001 un aumento consistente, ma sostanzialmente in media rispetto all’area considerata, mentre le unità produttive aumentano ma meno della media. Reddito pro capite e tenore di vita sembrano crescere sia in termini relativi che assoluti. Il quadro desumibile da questi dati, pur con tutte le cautele espresse in precedenza, è quello di un’area caratterizzata dai seguenti punti di debolezza (1) e di forza (2 e 3): 1.

popolazione in lieve declino, aumento dell’indice di vecchiaia, tasso di natalità in forte diminuzione 2. performance economiche buone ma inferiori alla media, con aumento sia dei posti di lavoro che del reddito procapite 3. vitalità sociale migliore della media dell’area Il rischio è che l’invecchiamento demografico contribuisca a concentrare la popolazione negli insediamenti principali, determinando pressioni per modifiche architettoniche – degli spazi pubblici, dei volumi costruiti, delle infrastrutture viarie – tali da compromettere la qualità paesaggistica attuale, accelerando nel contempo fenomeni di abbandono e degrado nelle borgate più piccole. Le opportunità consistono in parte nella promozione di iniziative di riscoperta e conoscenza del territorio da parte degli abitanti, soprattutto facendo leva su una disponibilità alla partecipazione che appare relativamente buona.

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Anche in questo caso possono esistere opportunità legate alla promozione di attività di nicchia: produzioni agricole di eccellenza, offerta mirata al “nuovo turismo”, nuove residenze di pregio. La effettiva praticabilità di queste prospettive COMUNI43

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CONTESTO DEMOGRAFICO

dipende da analisi sul terreno, mirate e dimensionate sulle risorse effettivamente mobilitabili e potrebbero rientrare in una successiva fase dell’esperienza di progettazione partecipata del territorio attualmente in corso di sperimentazione.

ATTIVITA’ PRODUZIONE

TENORE DI VITA

CONSUMO DEL SUOLO

ATTIVITA’ TURISTICA

CONTESTO SOCIALE

VITALITA’ COMMERCIALE

VITALITÀ SOCIALE

SINTESI

Almese Avigliana Borgone Susa Bruzolo Bussoleno Caprie Caselette Chianocco Chiusa di San Michele Condove Mattie Mompantero Novalesa Rubiana San Didero San Giorio Di Susa Sant’Ambrogio di Torino Sant’Antonino di Susa Susa Vaie Venaus Villar Dora Villar Focchiardo Chiomonte Exilles Giaglione Gravere Meana Salbertrand

-1,39 -0,04 2,95 -2,08 -4,89 0,19 -4,48 -0,43 -1,71 -1,77 0,15 -0,37 -0,14 2,80 4,21 -0,51 -0,19 -1,70 -2,70 2,19 -3,53 4,06 -1,48 -7,00 7,66 3,62 -1,73 1,47 6,82

-0,07 1,65 -0,21 -0,32 -3,26 -1,22 -1,37 1,31 0,93 -0,47 2,25 0,59 0,22 -0,71 3,51 -2,04 0,59 -0,48 1,29 0,14 -0,52 1,08 0,17 -0,36 -2,52 0,18 -2,21 2,02 -0,19

0,43 -0,39 -0,59 -1,07 0,96 0,11 1,76 -0,29 -0,74 -0,42 -0,26 2,25 -0,13 -0,88 -0,56 -0,62 -0,26 0,41 1,64 -2,23 0,92 -1,89 0,42 0,58 -1,27 -1,01 1,54 1,30 0,28

1,23 -3,57 -1,71 -0,01 -0,79 0,29 1,42 0,48 1,02 -0,58 1,26 0,20 -0,34 -0,91 -0,04 0,74 1,06 0,68 0,03 -0,30 0,03 -0,33 0,10 -0,47 -2,31 3,24 -0,11 -0,26 -0,06

-1,06 -1,41 -2,62 -0,68 0,69 5,75 -1,27 0,80 -0,55 1,38 0,22 0,92 -0,56 0,19 -1,16 1,34 -1,81 0,59 -0,01 2,62 1,66 -0,65 0,27 1,51 -2,41 2,03 -1,13 -0,85 -3,80

-0,65 -0,59 -0,60 0,62 0,13 -0,15 0,26 -1,10 -1,12 -0,24 0,31 -0,44 -0,36 0,88 0,18 0,50 0,15 0,08 -0,12 1,54 1,06 0,27 0,02 0,65 -3,31 2,60 -0,20 0,35 -0,71

-0,13 -0,21 -0,15 0,75 -0,17 0,22 0,23 -0,95 -1,87 -1,87 -0,96 -0,94 0,44 -0,12 -0,46 1,07 -1,71 0,13 -0,13 0,07 0,40 -0,09 0,03 1,23 0,06 0,30 0,19 0,21 4,42

-5,05 -0,38 -0,77 0,25 -0,67 -0,37 -0,95 0,54 0,07 -0,70 2,39 -0,07 0,70 -1,51 -0,08 0,72 -0,28 -2,05 -0,09 -1,04 0,07 -0,40 0,14 0,41 5,15 -0,25 2,15 0,74 1,31

-0,83 -0,62 -0,46 -0,32 -1,00 0,60 -0,55 0,05 -0,50 -0,58 0,67 0,27 -0,02 -0,03 0,70 0,15 -0,31 -0,29 -0,01 0,38 0,01 0,26 -0,04 -0,43 0,13 1,34 -0,19 0,62 1,01

BASSA e MEDIA VALLE SUSA

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I primi 23 comuni appartengono alla Comunità Montana Bassa Valle Susa e Val Cenischia, mentre i rimanenti (Chiomonte compreso) fanno parte della Comunità Alta Valle Susa. I fenomeni sono misurati in valori standardizzati (media = zero).

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2.6.2 L’esperienza di progettazione partecipata nel Comune di Bussoleno

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Il Comune di Bussoleno dispone di un regolamento edilizio approvato il 19/09/2001 e non si è mai dotato di manuali per il recupero e la valorizzazione del patrimonio edilizio tradizionale. Il territorio comunale comprende, oltre al capoluogo, numerose borgate, tutte interessate, in modo più o meno accentuato, dal problema dell’abbandono. L’esperienza condotta a Bussoleno ha riguardato le borgate Meitre e Argiassera ed è consistita in un insieme di attività di analisi e progettazione, in cui hanno avuto grande importanza la conoscenza diretta del territorio attraverso i sopralluoghi e il coinvolgimento dei soggetti locali mediante la raccolta di testimonianze. Nell’arco di alcuni mesi sono stati osservati e documentati con l’ausilio dello strumento fotografico aspetti diversi del territorio, che è stato possibile cogliere solo attraverso la visita e la permanenza in loco. Alle indagini dirette del gruppo di ricerca, in alcune occasioni effettuate con esperti e conoscitori del luogo, si è affiancata la raccolta di informazioni attraverso ricerche bibliografiche e d’archivio. Nel corso di alcuni mesi si sono avuti colloqui informali con testimoni privilegiati, attraverso cui si è cercato di comprendere le borgate e il loro rapporto con il territorio comunale. Ciò ha permesso l’acquisizione di informazioni complementari alle altre attività di analisi condotte (rilievo fotografico, esame di testi, studio della cartografia storica e di mappe tematiche…). Gli obiettivi che ci si è posti con questo tipo di attività sono: – far emergere elementi che concorrono alla definizione dell’identità locale; – la memoria storica: tradizioni, cultura, attività, vita quotidiana, senza trascurare il contributo delle denominazioni e espressioni dialettali; – comprendere l’attaccamento alla borgata da parte di chi la vive e, conseguentemente, le speranze, i motivi di soddisfazione e insoddisfazione, i suggerimenti. Capire le esigenze, le difficoltà e le aspettative costituisce la base per individuare le linee di intervento più idonee per la valorizzazione;



comprendere, attraverso l’acquisizione di informazioni che può fornire solo chi vive e frequenta il posto, le potenzialità del luogo e anche i limiti posti dall’ambiente. L’intervista è stata inoltre un’occasione per verificare l’esistenza di immagini storiche (fotografie, cartoline) in possesso delle persone con cui si è interagito e per documentare con fotografie strumenti di lavoro e oggetti di vita quotidiana. Si è cercato il confronto con un mix di cittadini (stakeholder), di età differenti. Sono state raccolte testimonianze di: – membri della Giunta Comunale in carica al momento delle indagini e tecnici comunali, che hanno risposto in qualità sia di cittadini sia di figure istituzionali; – residenti (nati o meno nella borgata) e proprietari di seconde case (persone che per un certo periodo della loro vita sono vissute nella borgata, persone che hanno ereditato una casa o che hanno scelto la borgata come luogo di villeggiatura). Gli incontri nelle borgate sono avvenuti in modo spontaneo e per lo più casuale, recandosi direttamente sul posto. Le informazioni ottenute dal confronto diretto con chi vive i luoghi sono state integrate, interpretate e verificate con quelle fornite da esperti in settori diversi (agronomi, storici, linguisti…). La raccolta delle testimonianze è avvenuta sulla base di una traccia semi strutturata. Avendo come obiettivo la raccolta del maggior numero di informazioni possibile, si è ritenuto che un’intervista troppo strutturata non avrebbe stimolato l’interesse di comunicare nell’interlocutore, rischiando di impedire la trasmissione di informazioni e saperi preziosi, e, all’opposto, domande poco mirate avrebbero rischiato di favorire la dispersione delle informazioni. Sono stati effettuati colloqui con singole persone o piccoli gruppi (coppie, famiglie, conoscenti…), a seconda delle circostanze di incontro. La traccia di riferimento per l’interlocuzione è stata elaborata prendendo in considerazione aspetti diversi da indagare. In particolare, si è cercato di comprendere il legame con il luogo, la percezione da parte di chi lo vive, i rapporti con esso (attaccamento, soddisfazione, insoddisfazione, aspettative, suggerimenti, speranze…) e di conoscere attività, tradizioni, vita quotidiana, iniziative. Le domande sono state poste in modo informale, cercando di agevolarne la comprensione

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delle persone contattate. Si è cercato di evitare di creare barriere fra chi raccoglieva le informazioni e la persona con cui si dialogava, utilizzando termini di facile comprensione e non affrontando temi che creassero disagio. Poiché l’intervista è stata concepita come dialogo, si sono ritenuti fondamentali un atteggiamento di disponibilità all’ascolto e la spontaneità dell’interlocuzione. Non si è ritenuto primario l’obiettivo di esaurire, nel corso del confronto, tutti gli argomenti della traccia. Coerentemente con gli obiettivi posti con questo tipo di indagine, hanno avuto la priorità la qualità dell’interlocuzione, l’approfondimento dei singoli argomenti trattati, l’instaurazione di un dialogo aperto e partecipe. Ogniqualvolta sono emerse questioni da approfondire o ci si è accorti di non aver toccato alcuni aspetti, si è cercato, per quanto possibile, di riprendere il discorso in una successiva occasione. Tenendo conto della diversa natura delle informazioni che ciascuno degli intervistati poteva fornire, anche in ragione dei propri interessi personali, la traccia è stata adattata a seconda della situazione. Si è scelto di non ricorrere alle registrazioni (anche se ciò sarebbe stato utile per documentare le espressioni linguistiche), poiché si è ritenuto che ciò avrebbe potuto mettere a disagio l’interlocutore e togliere spontaneità alla testimonianza. Nel corso degli incontri sono stati invece redatti appunti schematici degli argomenti trattati, in una fase successiva verificati e integrati con le osservazioni dirette del gruppo di ricerca, avendo sempre cura, però, di attribuire ai testimoni quanto effettivamente detto. Alcune osservazioni sull’esperienza svolta Rispetto agli obiettivi posti, l’esperienza si è rivelata pienamente soddisfacente. L’interazione con i luoghi e con chi li vive si è dimostrata un aspetto imprescindibile per comprendere il territorio e le dinamiche che lo hanno interessato (comprese quelle in atto). La constatata imprevedibilità a priori di alcuni risultati raggiunti ha infatti messo in evidenza il ruolo determinante dei confronti e delle osservazioni dirette, che, affiancate alle altre attività di indagine, hanno permesso di ricostruire un quadro piuttosto completo della realtà locale. Il coinvolgimento e il confronto con chi abita, prende decisioni e opera sul territorio è stato fondamentale per comprendere la natura e la dimensione dei problemi, le risorse disponibili, le poten-

zialità inespresse dei luoghi, e, di conseguenza, individuare indicazioni di intervento coerenti e appropriate per favorire lo sviluppo dei luoghi. La partecipazione dei soggetti locali ha fatto emergere alcuni elementi che possono essere considerati potenzialità e che si ritiene necessario far entrare in gioco nel processo di valorizzazione del territorio. Innanzitutto si è riscontrata una certa vitalità sociale e culturale, che si manifesta con iniziative diverse: studi, organizzazione di commemorazioni, promozione della tradizione e cultura locale… Dal confronto diretto è emerso, inoltre, da parte degli abitanti delle borgate, un certo attaccamento alla propria casa e al posto in cui vivono. Non va trascurato neanche il fatto che i proprietari di case nelle borgate, un po’ per consuetudine e un po’ per la manualità di cui dispongono, sono abituati ad agire autonomamente sulla loro proprietà. Questa predisposizione va valorizzata aggiungendo al “saper fare” una consapevolezza che forse ancora manca riguardo al valore del patrimonio e alla scelta delle modalità di intervento. È cosí risultato evidente che la riqualificazione della borgate non può che avvenire a partire dalle conoscenze, desideri, necessità dei loro abitanti e dalle risorse localmente disponibili. Si segnalano, infine, l’atteggiamento di consapevolezza e buon senso riscontrati negli amministratori e nei tecnici degli uffici comunali. La modalità con cui sono stati condotti i confronti si è rivelata appropriata rispetto all’intenzione di instaurare un buon dialogo con gli interlocutori. Questo grazie alle scelte relative alle modalità di confronto e ad alcune esperienze parallele condotte: conoscere il territorio è servito, oltre che per comprendere la realtà con cui ci si doveva confrontare, anche per creare un terreno di intesa con gli interlocutori e per comprendere le informazioni da essi fornite. La scelta di un approccio informale e un atteggiamento di disponibilità all’ascolto hanno permesso inoltre di instaurare un ottimo dialogo con le persone con cui si è interloquito, che si sono sentite a proprio agio e hanno potuto parlare come desideravano degli argomenti di discussione. Fondamentale è stato non adottare uno schema rigido di intervista, ma dare spazio alle persone che si avevano davanti: in questo modo sono emerse spontaneamente informazioni che difficilmente sarebbe stato possibile ottenere altrimenti. L’esperienza ha messo in evidenza la necessità dell’interazione con una pluralità di soggetti con ruoli e competenze diverse: l’apporto fornito da ciascuno ha permesso di ricostruire, nella loro complessità, i diversi aspetti caratterizzan-

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ti il territorio e, non ultimo, di verificare le informazioni man mano raccolte. Dalla sperimentazione è emersa una metodologia di lavoro caratterizzata dalla trasferibilità e riproducibilità ad altre realtà. Il processo metodologico si è sviluppato lungo una serie di eventi programmati ma caratterizzati da una forte flessibilità necessaria per poter adattare la progettazione in progress che contraddistingue questo tipo di esperienza. 2.6.3 L’esperienza di progettazione partecipata nel Comune di Chiomonte 52

La metodologia applicata nei due Comuni si differenzia non solo per le caratteristiche dimensionali e insediative dei due nuclei storici, ma anche per la strumentazione urbanistica ed edilizia vigente. Il Comune di Chiomonte ha approvato in data 25/06/2003 un regolamento edilizio con allegata la “Guida alle soluzioni tipologiche per il recupero dell’edilizia tradizionale”. Il percorso attraverso cui il Comune è pervenuto a questo strumento prescrittivo è stato preceduto da 8 anni di sperimentazione che sono serviti ai tecnici e ai privati per acquisire una prassi nel recupero degli edifici storici. L’esito di questa fase di sperimentazione si può cogliere nell’attenzione posta nella conservazione dei caratteri storici del tessuto edilizio e negli spazi di pertinenza costituiti da piccoli orti e giardini. Scelta questa prevista dal piano regolatore che ha teso a preservare i “vuoti” lasciando inalterata la trama del tessuto storico. Lo stesso piano demandava ad un manuale le indicazioni per esplicitare gli indirizzi di qualità formale che l’amministrazione intendeva adottare. Una scelta condivisa dalla popolazione, decisa a rafforzare il senso di appartenenza ad una comunità che ha costruito la propria esistenza sulle risorse della montagna e che intende tutelare e perpetuare tali valori valorizzandoli in chiave di opportunità economica; ad esempio, facendo sistema con altri centri della valle di Susa, come per il progetto “Città d’Arte a porte aperte” promosso dalla Provincia di Torino per far conoscere e valorizzare i centri storici meno conosciuti della provincia. Risponde allo stesso obiettivo il progetto, promosso dagli insegnanti della scuola primaria, per mantenere e rafforzare la cultura locale, coinvolgendo gli alunni e le famiglie in programmi di ricerca sulla cul-

tura materiale di Chiomonte. È il caso della ricerca sulle fontane o sulle tradizioni, come quella sugli orti d’inverno: strutture tipiche per la produzione di ortaggi nel periodo invernale che sono alla base di piatti tipici della cucina locale. Il caso di Chiomonte dunque è quello di una comunità coesa e vitale in cui gli abitanti sono impegnati a mantenere e rafforzare le testimonianze della loro cultura. Il problema in questo Comune non era quello di intervenire per individuare i valori da tutelare, ma semmai di spostare l’attenzione dal centro storico a tutto il territorio, ovvero a imparare a guardare oltre il centro storico per conoscere e valorizzare il paesaggio nelle sue componenti urbane ed extraurbane. A Chiomonte è stato creato un tavolo di lavoro con i principali stakeholder sul tema del paesaggio: associazioni culturali, insegnanti, cittadini interessati, tecnici e altre figure professionali coinvolte nelle modifiche del paesaggio costruito. Il primo incontro ha avuto un carattere ricognitivo (nella forma del brainstorming). In seguito si sono svolti gli incontri di approfondimento dei punti di forza e debolezza e successivamente dei rischi e opportunità, per un totale di 6 incontri. Ogni incontro è stato suddiviso in due fasi: una fase iniziale di proposte aperte e una seconda fase di sintesi, al fine di garantire materiale utile a produrre un documento di sintesi per l’incontro successivo. La sperimentazione condotta a Chiomonte si è sviluppata tramite la realizzazione di un laboratorio di progettazione partecipata che è un insieme di occasioni e di eventi che si svolgono nei luoghi dell’abitare. È stato tenuto conto che la pianificazione degli spazi aperti deve assumere non solo e non esclusivamente una funzione tecnica e politica, ma deve essere vista soprattutto come un processo culturale che permetta di ricucire il rapporto sociale ed affettivo tra gli abitanti ed i loro ambienti di vita. È risultato determinante affiancare ad un laboratorio basato su incontri (pomeridiani e serali) uno che si può definire “di comunità”, basato su interviste, questionari, sopralluoghi, in cui i temi scaturiti dagli incontri strutturati “tornano” in strada e viceversa. Il metodo utilizzato ha quindi coniugato le analisi di tipo tecnico-razionale (questionari, interviste su soggetti campione), quelle di tipo soggettivo-emozionali (ricerca delle memorie), e figurative (luoghi definiti per istinto belli o brutti). Questo ha quindi permesso di ampliare il numero di persone coinvolte e di informazioni. La sperimentazione si è posta l’obiettivo di contribuire

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alla costruzione di un quadro conoscitivo partecipato da utilizzarsi come base del lavoro del gruppo di progettazione per la realizzazione del modello di Manuale di indirizzi per il recupero e la valorizzazione degli spazi pubblici e degli insediamenti storici. Il laboratorio di progettazione permanente Gli obiettivi del laboratorio, nell’ottica di ricercare quali sono i legami che intercorrono tra gli abitanti ed il loro ambiente, sono stati principalmente: – aumentare il grado di consapevolezza degli abitanti rispetto al proprio territorio; – riconoscere i bisogni esistenti attraverso il coinvolgimento delle persone alle attività di laboratorio (ad esempio costruzione della mappa affettiva); – coinvolgere gli abitanti che tendenzialmente hanno più difficoltà a partecipare e ad esprimere le proprie opinioni ed aspettative (ad esempio somministrazione di un questionario); – innescare il processo partecipativo all’interno dell’amministrazione comunale (per questo ai tavoli di lavoro sono stati sempre presenti tecnici, esperti e consiglieri dell’amministrazione locale). Durante gli incontri l’Amministrazione ed i tecnici hanno colto l’esigenza di informazione manifestata dagli abitanti desiderosi di conoscere progetti e future trasformazioni del territorio e degli spazi in cui vivono; a tal fine sono stati coinvolti tutti i settori dell’amministrazione (oltre all’Urbanistica e l’Edilizia, anche la Cultura, ecc.). Il laboratorio di progettazione si è sviluppato attraverso incontri, interviste, sopralluoghi ed attività specifiche con alcune componenti della comunità locale dimostratesi interessate e dinamiche come le scuole. Le attività del laboratorio si sono svolte tra febbraio 2004 e giugno 2004 e sono state curate dal gruppo di lavoro della Regione formato dal personale regionale, IRES Piemonte e Dipartimento di Progettazione Architettonica e di Disegno Industriale del Politecnico di Torino (DIPRADI). Il percorso, metodologicamente strutturato e programmato, si è sviluppato lungo una guida flessibile per la necessità di adattarsi in progress all’accrescimento di conoscenza e di consapevolezza che esso stesso genera nei partecipanti,

perché ogni momento è occasione di conoscenza e di comunicazione, di raccordo di opinioni e di idee. Esso si è sviluppato attraverso: – analisi delle risorse e del contesto di partenza; – individuazione e dichiarazione di obbiettivi realisticamente raggiungibili nei tempi disponibili; – individuazione degli attori (stakeholders) e scelta di strategie e metodi; – progettazione del percorso partecipativo: fasi di lavoro e relative tecniche, risorse, attori, sede e attrezzature; – verifica in itinere sia del processo sia del prodotto; – visibilità e gestione e dei risultati ottenuti. Durante l’incontro di concertazione con gli amministratori comunali sono stati individuati i soggetti portatori di diversi interessi che avrebbero preso parte, con ruoli differenti ed intercambiabili, al laboratorio. Il coinvolgimento è avvenuto sia tramite lettera di invito del Comune sia tramite il passaparola. Agli incontri, oltre ai rappresentanti dell’amministrazione, hanno partecipato: – alcuni abitanti di Chiomonte in quanto detentori di una conoscenza del luogo che non è ottenibile attraverso gli strumenti di indagine solitamente utilizzati dall’attore pubblico; gli abitanti sono sicuramente una risorsa fondamentale che, mediata attraverso una competenza progettuale, arricchisce il processo decisionale; – le associazioni di volontariato che costituiscono un importante settore della comunità locale, ricco di conoscenza, capacità operative e connessioni con il territorio, i suoi significati e memoria. Risultano una risorsa per la promozione della partecipazione in quanto forma già organizzata di rappresentazione degli interessi che possono essere condivisi; – alcuni appartenenti alla “comunità locale”, cioè persone che semplicemente condividono uno spazio o un luogo in quanto contraddistinti da un profondo senso di appartenenza alla comunità stessa e da un forte legame con il territorio. Si fa riferimento qui a persone che per motivi diversi (ad es. gli immigrati) non risiedono nel comune ma si identificano in modo prevalente con la comunità locale; – le insegnanti della Scuola materna ed elementare di Chiomonte.

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Una volta consolidato il partenariato (circa 10-20 persone che si sono alternate nel corso degli incontri), le riunioni sono state svolte con regolarità una volta al mese.

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Gli incontri di laboratorio sono stati strutturati in due parti: un primo momento di carattere “riflessivo-riassuntivo” allo scopo di favorire la partecipazione di tutti i presenti a cui sono seguite attività di gruppo a tema con approfondimenti e brevi interventi di carattere puramente informativo. Questa struttura è stata tuttavia di volta in volta adeguata alle peculiarità dell’incontro stesso. Le riunioni sono state gestite da “facilitatori” e tecnici esperti nelle metodologie della progettazione partecipata che ha permesso di raccogliere le esigenze dei partecipanti, di ascoltare i loro desideri e bisogni e di orientare i criteri progettuali verso le reali necessità non sempre esplicite ed evidenti e spesso contrastanti tra loro. Ogni incontro è stato preventivamente preparato dal gruppo di progettazione redigendo un programma flessibile in cui, però, fossero chiari gli obiettivi dell’incontro. Per facilitare la partecipazione, tenendo in considerazione il fatto che per alcuni la presenza è stata saltuaria, all’inizio di ogni appuntamento è stato lasciato un documento di sintesi dell’incontro precedente. Al termine della prima fase di lavoro è stato possibile ottenere una mappatura cognitiva del territorio, che sintetizza su planimetrie e fotografie quanto emerso dall’analisi e dalla riscoperta del territorio. Il laboratorio di comunità Per la fase di individuazione sia delle problematiche esistenti sia delle linee guida per la progettazione si è ricorsi ad interviste, questionari e osservazioni dirette del territorio. Le interviste hanno permesso di definire la percezione dei fattori di contesto, delle problematiche e delle esigenze ritenute prioritarie da parte degli abitanti. Di particolare interesse sono risultati i colloqui con i rappresentanti della Comunità Montana, con le insegnanti della Scuola elementare di Chiomonte e con il parroco di Chiomonte e della frazione Le Ramats. La consultazione dei dossier in occitano prodotti dagli studenti della scuola elementare negli ultimi anni (i soggetti a tema riguardano le tradizioni, la storia ed il paesaggio) sono risultati di utilità per approfondire riflessioni.

L’attività di analisi sul campo, attraverso le tecniche dell’osservazione diretta, ha contribuito alla formulazione di indicatori sia di carattere generale (funzionali, di vivibilità degli spazi, di riconoscibilità delle parti, ecc.) sia specifici di ogni luogo (le alberature ed il verde, l’illuminazione, gli spazi di sosta, di gioco, gli spazi attrezzati per attività particolari, la segnaletica, i materiali, ecc) In collaborazione con il gruppo di riferimento del laboratorio è stato predisposto un questionario somministrato ad un campione di soggetti esterni al laboratorio strutturato ma rappresentativo della realtà locale al fine di avere un’analisi della percezione soggettiva del territorio, recependo i diversi desideri e bisogni e confrontandoli tra loro. Si tratta di un questionario in cui sono riportate alcune immagini del centro storico di Chiomonte e delle sue borgate; si tratta di una sintesi di quanto suggerito dagli incontri preparatori e dall’analisi dei lavori svolti dagli alunni della Scuola elementare di Chiomonte negli ultimi dieci anni. Scopo del questionario è quello di individuare gli elementi del territorio, del sapere e delle tradizioni che hanno un maggior valore per chi li vive quotidianamente. Alcune osservazioni sui risultati dei laboratori Dalle attività dei laboratori sono nate riflessioni e idee sui luoghi per i quali e nei quali la comunità locale prova stati d’animo diversi e sulla scoperta e/o riscoperta della dimensione culturale dello sviluppo locale. Inoltre l’amministrazione comunale, la cui partecipazione ai laboratori è stata molto attiva, ha accolto entusiasticamente la metodologia di lavoro proposta. L’indagine comune delle percezioni, dei comportamenti e delle aspettative degli abitanti, nonché l’esplorazione dell’immaginazione delle persone rispetto alle caratteristiche future dei luoghi, è stata sintetizzata nella mappa affettiva che è risultato uno strumento utile per incrementare la conoscenza del territorio nel tempo e renderla comunicabile anche a chi non ha partecipato alla discussione. La presentazione del risultato alla comunità locale con la mostra itinerante sul territorio comunale ha migliorato la conoscenza e la consapevolezza degli abitanti del valore del proprio ambiente da parte degli abitanti del proprio ambiente di vita facendo riflettere i medesimi su diversità e ricchezze del territorio.

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Il processo partecipativo per la elaborazione dei due manuali –

Contatto con l’Amministrazione per verificare la disponibilità e l’interesse locale



Firma del Protocollo di intesa fra Amministrazione e Regione



Definizione, anche sulla base dell’esame del milieu locale e derivante della analisi quantitativa, del processo di progettazione partecipata più opportuno da adottare



Avvio della analisi qualitativa mediante il primo incontro di illustrazione del progetto agli esperti e agli altri attori locali interessati CASO 2: comune di Chiomonte

CASO 1: comune di Bussoleno – 56





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Incontro con il sindaco, la giunta e i tecnici comunali: esplicitazione degli obiettivi, informazioni sulla realtà locale e indicazione di persone del luogo che, per interesse diretto, hanno raccolto documentazione e, per esperienza diretta e di studio o lavoro, conoscono bene il territorio Esplorazione del territorio a piedi e in modo esteso con esperti e studiosi locali: incontro di persone e abitanti interessati e sensibili Sopralluoghi nelle borgate per individuare le possibilità e le modalità più opportune di interazione con i fruitori del luogo. Incontri con gli abitanti, raccolta spontanea di informazioni, presentazione del gruppo di ricerca. In parallelo, realizzazione di documentazione fotografica Formazione del gruppo di ricerca per acquisire informazioni sul luogo attraverso l’ascolto Programma dei sopralluoghi Raccolta organizzata di informazioni attraverso gli appunti realizzati nel corso di sopralluoghi, incontri programmati con tecnici comunali ed esperti e studiosi locali, incontri anche casuali percorrendo le borgate a piedi Organizzazione, interpretazione, verifica e confronto degli appunti degli incontri: individuazione di risorse, potenzialità, carenze, problemi delle realtà in esame e di motivi di soddisfazione e insoddisfazione, speranze, aspettative da parte degli abitanti Revisione e scambio di interpretazioni delle osservazioni effettuate nel corso dei sopralluoghi

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Esplorazione del territorio comunale con l’amministrazione e i tecnici comunali Incontro con il sindaco e l’ufficio tecnico Intervista approfondita per illustrare le finalità e lo spirito dell’iniziativa e ricavare prime indicazioni circa punti di forza e di debolezza, caratteristiche salienti, soggetti in gioco sul tema del paesaggio locale Incontro con i soggetti (stakeholders) individuati (artigiani, commercianti, professionisti, insegnanti, associazioni, coop. agricola, residenti ecc.) con l’obiettivo di un intreccio delle diverse visioni di cui ogni gruppo è portatore Formazione del tavolo di lavoro ristretto a un numero limitato di attori della comunità locale con i quali avviare una lettura dei valori e delle criticità del territorio comunale (Laboratorio di progettazione permanente) Sintesi preliminare sui punti emersi nell’intervista a sindaco e ufficio tecnico Punto di vista degli outsider (primo incontro). Gli esperti del Politecnico e dell’Ires Piemonte sono portatori di una immagine della comunità tendenzialmente “oggettiva” che non contiene ancora percezioni territoriali della comunità locale Rapporto di sintesi intermedio e proposte per il successivo incontro Incontri successivi (analisi di singoli punti di forza e debolezza nonché di elementi caratterizzanti del territorio, opportunamente illustrati con carte e fotografie) ripetuti più volte

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Raccolta sistematica, catalogazione e archiviazione delle fotografie dei sopralluoghi Definizione progressiva di ipotesi di intervento in base alle osservazioni e alle successive riflessioni sulle medesime Incontri di restituzione delle ipotesi elaborate con la Giunta Comunale e con altri interlocutori locali



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Punto di vista degli insider (incontri successivi). Lettura e analisi da parte del gruppo locale (abitanti) del materiale raccolto e riportati su una ortofoto per l’elaborazione di una Mappa condivisa dei valori della comunità (Mappa di comunità). Incontro con insegnanti locali per elaborare e organizzare la diffusione di un questionario per immagini relativo ai luoghi individuati dalla Mappa di comunità. Distribuzione del questionario ai residenti, in collaborazione con scuola, parrocchia, negozi, associazioni di volontariato, per far esprimere tutta la comunità sui valori e le criticità del territorio comunale da evidenziare sulla Mappa di comunità (Laboratorio di comunità) Prima presentazione dei risultati intermedi alla popolazione mediante allestimento di mostra itinerante sul territorio comunale

Attività comuni ai due casi studio Sopralluoghi e incontri con gli abitanti Utilizzazione cartografia per la rappresentazione culturale del paesaggio locale Dossier fotografico storico e attuale Analisi qualitativa da parte del gruppo di esperti per definire gli indirizzi progettuali Risultati Elaborazione manuali Presentazione e discussione risultati finali

2.7 La costruzione dei Manuali Nell’ambito delle esperienza di “costruzione” dei manuali di Bussoleno e Chiomonte, la messa a punto di indicazioni di intervento è avvenuta solo in seguito alla conoscenza approfondita del contesto, al fine di rilevarne risorse, peculiarità, potenzialità, ma anche problemi e necessità. La costruzione dei Manuali ha pertanto preso avvio dall’esame del territorio, avvalendosi dei contributi di tutti quei soggetti che potessero fornire informazioni significative. La redazione dei Manuali ha costituito un momento di riflessione collettiva: conoscere il contesto e individuare le indicazioni di intervento piú idonee e rispettose del luogo ha significato anche comprendere il punto di vista, le aspettative e le intenzioni dell’Amministrazione e della società civile locale, a partire dagli abitanti e dai proprietari degli edifici.

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L’analisi del contesto è avvenuta in diverse fasi: esame degli strumenti in vigore per la salvaguardia del patrimonio culturale e la verifica della loro adeguatezza; conoscenza delle condizioni che l’ambiente pone, in termini di vincoli e di risorse; conoscenza del patrimonio architettonico locale; indagine sulle attività, sulla cultura e sulle tradizioni locali; indagine sulle opinioni degli abitanti.

Nell’elaborazione dei Manuali si sono considerate l’analisi della morfologia urbana, della distribuzione degli edifici e degli spazi pubblici, dello stato di conservazione del patrimonio architettonico, in particolare dai punti di vista storico e costruttivo; la progettazione compatibile con le tecniche e le attività/destinazioni d’uso, con attenzione sia per gli edifici e i loro sistemi sia per gli spazi pubblici, gli spazi aperti e i

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manufatti che si affacciano su di essi, le reti, i sottoservizi, i manufatti sparsi. Nell’ambito delle esperienze di Bussoleno e Chiomonte si è constatato che non sarebbe stato sufficiente elaborare Manuali intesi in senso convenzionale; abbiamo pertanto arricchito i contenuti attribuendo ad essi un significato diverso e piú ampio rispetto a quello consueto, estendendo l’interesse dal costruito, e dalle indicazioni operative per gli interventi, al territorio inteso alle diverse scale e alle azioni e agli atteggiamenti per il suo recupero funzionale.

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Gli obiettivi istituzionali di tutela, conservazione e valorizzazione dei beni architettonici e ambientali, pongono inoltre il problema di impostare un processo di conoscenza del patrimonio culturale su più livelli. I Manuali sono stati assunti come strumenti per indirizzare la salvaguardia e la valorizzazione degli insediamenti storici attraverso un insieme di indicazioni di metodo elaborate sulla base di un’analisi del contesto. Si è voluto sottolineare in questo modo l’importanza della costruzione di un processo per la messa in valore degli elementi di un territorio: i Manuali non devono assumere la veste di vincoli destinati a limitare l’attività edilizia sul territorio comunale, ma porsi come scopo principale di descrivere porzioni del territorio per metterne in luce caratteri e valori al fine di sensibilizzarne la conservazione. L’intento è “educare” i soggetti coinvolti nella trasformazione (insider e outsider) a riconoscere il valore del patrimonio che hanno a disposizione e, conseguentemente, ad agire in modo da preservarlo e valorizzarlo. I Manuali hanno il compito di far comprendere i vantaggi, dal punto di vista della qualità della vita e dell’identità dell’ambiente, che derivano dal rapportarsi con rispetto e consapevolezza nei confronti del luogo. I Manuali di Bussoleno e Chiomonte non sono solo volti alla conoscenza dell’architettura, ma a documentare gl’insediamenti e la loro storia, il sistema ambientale e la sua evoluzione, gli aspetti antropologici, linguistici e socioeconomici, le molteplici espressioni della cultura materiale, che concorrono a definire l’identità di un luogo. Intendono rappresentare i problemi nella trasformazione fisica, anche in rapporto alle questioni normative, gestionali,

economiche, sociali. Nascono infatti dalla necessità di fornire risposte appropriate alle esigenze di riqualificazione e rifunzionalizzazione, a partire dalle priorità espresse dagli abitanti: vogliono essere strumenti operativi per il patrimonio culturale quale esito di un processo di sperimentazione partecipata nel quale lettura e progetto interagiscono continuamente. I Manuali propongono metodi generalizzabili a un contesto culturale e geografico piú ampio: essi intendono assumere caratteri di esemplarità e trasferibilità, sia per l’applicazione delle linee guida, sia per la gestione e il controllo dei processi di trasformazione del territorio. La decisione di promuovere e adottare un Manuale per salvaguardare il proprio patrimonio culturale spetterà al singolo Comune, ma è auspicabile che ciò avvenga nell’ambito di politiche integrate di sviluppo locale.

2.7.1 La definizione di azioni e orientamenti progettuali per la valorizzazione delle borgate Argiassera e Meitre di Bussoleno Il processo di costruzione del Manuale per le borgate di Bussoleno si è fondato su una attenta e approfondita attività di analisi e interpretazione del contesto, al fine di individuarne gli elementi che concorrono alla definizione della realtà locale. Comprendere l’identità dei luoghi ha implicato interessarsi del territorio in tutti i suoi aspetti, perseguendo una conoscenza ampia e approfondita soprattutto attraverso l’esperienza diretta. Il territorio oggetto del lavoro è stato percorso a piedi, in modo esteso rispetto alle borgate, oggetto specifico dello studio. La lettura è avvenuta avvalendosi della preziosa esperienza di studiosi locali, abitanti, operatori e frequentatori, il cui contributo è stato indispensabile per individuare aspetti altrimenti difficili da cogliere. Comprendere il territorio ha significato conoscere le attività del passato e le risorse oggi non più sfruttate (geologiche, naturalistiche, agricole, linguistiche), comprendere le cause dell’allontanamento dai luoghi ora parzialmente o totalmente disabitati, i fattori storici, sociali, culturali ed economici che ne hanno influenzato le dinamiche nel corso del tempo, le condizioni di trasformazione rispetto alle attività produttive.

La conoscenza e le metodologie per il recupero degli insediamenti storici

Da questa lettura sono emerse le criticità, che si pongono come ostacolo al perseguimento di uno sviluppo sostenibile dei luoghi, ma anche le potenzialità di un territorio ricco di risorse per lo più inespresse. Nel contesto di indagine è in atto, da tempo, una forte trasformazione rispetto alle attività produttive di tradizione (estrazione e lavorazione della pietra), agricole, industriali e della ferrovia: le cave di pietra sono state nel tempo abbandonate e ne rimangono attive tre di modeste dimensioni, l’agricoltura è praticata solo più come hobby, la ferrovia gioca un ruolo del tutto marginale rispetto alle passate opportunità di impiego. Altre condizioni di criticità emerse percorrendo il territorio sono quelle ingenerate da strumenti poco attenti, linee d’azione poco efficaci e vincoli, che hanno incoraggiato interventi poco rispettosi del contesto e l’abbandono dei luoghi. Si è osservato come, nel momento in cui vengono abbandonate le attività, ciò implichi ripercussioni su un sistema, di cui sono parte integrante gli insediamenti, che trovava il suo equilibrio proprio in una gestione attenta e responsabile dell’intero patrimonio ambientale e abitativo. Si è compreso inoltre come il cambio generazionale in atto limiti sempre più le possibilità di recupero della cultura (gli interlocutori che possono essere testimoni diretti delle attività produttive tradizionali sono in età avanzata) e quanto sia importante acquisire e valorizzare la conoscenza diretta di chi, anche se non è stato testimone diretto di tutte le attività di cui ha memoria, magari riesce a ricostruire i ricordi attraverso le espressioni dialettali.

L’indagine approfondita della realtà territoriale di Bussoleno ha permesso l’individuazione e progressiva definizione di criteri di intervento, la formulazione di ipotesi di prospettive a medio termine che, riconoscendo l’importanza di ristabilire un giusto equilibrio fra insediamenti e territorio, possano favorire il ripopolamento delle borgate, condizione indispensabile per la loro sopravvivenza.

Nell’esperienza che ha condotto alla stesura del Manuale di indirizzi per il recupero e la valorizzazione delle borgate Argiassera e Meitre di Bussoleno, si sono rivelati strumenti di analisi di grande efficacia percorrere i luoghi, osservare, documentare, ascoltare le osservazioni fatte spontaneamente dagli abitanti, essere discreti nelle conversazioni, sapere ascoltare quanto veniva raccontato. L’analisi della documentazione fotografica, in sede di catalogazione ed archiviazione, è stato l’altro strumento che, con la riflessione, ha consentito di comprendere e documentare le trasformazioni in atto e di individuare altri temi di indagine e di ricerca. Da non trascurare il ruolo che le fotografie hanno avuto negli incontri, anche casuali: hanno rappresentato la documentazione che rendeva immediatamente vero il dialogo, ne evidenziava la concretezza, stimolava l’orgoglio della identità degli interlocutori.

Nel corso delle attività che hanno portato alla definizione del Manuale è stata perseguita un’azione coordinata con l’Amministrazione e con le espressioni sociali già presenti per mettere a disposizioni strumenti e servizi che possano ricreare condizioni favorevoli.





Sono stati individuati due obiettivi prioritari: l’informazione, intesa come attività di sensibilizzazione di tutti i soggetti coinvolti e la formazione di chi decide e opera gli interventi sul territorio; il reinsediamento di uomini e attività attraverso la creazione delle condizioni che lo rendano possibile, prima fra tutte la presenza diffusa di reti di servizi.

L’elaborazione delle indicazioni di intervento è avvenuta avendo sempre presente la necessità della creazione di consapevolezza mediante la comunicazione del valore dell’identità locale in tutti coloro che vivono e operano sul territorio. Vale la pena considerare che la realtà con cui ci si è confrontati è fatta di attori per la maggior parte abituati, per consuetudine e per una certa manualità di cui dispongono, a decidere e intervenire direttamente su quanto di loro proprietà. Questo aspetto ha da subito rafforzato la convinzione della necessità di un coinvolgimento degli stessi, oltre che nella fase della lettura del territorio, nel processo di individuazione degli indirizzi di intervento. Questo anche per creare uno strumento condiviso a tutti i livelli.

Il Manuale potrebbe assumere, per la comunità, il ruolo di strumento di scambio di informazione e di esperienza per la condivisione di obiettivi che, oltre a rispondere alle priorità delle contingenze, possano confrontarsi con la tensione ad un certo equilibrio del territorio e delle attività presenti. Il Manuale vede come strumenti operativi più immediati il sostegno che l’Amministrazione può favorire per avviare la partecipazione delle sensibilità già più sviluppate.

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2.7.2 La definizione di azioni e orientamenti progettuali per la valorizzazione del territorio di Chiomonte

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Nel corso dell’ultimo decennio si è sviluppato a Chiomonte un processo endogeno di valorizzazione delle componenti naturali, culturali e ambientali del territorio. Il rilancio delle attività agricole come quella vitivinicola, il ripristino di sentieri e mulattiere, la valorizzazione dei manufatti d’eccellenza, il recupero delle borgate e la riscoperta della lingua minoritaria occitana sono i segni evidenti di una forte identità culturale radicata all’interno della comunità oltre che di una progettualità latente sul territorio. L’elaborazione di un Manuale di indirizzi per il recupero e la valorizzazione degli spazi pubblici degli insediamenti storici, in una realtà come quella descritta, non può che assumere i caratteri di uno strumento di lettura e orientamento delle azioni già in divenire sul territorio attraverso una selezione di valori e priorità, e la costruzione di regole ed obiettivi condivisi. L’identità culturale di una comunità non è solo una permanenza iscritta nel territorio ma un sovrapporsi di discorsi che corrispondono a strategie di soggetti individuali e collettivi; un palinsesto materiale e di interpretazioni; un sistema di senso condiviso costituito da forme materiali, da tracce di pratiche sociali che deve essere pazientemente svelata. Uno strumento come il Manuale di Chiomonte, animato dalla finalità di leggere un sistema territoriale e di valori deve fare i conti con discorsi già esistenti ma anche in continua produzione attraverso l’identificazione degli elementi di leggibilità del territorio (i riferimenti, i valori e i nodi di criticità). È evidente che l’estensione del campo di attenzione al territorio, nell’ambito di un processo di costruzione di uno strumento operativo, non può ridursi come conseguenza ad un semplice allargamento dei vincoli alla molteplicità dei segni da salvaguardare ma deve misurarsi con i mutamenti profondi del paesaggio, dei modelli abitativi, dei sistemi di preferenze. Un approccio autenticamente progettuale implica inoltre la capacità di comprensione del paesaggio e del territorio non solo nel senso di identificarne i siti e le risorse da conservare e valorizzare ma anche – come ha scritto Paola Sereno44 attraverso l’individuazione delle linee lungo le quali è opportuno che avvenga il suo sviluppo futuro nel rispetto e nella consapevolezza del patrimonio culturale che ci trasmette. Il progetto per la definizione di un nuovo strumento ope-

rativo per Chiomonte è stato avviato a partire da questa consapevolezza e dalla ricostruzione di un quadro critico sulle diverse impostazioni culturali, metodologiche sperimentate negli ultimi anni (vedi § 2.1 pag. 21) nell’ambito delle quali il ma-nuale è un reale strumento di conoscenza, interpretazione e valorizzazione di un contesto territoriale, dei suoi caratteri e tipicità perché inserito al termine di un processo politico, amministrativo e decisionale nel quale sono stati definiti fabbisogni e obbiettivi attraverso l’intima collaborazione di tutta la comunità. La sperimentazione condotta a Chiomonte ha avuto sin dall’inizio tra le sue finalità quella di promuovere un percorso collettivo di ricerca attraverso un progetto di comunità. L’analisi del comune di Chiomonte è stata condotta riconoscendo nel manuale il momento più alto di questo processo, l’atto cioè di formalizzazione delle regole condivise; un’opportunità di autoriflessione per la comunità; un filtro attraverso il quale ri-leggere criticamente il processo storico di strutturazione dell’insediamento, le trasformazioni moderne e contemporanee del territorio, e quindi delineare coscientemente immagini e progettualità per il futuro. Il manuale, in rapporto alla comunità di Chiomonte, assume quindi la funzione di uno specchio nel quale poter leggere la propria origine, la propria identità ma soprattutto il presente. Uno strumento che assolve la funzione di informazione critica e interpretazione dello spazio culturale; lo specchio nel quale la popolazione guarda per riconoscersi cercando la spiegazione del territorio nella discontinuità e continuità delle generazioni. Nel corso della sperimentazione attraverso la realizzazione di una osservazione retrospettiva storica e la costruzione di mappe di comunità (vedi § 4. Manuale di Chiomonte pag. 183), sono state create le condizioni per leggere il territorio e individuarne elementi di valore e criticità. L’analisi ha fornito gli strumenti per elaborare orientamenti ed azioni progettuali di valorizzazione del territorio in grado di agire sulle criticità, sugli elementi di debolezza, puntando sulla rivalutazione delle risorse e sulla promozione 44 Come riferimento si è utilizzato l’insieme dei comuni della Comunità montana Bassa Valle Susa e Val Cenischia, cui appartiene Bussoleno oltre ai comuni che assicurano contiguità territoriale con Chiomonte (Exilles, Giaglione, Gravere, Meana di Susa, Salbertrand) fino all’alta Valle, in ragione delle evidenti differenze socio-economiche con la parte interessata dalle strutture sciistiche.

La conoscenza e le metodologie per il recupero degli insediamenti storici

delle opportunità presenti su cui impostare un processo di valorizzazione. La rappresentazione dell’insieme dei simboli e valori che caratterizzano il rapporto esistenziale con la natura, la società sono stati considerati nel loro insieme in modo da creare una visione unica, integrata della cultura della comunità di Chiomonte. Un’operazione non indirizzata quindi al solo patrimonio costruito, bensì alla creazione di una base di conoscenza generale che in prospettiva possa servire a generare uno spazio locale in grado di attrarre nuove opportunità e prospettive per abitanti e visitatori. La tutela del patrimonio culturale in questo modo si trasforma in un elemento di valorizzazione dell’ambiente locale considerato nella sua complessità, diventando parte integrante ed elemento di alto valore simbolico di una strategia più ampia, indirizzata verso il futuro socioeconomico della comunità. Attraverso un confronto con la comunità di Chiomonte, sono stati individuati diversi “insiemi” poi analizzati nella fase di strutturazione del Manuale: – insiemi urbani: gli spazi aperti costituiti da vie e piazze, tracciati urbani, parcheggi, ecc.; – insiemi architettonici continui: gruppi di costruzioni o interi isolati, ecc.; – insiemi architettonici discontinui: l’architettura rurale isolata e residuale, ecc.; – insiemi paesaggistici-rurali: le colture, i percorsi interpoderali, i segni storici del territorio rurale, ecc.; – insiemi naturalistici: le sistemazioni idrauliche, sistemi vegetazionali, ecc.; – insiemi infrastrutturali: strade e infrastrutture di carattere sovralocale che interagiscono con il sistema locale, ecc. L’esito di questa operazione ha permesso una descrizione del territorio di Chiomonte da un punto di vista geografico, amministrativo, tipologico e funzionale, ma anche e soprattutto a partire dalle processualità e problematiche in atto. Sono stati analizzati in particolare: – il quadro geomorfologico e naturalistico (sistema idrogeomorfologico, sistema dei versanti: indritto e inverso, Landmarks e skyline, sistema naturalistico);

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il palinsesto del paesaggio costruito articolato in: sistema agro-silvo-pastorale (boschi, alpeggi, colture, sistemazioni idrauliche, percorsi); sistema insediativo e infrastrutturale (rete degli attraversamenti storici, principi insediativi storici, costruito storico, spazio pubblico storico, emergenze architettoniche, rete infrastrutturale contemporanea, costruito recente, strutture e insediamenti per il turismo, trasformazioni del patrimonio architettonico e dell’ambiente urbano).

Il manuale di Chiomonte è nato all’interno di gruppo di lavoro – un laboratorio permanente – in grado di contribuire, per sensibilità, senso del luogo e di appartenenza dei partecipanti, alla interpretazione del territorio e alla conservazione, nel tempo, dei valori condivisi della comunità in un processo di educazione collettiva permanente. Un’esperienza educativa di rapporto con il territorio, la cultura e la popolazione non circoscritta agli insider, ma che coinvolge al contrario anche chi in futuro si confronterà (turisti) o sarà chiamato a confrontarsi (professionisti) con i valori di questo paesaggio culturale. Queste considerazioni ci aiutano a precisare inoltre la particolare accezione del termine manuale a cui ci si è ispirati nell’ambito dell’esperienza di Chiomonte e quindi in qualche misura anche il senso e lo spirito al quale è stato informato il lavoro. Il manuale tradizionalmente inteso come strumento nel quale sono compendiate le nozioni fondamentali di una determinata disciplina per dare molti esempi da copiare, nel caso di Chiomonte, è da intendersi come un palinsesto che pone dei problemi più che insegnare delle soluzioni in senso assoluto. È strutturato cioè per far riflettere – una comunità, i turisti, i professionisti – sui valori, le relazioni reciproche, sulle opportunità di un territorio e in ciò consiste il suo valore più evidente sul piano etico ed operativo. Questo strumento è stato concepito anche come metodo per superare una involuzione fisiologica insita nel manuale, in particolare di architettura, che a partire dal secolo scorso, ha assunto la tendenza ad annullare le differenze legate alle specificità dei luoghi per trasmettere exempla, improntati ad un’immediata operatività, facendo ricorso in alcuni casi a soluzioni universali ed omologanti.

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Manuale di indirizzi per il recupero e la valorizzazione delle borgate Argiassera e Meitre di Bussoleno a cura del gruppo di ricerca del DICAS Politecnico di Torino

GRUPPO DICAS ricerche e attribuzione dei testi: Andrea Bocco (1.2., 1.4., 1.5., 1.6., 2.1., 2.3., 2.5., 3.4., 4.) Gianfranco Cavaglià (coordinamento, 0., 2.5., 3.4.) Valeria Rossetti (1.3., 2.2., 2.4., 3.2., 3.3., 3.4.) Caterina Valenti (2.3., 3.4.) con: Claudio Bonadio con Giorgio Amprimo (1.1.) Michele Cerruti But (3.1., 3.2.) Giorgio Perino (2.3., 3.1.) Marco Mazzà (2.3., 2.4., 3.4.) assistenza nelle elaborazioni e revisioni grafiche: Alessandra Unali fotografie, disegni ed elaborazioni cartografiche: Andrea Bocco, Claudio Bonadio, Gianfranco Cavaglià, Michele Cerruti But, Marco Mazzà, Valeria Rossetti, Caterina Valenti fotografia aerea (p. 66): Ministero per i Beni e le Attività Culturali – ICCD – Laboratorio per la Fotointerpretazione e l’Aerofotogrammetria (Aerofototeca) mappe catastali (p. 93): Archivio di Stato di Torino Protocollo d’intesa sottoscritto in data 4 marzo 2004 tra Regione Piemonte (Assessorato all’urbanistica – Pianificazione territoriale dell’area metropolitana e edilizia residenziale) e Comune di Bussoleno. Si ringraziano per la collaborazione: –

l’Amministrazione comunale per l’aiuto portato nell’ambito delle attività previste dal protocollo d’intesa e in particolare: Alida Benetto, Valter Bellando, Renzo Pozzallo, Giacinto Vighetti, Antonella Zoggia;



tecnici comunali, esperti e operatori locali: Giovanni Agresta, Mauro Silvio Ainardi, Enrico Amprimo, Renato e Laura Bar, Ruggero Benetto, Valerio Colombaroli, Silvano Giai, Sergio Perino, Roberto Plano e Alessandra Manina, Giampaolo Pognant, Daniela Richetto, Pierluigi Richetto, Sergio Sacco, Giovanni Vighetti, Luca Vottero;



abitanti: Graziella Alciati e nipote Andrea, Gino Amprimo, Stefano Arnaud, Sergio Beltrame, Anita Carnino e Veglia Vighetto, Giancarlo Cech e signora Bruna, Marie Anne Chambon, Annie e Tiffany Mas, Monica De Silvestro, Roberto, Lorenzo e Rossella, Michele Giai e Angiolina Peirolo, Marina Giai, Bruna e Elda Granata, Piero Grimaldi e Rosina Rizzo, Lina Mazzarello, Antonina Pitzalis e Guerrino Maestri, Spirita Regis, Ingrid Ricchetti, Ettore Richetto, Bruno Spinelli, Tilde Vighetto, la signora Gina di Campobenello e tutti gli altri di cui non sappiamo il nome, con cui abbiamo avuto il piacere di parlare;



enti e gestori di servizi: Enel di Bussoleno, Italgas di Collegno, Ente Parco Naturale Regionale Orsiera Rocciavrè di Foresto

Introduzione .

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L’uso del territorio . . . . . . Attività economiche passate e presenti Mercato immobiliare . . . . . . Strade, accessibilità, fruibilità . . . Reti degli impianti tecnologici . . . Proposte . . . . . . . . .

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71 75 79 80 83 85

2. Le borgate, lo spazio pubblico, la dotazione di servizi 2.1 Forma urbana . . . . . . . . . . . 2.2 Analisi SWOT . . . . . . . . . . . 2.3 Analisi tematiche delle borgate . . . . . . 2.4 La normativa . . . . . . . . . . . 2.5 Interventi sulle borgate . . . . . . . .

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89 89 93 97 101 105

3. Il patrimonio edilizio nelle borgate . . . . . . 3.1 Elementi caratterizzanti gli edifici rurali tradizionali 3.2 Recenti interventi edilizi . . . . . . . . 3.3 Vincoli normativi . . . . . . . . . . 3.4 Interventi sugli edifici . . . . . . . . .

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4. Nota metodologica .

1. Il territorio 1.1 1.2 1.3 1.4 1.5 1.6

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Fotografia aerea dell’ 11.08.1954

Introduzione

67 Tra abbandono e allontanamento Della montagna si parla soprattutto di abbandono, causato da condizioni di vita inadeguate se comparate con quelle possibili altrove. Intere borgate risultano disabitate. Esaminiamo le condizioni di vita in montagna là dove ancora vivono gli abitanti originari. Nonostante siano nel loro territorio, essi hanno dovuto abbandonare alcune attività tradizionali per la non corrispondenza a nuovi standard, norme o leggi, sviluppati senza sufficiente attenzione per le particolari condizioni del contesto montano. Si sono dovute abbandonare attività agricole che non sono riuscite a passare dalla sussistenza alla produttività. Hanno dovuto rinunciare alle due-tre mucche con qualche capra e o pecora, poiché le condizioni della trasformazione del latte non sono piú adeguate, la disponibilità del vitellino e dei capretti richiede pratiche e controlli sanitari, ecc.: tutte disposizioni motivate e condivisibili. Non si è pensato ad aiutare i montanari a adeguare le loro attività: sono stati costretti ad abbandonarle. Sono quindi venute meno pratiche che contribuivano al loro sostentamento. All’abbandono delle attività hanno fatto seguito: per i montanari in età non avanzata l’allontanamento dai luoghi d’origine; per quelli di età piú avanzata l’allontanamento dalle loro consuetudini alimentari per essere assorbiti dalla distribuzione industriale degli alimenti, pur rimanendo nelle loro case. In entrambe le condizioni si è verificato l’allontanamento dalle attività sul loro territorio, con il conseguente abbandono della gestione e manutenzione dei siti sui quali erano vissuti e che avevano curato per generazioni.

L’abbandono è frutto di un’azione: • esterna quando la crescita industriale richiamava forza lavoro; • interna quando la diffusione della coltivazione industriale ha eliminato dal mercato le piccole produzioni di sussistenza. Oggi l’ambiente montano non è piú considerato quale fonte di sussistenza ma soprattutto quale risorsa che dobbiamo impegnarci a mantenere. La costosa attività di manutenzione del territorio può anche dare qualche ritorno economico, ma solo nelle iniziative piú organizzate e consolidate. L’ipotesi di incentivi pubblici per la manutenzione del territorio non può che essere temporanea per invertire un processo che non può piú essere accettato: non si possono destinare risorse maggiori di quante se ne possano poi trarre, se non per l’innesco di nuove strategie. Per continuare a essere risorsa, l’ambiente deve essere tenuto in modo adeguato e il suo valore si mantiene, cresce, si evolve nella continuità della trasformazione: lo documentano tutti quei casi nei quali ciò si è verificato. Se si verifica l’abbandono, l’ambiente perde valore, si deteriora; e l’impegno necessario per il suo recupero diventa tanto piú grande quanto maggiore è stato il periodo di trascuratezza. L’ambiente è la rappresentazione delle attività presenti, non può essere concreta l’ipotesi che esso possa essere mantenuto come un costoso giardino: la sua salvaguardia dipenderà dalle attività che potranno essere ricollocate. Non si tratta di proporre, con atteggiamento di nostalgia,

Introduzione

68

attività della tradizione, ma di pensare a nuovi modelli di sviluppo che possano essere anche economicamente autonomi con l’aiuto delle conoscenze ed esperienze di tutti i soggetti. Le colture di un territorio alpino non potranno avere la produttività di quelle intensive della pianura, ma loro caratteristiche potranno essere esaltate dalle specificità dei siti. Considerazioni che si legano a nuove strategie economiche: « Le politiche che promuovono la crescita tendono ad essere strettamente legate al contesto in cui avvengono » scrive Dani Rodrik, economista 1. Le attività di mantenimento dell’ambiente non possono e non devono essere un onere ma devono diventare un contributo per un nuovo equilibrio. Tali attività offrono inoltre, solitamente, energia rinnovabile che deve però essere resa disponibile per la trasformazione; ciò richiede affinamento di attrezzature piú piccole e attuali. Per indurre queste nuove attività ci deve essere un forte supporto organizzativo. • • •

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In sintesi: la logica della sola produttività è limitante per tutti i contesti che perdono interesse produttivo l’abbandono crea danni e le condizioni migliori per la diffusione degli incendi il processo di rinaturalizzazione, forse positivo sui tempi lunghi, implica la perdita del patrimonio di lavoro fatto per renderlo produttivo i terreni abbandonati diventano un costo per la società e uno spreco di risorse il recupero dei terreni abbandonati avviene solo con la presenza di attività le attività possono essere molteplici: tradizionali o nuove.

Le sopra esposte considerazioni sono coerenti con i grandi scenari con cui si confronta lo Schema strategico per la Valle di Susa 2: « la grande transizione economica e socioculturale che ha svuotato la montagna, destabilizzando equilibri secolari, interrompendo le cure tradizionali del territorio e avviando nel contempo processi inaspettati e non sempre auspicabili di rinselvatichimento »; « la fruizione turistica delle risorse naturali e ambientali »; e con alcuni degli assi intorno ai quali sono organizzate le proposte del medesimo Schema strategico: « la manutenzione del territorio, in termini soprattutto di difesa del suolo, di tutela della biodiversità, di riqualificazione paesistica e di consolidamento delle identità locali »; « lo sviluppo sostenibile del territorio, in termini

soprattutto di riconversione e rafforzamento dei sistemi economici locali, di diversificazione e qualificazione del turismo, di rivalorizzazione dello spazio rurale, di riorganizzazione dell’assetto insediativo e infrastrutturale in vista di una nuova abitabilità della montagna ». Gli oggetti edilizi che costituiscono il patrimonio da salvare e da rendere effettivamente utilizzabile non sono l’esito di un progetto ma di un processo che si è interrotto. Non ha senso ipotizzare di agire solo sugli oggetti: necessita agire per riportare attività e vita in questi contesti montani. Non sappiamo come saranno gli oggetti edilizi che ne deriveranno: possiamo pensare che anch’essi saranno l’espressione delle attività che vi si svolgeranno. La salvaguardia degli oggetti edilizi, quale espressione di un modo di vivere del passato, può assumere il ruolo di testimonianza museale di una società che non c’è piú e possono essere completati con le attrezzature domestiche e di lavoro di quella società 3. Ma per riportare la vita in montagna le azioni devono essere altre. Gli interventi che, per sintesi, denominiamo oggettuali, in quanto agiscono sulla forma dell’oggetto e non sul processo che lo produce, possono portare solo a risultati temporanei e non produttivi rispetto ai problemi che si devono risolvere. Prima di occuparci della borgata o del singolo edificio dobbiamo considerare tutte quelle questioni che non ne permettono o non ne rendono sostenibile l’uso. L’approccio oggettuale è l’espressione di quel processo che ha alterato l’equilibrio precedente e sembra volere attenuare i risultati che ne sono derivati. Non è questa la strada: è una via di spreco e falsità. Le case agglomerate in piccole borgate, raggiungibili a volte con qualche difficoltà, sono la straordinaria testimonianza di esperienze di vita che devono stimolarci a soluzioni che possano mantenere nel tempo quei valori di compatibilità ambientale che ora rischiano di risultare compromessi.

1

Dani Rodrik, “I Pil fioriscono nella diversità. Non esiste una sola ricetta per garantire la crescita di un paese. Le tesi controcorrente di uno studioso di Harvard ”, Il sole-24 Ore, 3 ottobre 2004, p. 34. 2 Qui e in altri passaggi del presente testo si fa riferimento a: Regione Piemonte – Assessorato urbanistica pianificazione territoriale e dell’area metropolitana edilizia residenziale – Direzione pianificazione e gestione urbanistica, Piano Territoriale Regionale. Approfondimento Valle di Susa. Relazione di sintesi degli studi preliminari, Torino: Regione Piemonte, luglio 2002. 3 Un esempio è costituito dal Museo Svizzero all’aperto della Cultura Rurale (Ballenberg), Brienz (BE).

Introduzione

Le borgate di versante appaiono sia una testimonianza recuperabile della cultura materiale e della tradizione locale; sia un patrimonio da conoscere per pensare al futuro. Il gruppo di lavoro DICAS, ascoltando abitanti ed esperti locali, ha cercato di comprendere le difficoltà e le potenzialità del territorio: le costruzioni, la vita, le attività che in esse e intorno ad esse si svolgevano. Come il territorio in cui si trovano, anche le costruzioni per sopravvivere devono essere vissute. Le Amministrazioni si esprimono con norme, regolamenti. Non serve vincolare oggetti inanimati, quali espressione di una cultura: dobbiamo salvaguardare qualcosa di piú ampio. Un “manuale” con precise istruzioni operative non avrebbe senso. Questo contributo espone i risultati degli studi condotti sul territorio, contiene la documentazione dell’esistente interpretato ed appunti operativi alle varie scale. Uno degli obiettivi che esso intende perseguire è favorire la consapevolezza delle origini, importante per l’autoconsiderazione e per avviare una nuova generazione di interventi. Siamo persuasi del valore del documentare l’esistente al fine di leggerlo, interpretarlo, renderlo noto e preservarlo. Senza conoscenza non c’è intervento consapevole. La consapevolezza aiuta a evitare interventi che distruggano o alterino gravemente il patrimonio.

Le attività da prevedere per le borgate, non possono essere quelle del passato; sono da prevedere destinazioni d’uso coerenti con scenari socioeconomici sostenibili. L’IRES Piemonte suggerisce 4: • attività economiche e produttive compatibili con scenari locali di sviluppo; • attività terziarie di appoggio al turismo; • residenza, non solo temporanea, a 40 minuti dal centro della città: i potenziali abitanti delle borgate recuperate potrebbero mantenere il proprio lavoro.

69

4

vedi pag 48.

1.

Il territorio

71 L’attuale stato del territorio di Bussoleno deriva dal suo utilizzo agro-forestale e dal successivo abbandono nella fase di sviluppo industriale del secolo scorso. Sta proseguendo la ricolonizzazione da parte del bosco di notevoli zone di ex coltivi e di ex pascoli. Questa evoluzione può essere testimoniata dal confronto tra una situazione di uso del territorio passata ed una attuale. Gli strumenti utilizzati per questo tipo di analisi sono stati il Catasto Rabbini (1864), la carta IGM (1881-1929, 1964) e le carte attuali: Carta Tecnica Regionale, Carta Uso del Suolo, Piani Territoriali Forestali, oltre che alcune fotografie aeree (1944, 1954, 2000).

Con opportune tecniche di elaborazione, si è realizzata una carta dell’uso del suolo di Bussoleno sulla base dell’attuale Carta Tecnica Regionale contenente i dati tratti dal Catasto Rabbini (1864), che fotografa il momento di massima antropizzazione della valle. La carta è stata focalizzata sulla fascia centrale del territorio, dalla latitudine della borgata Argiassera a nord fino a quella della borgata Meitre a sud [fig. 1.03]. Tutto il territorio – sino alla quota di 1000 m e anche piú – era utilizzato per la produzione agricola. Grandi opere (terrazzamenti, canalizzazioni, ecc.) erano state realizzate per sfruttare al massimo il terreno disponibile. Alla sinistra orografica della Dora (indritto), c’era una preponderanza di prati nella zona tra il fondovalle e i 500 m.

[fig. 1.01]

[fig. 1.02]

1.1. L’uso del territorio

Il territorio

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Urbanizzato Corso d’acqua Rivaio di gelsi Ferrovia Campo Prato Viti Frutteto Piante fruttifere Giardino/Orti Orti Pascolo Castagneto Bosco Bosco ceduo Bosco resinoso Ripa Cespugli/Macchia Cespugli/Ortaglia Incolto/Grillaja Grillaja Rocca Rocca/Ghiareto Informazioni non acquisite Area di studio Meitre Area di studio Argiassera

Uso del suolo. Catasto Rabbini, 1863-64. Elaborazioni DICAS

[fig. 1.03]

Il territorio

Si coltivavano segale e vite fino a circa 1000 m. Nella zona dell’Argiassera 5 era significativa la presenza di pascolo e di boschi cedui. Ancora oggi troviamo, anche se sporadici, mandorli e ulivi, grazie alla concomitanza di fattori microclimatici favorevoli: esposizione in pieno sud, presenza di grandi masse di roccia, tenore bassissimo di precipitazioni. All’inverso, invece, c’erano campi coltivati nelle zone piane e vigne sui conoidi dei rii Gerardo e Pissaglio; una presenza notevole del castagneto da frutto nella zona dei Meitre e nell’immediata vicinanza dei boschi cedui; quindi, dove la pendenza si accentua molto, bosco misto con ampie zone di ceduo di castagno, e, ancora piú in alto, fustaie di conifere e pascoli dov’era molto praticato l’allevamento. Ai Pinetti, a circa 1000 m di quota, si coltivavano patate, grano, segale, ortaggi. Con l’avvento dell’industrializzazione, e in misura sempre piú rilevante dall’ultimo dopoguerra, la pressione sul territorio iniziò a diminuire a seguito di uno spostamento verso il fondovalle della popolazione. Vennero abbandonati quasi subito i coltivi meno fertili, che in breve furono ricolonizzati dai boschi pionieri. Con il passare delle generazioni l’agricoltura ha subito un grosso rallentamento tanto che oggi anche in fondovalle si hanno colture sempre meno intensive: il terreno che era utilizzato come seminativo è diventato prato, spesso non piú irriguo, il prato è ora utilizzato come pascolo, le zone di coltivazione marginali sono ora colonizzate dalla vegetazione spontanea e quelle di piú antico abbandono sono ormai boschi d’invasione maturi. La coltivazione dei castagni da frutto, tuttora praticata specie all’inverso, è soprattutto legata alla passione di proprietari che non vogliono perdere quello che un tempo era un’importante patrimonio famigliare. La superficie a castagneto coltivato è ora estremamente ridotta rispetto a un tempo, benché esista ancora una quota di produzione destinata al mercato, anche grazie ad attività commerciali locali. Negli ultimi decenni c’è stata una certa ripresa della coltivazione grazie a nuove tecniche fitosanitarie esito della ricerca scientifica e a contributi pubblici a sostegno di un’attività che presenta riscontri positivi nella gestione dell’ambiente. Gli appezzamenti non piú coltivati sono stati invasi sia dal bosco misto sia da conifere [fig. 1.01, 1.02]. Senza l’irrigazione e altre cure colturali, i vecchi esemplari di castagno tendono ad essere sopraffatti dalle malattie fungine. Molti degli antichi castagneti sono ormai boschi, spesso già ceduati per produrre legna da ardere. Si ha quindi un ritorno del bosco che si riappropria dei terreni da cui era stato eliminato dall’uomo [fig.1.04],

73

Costruito Acqua Improduttivo Zona di coltivazione Scarpata Zona boscata Non definito

Curve di livello Area di studio Meitre Area di studio Argiassera Uso del suolo. Carta Tecnica Regionale, 1991. Elaborazione DICAS

5

In tutto il testo, sono state adottate le consuetudini linguistiche locali, accompagnando i toponimi con l’articolo (“l’Argiassera”, “i Meitre”, ecc.).

[fig. 1.04]

Il territorio

[fig. 1.05]

[fig. 1.06]

74

[fig. 1.07]

anche se per il momento è ancora leggibile il sistema di terrazzamenti creati per la coltivazione dei terreni. I terreni posti nelle vicinanze delle due borgate oggetto di approfondimento sono in parte coltivati (orti o vigneti: tutti quelli che vi abitano coltivano un pezzo di terra), mentre i piú distanti risultano in parte in stato di abbandono a causa delle non piú praticate attività agricole e, come per gli immobili, del frazionamento e dell’attaccamento alla proprietà (non c’è intenzione di tenere puliti i terreni, ma non c’è neanche la disponibilità a cederli a chi se ne occuperebbe), che ne impediscono una buona gestione. Alcune vigne sono ancora coltivate per reddito (la viticoltura e la vinificazione risultano oggi attività in ripresa da parte di privati), ma anche questa attività è per la maggior parte gestita per passione e per produzioni famigliari. L’abbandono delle attività agricole è pressoché totale: questa tendenza è destinata a peggiorare a causa della progressiva scomparsa delle persone che ancora le praticano. Attualmente sono pochi gli agricoltori attivi sui versanti

[fig. 1.05, 1.06] e anche sul fondovalle. Alcuni sono allevatori e produttori di latte che, data la disponibilità di terreno in pianura, non risalgono piú alle malghe nel periodo estivo. All’inverso, alcuni alpeggi sono ancora monticati (Balmetta vecchia e nuova, Balmerotto): si supera abbondantemente il centinaio di capi [fig. 1.07]. Il latte prodotto è venduto, non c’è produzione casearia locale. Negli ultimi trent’anni l’agricoltura o anche solo lo sfalcio dei prati è diventata un’attività spesso gestita part time e quindi sempre piú affettiva che economica; i costi sono infatti troppo elevati rispetto alla rendita. Tra l’altro, la coltivazione di orti, seminativi e frutteti, è minacciata da cinghiali e cervi, che provocano danni alle colture e costringono a innalzare alte recinzioni per la difesa. Persone con occupazioni lavorative diverse dedicano il proprio tempo libero alle pratiche colturali e grazie a loro si trovano ancora oggi in alcune zone quei tratti di paesaggio agro-forestale che caratterizzava la valle nel secolo scorso e che ha contribuito alla salvaguardia dei versanti.

Il territorio

1.2. Attività economiche passate e presenti Le attività non di sussistenza tra fine Ottocento e il recente passato risultano le seguenti: Produzione vitivinicola: all’inverso si trovavano le tòpie, all’indritto filari bassi a Guyot. Sui pendii terrazzati, le viti erano poste sul lato a monte, a ridosso delle pareti di pietra, per sfruttare il calore da esse immagazzinato (sul lato a valle del terrazzamento c’era un altro filare su tòpia bassa). Tale proprietà di accumulo è sfruttata anche da vigne addossate a pareti di roccia. All’Argiassera, dove i filari erano ravvicinati, le viti venivano coltivate basse, mentre sul fondovalle erano piú alte [fig. 1.08, 1.09, 1.10, 1.11, 1.12]. I pali delle tòpie erano di legno di castagno o di larice. I paletti in pietra, ancora visibili in molte vigne, erano monolitici e piuttosto fragili. In epoche recenti, sono stati invece adoperati elementi prefabbricati in cemento e riutilizzate traversine ferroviarie. « Il vino di Bussoleno era assai pregiato nei tempi che la cosiddetta crittogama non aveva ancora prodotto tanta strage nelle viti, e formava oggetto di esportazione nella vicina Savoia. Ora questo prodotto è piuttosto scadente 6». Fino alla seconda metà dell’Ottocento c’è stata produzione vinicola specie all’indritto. Fino al 1957, quando ci fu un’alluvione, da Chianoc fino al fondovalle era pieno di vigne. All’inverso, i prodotti agricoli destinati in prevalenza al mercato erano le castagne e i marroni.

La castanicoltura era un tempo molto estesa, specie nella zona di Castello Borello, a Mattie e San Giorio. Nei castagneti era diffuso il pascolo e lo sfalcio dell’erba per il bestiame [fig. 1.13]. (Segue a pag. 78).

Elementi dell’ambiente costruito (tavola fotografica pagg. 76-77) Il territorio è disseminato di segni lasciati dall’uomo nel corso del tempo: indizi caratterizzanti della cultura materiale tradizionale od originati da recenti necessità. Ciascun segno è espressione del contesto storico, sociale, economico e culturale, poiché è esito di scelte legate alle risorse, alle possibilità, alle necessità, alle consuetudini. Non sempre i segni rilevati si inseriscono in modo opportuno nel contesto: accanto a opere che derivano da una tradizione di conoscenza e di rispetto dell’ambiente e di uso delle risorse locali, si riscontrano elementi che hanno un forte impatto ambientale a causa di scelte poco attente, come per esempio quelli che fanno parte delle reti di fornitura di servizi. 6

C.F. Lazzarini (1872), in Sergio Sacco, Gigi Richetto, Bussoleno dall’Unità alla Liberazione. Gli sviluppi della Storia Nazionale e Valsusina riflessi nella microstoria sociale e politica di un paese, Susa: Melli, 1988, p. 257.

[fig. 1.08]

[fig. 1.09]

[fig. 1.10]

[fig. 1.11]

[fig. 1.12]

[fig. 1.13]

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Elementi dell’ambiente costruito

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Elementi dell’ambiente costruito

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Il territorio

[fig. 1.14]

[fig. 1.15]

[fig. 1.16]

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[fig. 1.18]

[fig. 1.19]

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Nel passato, in particolare sul versante all’inverso, aveva grande rilievo l’attività di estrazione e lavorazione della pietra. All’inizio si trattava di un’attività spontanea. Gli imprenditori comparvero con la Torino sabauda; la comunità appaltava le cave affidandone la coltivazione a privati. Bussoleno divenne insieme con San Giorio il principale centro valsusino dell’attività estrattiva; le cave erano tantissime e lo gneiss ivi prodotto era commercializzato a qualche distanza (vi furono costruiti molti edifici di Torino). La cava della Fugera era proprietà di casa Savoia; l’apprezzatissima pietra verde ivi cavata veniva tagliata in una segheria ad acqua, sita a monte delle Grangie 7 [fig. 1.14] . Alcune cave giunsero a impiegare cento scalpellini; tra Sette e Ottocento lo sviluppo dell’attività estrattiva favorí lo sviluppo dell’insediamento umano sia sulla linea pedemontana di Foresto sia, ancor piú, nella Traversa 8. Qui, ancora all’inizio del XX secolo, una parte rilevante della popolazione maschile lavorava almeno saltuariamente come scalpellino o trasportatore 9. I contadini hanno lavorato nelle cave fino a quando non hanno trovato lavori meno pesanti nell’industria, per essere poi rimpiazzati da immigrati veneti, sardi ed elbani. Le cave sono state chiuse intorno al 1974 per l’insoddisfacente rapporto tra costi e ricavi: a Luserna, infatti, le cave sono in basso e dunque il loro prodotto è piú facilmente trasportabile; inoltre, questa pietra è facilmente sfaldabile in lastre fini. Qui invece non ci sono vene: la pietra deve essere

segata [fig. 1.15]. Oggi sono attive solo tre cave, tutte nella zona dei Tignai, una sola delle quali continua la tradizione di estrazione e lavorazione in situ della pietra. Un’altra attività economica legata all’estrazione era la produzione di calce, praticata con modalità protoindustriali nella zona tra Foresto, Susa e Meana, dov’erano collocate cave e fornaci 10. Inoltre fino a fine Ottocento vi era una produzione per autoconsumo per esigenze edilizie locali 11. Sono riconoscibili i resti di alcune di queste piccole fornaci, che producevano la quantità necessaria per due/quattro costruzioni [fig. 1.16]. Con la calce cosí prodotta è costruita gran parte degli edifici tradizionali rurali; solo dall’inizio del Novecento si è preso ad acquistare la calce prodotta industrialmente in zolle, che veniva poi sciolta e stacciata nella rete. Poiché la calce costava, veniva mescolata con molta sabbia (spesso povera di silice): questa è la ragione per cui, in alcune murature, si osserva uno sgretolamento del legante. 7

Vedi G. Casalis, Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, Torino: Gaetano Maspero, 1850, vol. XX, p. 772-776. 8 Il toponimo Traversa indica l’area dell’inverso, compresa all’incirca tra i 590 e i 650 m s.l.m., in cui si concentra un grande numero di borgate (tra le quali Tignai, Meitre, Bessetti, Baroni), a poca distanza l’una dalle altre. 9 Sergio Sacco, Gigi Richetto, op. cit., p. 65-66. 10 Maria Grisa, “I forni di calce in Valsusa”, Raccontavalsusa, 1999, p. 231 sgg. 11 Vedere Paolo Gras, Valerio Tonini, Le valli di Susa. Il bacino della Dora Riparia, Torino: Il Capitello, 19912.

Il territorio

All’indritto, la sabbia era cavata dai sedimenti morenici: spesso nel fare le fondazioni si ricavava la sabbia utile per la costruzione delle case. Il secondo livello di cantina spesso è scavato nel sedimento morenico. Poco sopra l’Argiassera, verso ovest, sono visibili piccole grotte artificiali, residuo di scavi per l’estrazione della sabbia [fig. 1.17]. Nel fondovalle e all’inverso, la sabbia era invece cavata dalla Dora e dai rii; questo lavoro era particolarmente praticato durante l’inverno, quando l’attività edilizia era sospesa. Già in età medievale, sono documentati quattro mulini: due alla Ravoyra, due nel borgo murato 12. Nell’Ottocento l’energia idraulica (tratta da canali già irrigui o da nuove derivazioni dalla Dora Riparia) permise l’insediamento e lo sviluppo di vari opifici meccanici 13, tra i quali spiccarono la ferriera Ferro (poi Colano) e il cotonificio Wild & Abegg (poi Valsusa), ciascuno dei quali forní centinaia di posti di lavoro fino a pochi decenni fa. Bussoleno per molto tempo è stata un grosso nodo ferroviario, che ha richiamato gente anche dal Veneto e dal Sud Italia. Un tempo la ferrovia contava oltre mille lavoratori, ora ne è rimasta forse una settantina. L’officina ferroviaria era una delle migliori d’Italia. Da qualche tempo, il deposito è stato trasferito a Orbassano presso lo scalo smistamento. Nei secoli Bussoleno traeva profitto dalla posizione lungo la strada internazionale (via antica di Francia) e dalla fiera franca annuale di san Luca. Le attività commerciali, già concentrate nel Borgo Chiuso, si spostarono oltre Dora con la costruzione della strada Nazionale, eseguita nell’anno 1822 sul versante orografico sinistro 14. La ferrovia favorí ulteriormente lo sviluppo di alberghi, caffè e osterie 15. La costruzione di vie di comunicazione che evitano il centro abitato (prima tra tutte, l’autostrada del Fréjus), oltre che la piú generale crisi del commercio al dettaglio, ha però comportato un pesante ridimensionamento quantitativo e qualitativo dell’offerta. Infine, va citata l’attività escursionistica: « La zona di Pian Cervetto era fin dalla seconda metà del secolo [XIX] molto frequentata dagli appassionati di montagna ». Nel 1895, al Rio Secco, esisteva un’osteria, la Cantina del Pino, gestita nel periodo estivo; la Cantina dei Passeggeri, al Pian Cervetto, fu aperta nel 1898 [fig. 1.18]. « Con l’apertura nel 1904 dell’Hotel del Pian Cervetto la località si trasformò rapidamente in un apprezzato luogo di villeggiatura » 16, dotato di servizio di trasporto con vetture e muli. L’hotel è chiuso da decenni: a parte i rifugi Amprimo e Toesca [fig. 1.19], costruiti negli anni Trenta a poca distanza uno dall’altro, tutta la montagna di Bussoleno è oggi priva di strutture di accoglienza turistica. I due rifugi sono aperti stagionalmente, e sono frequentati piú

come appoggio durante escursioni giornaliere o plurigiornaliere “in verticale” che lungo itinerari “orizzontali” lungo la valle di Susa (quali ad es. il cd. “Sentiero dei Franchi”) o circolari attorno al massiccio Orsiera-Cristalliera-Rocciavrè. Entrambi sono situati all’interno del Parco Naturale Regionale Orsiera-Rocciavrè, istituito nel 1980. Nell’orrido di Foresto, incluso nell’omonima Riserva Speciale, è infine praticata attività di arrampicata sportiva (palestra di roccia). Si tratta tuttavia di un’attività “mordi e fuggi”, priva di ricadute sull’economia locale. La produzione di legname, utilizzato sia per la rinomata produzione locale di botti di castagno e rovere 17, sia esportato per l’edilizia (vi furono realizzate le capriate per le fabbriche torinesi d’età filibertina): in questo caso, esso veniva condotto al porto fluviale sotto la cappella di sant’Antonio, dove si formavano i radelli che per fluitazione avrebbero raggiunto lo scalo di Alpignano 18. Oggi è ancora praticata attività di intaglio e lavorazione manuale; si tiene annualmente la manifestazione Bussolegno. Il carbone di legna era prodotto da alcuni boscaioli specializzati nelle piazze carboneire, luoghi nei boschi in cui ancora oggi non cresce nulla perché “la terra è cotta”19. Generalmente si bruciavano nocciolo e faggio; la legna utilizzata per la produzione del carbone era di piccole dimensioni. Dopo la cottura, il carbone era trasportato a valle con la lesa; dal fondovalle su carro verso la destinazione finale. 1.3. Mercato immobiliare Alcuni degli edifici non utilizzati e in stato di abbandono sono in vendita e nel caso della borgata Meitre a prezzi molto bassi. All’Argiassera c’è una certa richiesta, quindi il valore delle case è maggiore che ai Meitre: « quando una casa viene messa in vendita va via subito ». La svendita di alcuni edifici rischia di richiamare acquirenti motivati unicamente dal prezzo e non interessati o impossibilitati per mancanza di mezzi a prendersi cura dell’immobile. Gli operatori del settore riferiscono che, mentre per le borgate basse piú vicine al capoluogo c’è un certo interesse, la 12 Luca Patria, Bussoleno com’era. Il Borgo Medievale, Bussoleno: Edizioni del Graffio, 2000, p. 83. 13 Sergio Sacco, Gigi Richetto, op. cit., p. 258. 14 Ibidem, p. 56. 15 Ibidem, p. 258. 16 Ibidem, p. 228-229. 17 Luca Patria, op. cit., p. 75. 18 Ibidem, p. 31-33. 19 Vedere Guido Mauro Maritano, “I carbonai”, Raccontavalsusa, 1999, p. 219 sgg.

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Il territorio

richiesta di case nelle borgate piú lontane è quasi nulla, anche per l’assenza di alcune reti e per i vincoli edilizi. Dove c’è richiesta, generalmente si tratta di prime case destinate a un ceto medio-basso, mentre non si vendono seconde case: chi dispone di capitali e può scegliere, di norma compra in Alta Valle. Comunque, la quasi totale assenza di compratori è accompagnata da una scarsa disposizione da parte dei proprietari a vendere gli immobili. Questo sia per motivi di affezione, sia per il frazionamento delle proprietà, che implica il difficile raggiungimento di accordi. Il basso interesse del mercato a queste realtà potrebbe facilitarne il recupero: anche piccole azioni potrebbero esaltarne il valore e rendere le proprietà piú disponibili a un’eventuale nuova conduzione. 80

1.4. Strade, accessibilità, fruibilità [fig. 1.24] Antichi percorsi attraversarono longitudinalmente la valle di Susa: Bussoleno si trova in un luogo praticato come guado mettendo cosí in comunicazione i due versanti, ma non in corrispondenza di attraversamenti trasversali (comunicazioni con valli parallele come le valli Chisone e di Viú). Tali antichi percorsi si sarebbero tenuti al piede dei fianchi della valle, in prossimità di un cambio di livello facilmente percepibile: in sinistra Dora, si tratta di quello che all’incirca sulla linea di livello dei 480 m s.l.m. connetteva Chianoc con la chiesa di san Sebastiano, la chiesa di san Lorenzo, la chiesa di san Pietro d’Olesia, Foresto: la grande parte degli insediamenti storici su questo versante si trova lungo tale direttrice, e solo successivamente alcuni di loro si sono espansi verso il fondovalle. In destra Dora, risulta meno facile identificare un antico percorso che si tenesse, com’è stato

[fig. 1.20]

[fig. 1.21]

ipotizzato, distante dall’insicuro e malsano fondovalle: avrebbe dovuto connettere San Giorio con Roncaglie, Bussoleno vecchio, san Basilio, santa Petronilla (sul margine del terrazzo fluviale poi sfruttato per la “bealera Grande” di Bussoleno) e le borgate piú basse di Mattie (Vallone). Altrettanto incerta è l’ipotesi che esistesse già in tempi antichi un asse piú alto, che dalle borgate Pognant-Grangia di San Giorio si portasse nella Traversa poco a monte del castello Borello, per uscire dall’attuale territorio del Comune di Bussoleno verso i Giordani di Mattie e permettere poi sia di scavalcare il colle delle Finestre sia di proseguire sul versante destro della valle. Nel medioevo una via francigena percorreva il borgo murato di Bussoleno, che sorgeva in corrispondenza dell’unico manufatto in duro che permettesse di attraversare il fiume tra Susa e Avigliana, anziché utilizzando guadi, passerelle lignee, traghetti 20. Ancor dopo la costruzione della ferrovia, dal ponte si diramava un sistema stellare di percorsi, che irradiava il fondovalle verso Foresto, Grange di Falcimagna, Calusetto, San Lorenzo e Grangia di Chianoc, San Sebastiano di Chianoc, San Giorio, la Balma di San Giorio, la Mura, case Arbrea, San Basilio, Tignai e Fornelli, Santa Petronilla. Nella seconda metà dell’Ottocento esistevano ormai da tempo l’asse che connette alla quota di circa 620 m le borgate della Traversa, un analogo percorso a mezza costa (ma biforcato a Y) che collega le borgate dell’Indritto (il principale intorno ai 900 m, da Falcimagna per Pietra Bianca, Lorano, Molè, Pavaglione; la biforcazione per il Bottalino, alla quota dei 600-620 m dell’Argiassera, Richettera, Baritlera) e molti percorsi di montagna sia all’Inverso (uno tra il rio Pissaglio e il rio delle Boine, per Ballai, Gros, Gonteri; uno per i Meineri e 20

Luca Patria, op. cit., p. 45.

[fig. 1.22]

[fig. 1.23]

Il territorio

Elementi storici del territorio dall’alto medioevo agli inizi del Novecento

Percorsi e accessibilità (2004)

81

Percorsi storici Percorsi storici ipotizzati

Insediamenti storici

Cappelle di antica origine

Insediamenti industriali

Castello

Cave

[fig. 1.24]

Autostrade Strade carrabili asfaltate Strade sterrate Sentieri e mulattiere

[fig. 1.25]

Il territorio

82

il Pais; uno sul fianco destro del rio Gerardo per l’alpeggio della Balmetta) sia all’Indritto. Pochi di questi percorsi, documentati nelle mappe ottocentesche e ancora riconoscibili sulle carte topografiche militari, avevano sezione ampia e caratteristiche tali da permetterne la percorrenza carraia; per lo piú si trattava di mulattiere (talvolta anche lastricate) e di strade da lesa 21 [fig. 1.20, 1.21, 1.22, 1.23]. A differenza di sentieri e mulattiere disegnate soprattutto per la salita, le strade da lesa tagliavano i pendii per la massima pendenza; avevano adeguati larghezza e fondo ed erano spesso dotate di sponde laterali in pietra; ve n’era una fitta trama, che permetteva il trasporto delle pietre estratte per la commercializzazione, ma anche del legname e delle lose per uso domestico, delle castagne, del fieno, ecc. Lo sviluppo della rete di percorsi storici appare legata, da una parte, all’espansione demografica che portò alla popolazione permanente e allo sfruttamento del territorio anche a quote relativamente elevate, e, dall’altra, a esigenze produttive eccezionali quali lo sfruttamento delle cave di marmo verde della Fugera (la strada fu costruita all’epoca di Carlo Alberto per essere percorsa da pesanti tiri di buoi che trascinavano blocchi di pietra del peso di 20 quintali) e – piú tardi – delle sorgenti dell’Adoj. Da ciascuna delle borgate si irraggiava una secondaria capillare trama di percorsi, per lo piú sentieri o mulattiere, mirati a connettere ogni insediamento con quelli prossimi con cui intratteneva relazioni e con altri luoghi significativi (sorgenti…) secondo lo sforzo minimo. [fig. 1.25] Bussoleno è oggi collegata con il resto della Valle di Susa e con Torino tramite ferrovia, autostrada e strade statali. In meno di un’ora si può raggiungere il capoluogo piemontese con treno (ne parte uno quasi ogni ora e porta in centro città) e automobile. Le borgate Argiassera e Meitre sono raggiungibili in meno di cinque minuti di automobile dal capoluogo tramite strada asfaltata. L’Argiassera, inoltre, si trova a pochissima distanza da Chianoc. I percorsi attuali esprimono una drastica semplificazione anche in ragione (ma qual è la causa e quale l’effetto?) dell’abbandono delle borgate piú alte e il crollo demografico delle borgate intermedie: all’autostrada e alle due statali che solcano il fondovalle si aggiunge una trama fittissima di strade asfaltate che servono gli edifici della fascia altimetrica piú bassa, che hanno occupato grande parte dei terreni già agricoli del basso Indritto, talvolta ricalcando gli antichi percorsi; mentre al di sopra della linea Grange di Chianoc/Grangie di Bussoleno sono percorribili in auto solo la strada (sterrata) per Falcimagna e le sorgenti dell’Adoj (realizzata nel 1975 ricalcando solo in un breve tratto il percorso storico) e quella (creata nel

1958-59 e asfaltata nel 1967) per l’Argiassera (la diramazione per la Baritlera consente, attraverso un non breve tratto in Comune di Chianoc, in parte sterrato, di raggiungere la borgata Pietra Bianca). All’Inverso lo sviluppo edilizio al di sopra della bealera Grande è stato relativamente modesto: qui quasi tutte le antiche strade rurali sono state asfaltate garantendo l’accessibilità alle abitazioni e spesso anche ai fondi agricoli; sono inoltre asfaltate la strada per Santa Petronilla e il Vallone di Mattie, la provinciale per Mattie via Fornelli, e l’anello dell’Inverso 22 con la sua diramazione che raggiunge la Grangia delle Alpi e termina sul ponte del rio Pissaglio (qui il percorso a tornanti è del tutto differente da quello storico). La strada prosegue sterrata, anche qui ricalcando solo in brevi tratti gli antichi percorsi, fino alla località detta Sagnëtte oltre i 1200 m di quota: la percorrenza è disagevole ma, in condizioni di terreno asciutto, possibile con qualunque automobile. La strada fu costruita nel 1973 in vista dello sviluppo turistico del comprensorio Cervetto/Rio Secco, dove si ipotizzavano impianti sciistici, ma i lavori furono sospesi per l’opposizione di gruppi locali ambientalistici e del CAI. Va infine nominata la borgata Gros, accessibile in auto su strada sterrata che si dirama dalla strada dell’Inverso di San Giorio presso la borgata Airassa. Le borgate Gonteri – le prime ad essere abbandonate a inizio Novecento – risultano oggi accessibili solo a piedi, cosí come il Cervetto e il Rio Secco. L’accessibilità delle borgate dove ancora vivono residenti stabili, peraltro, in genere non significa accessibilità ai singoli edifici; il parcheggio avviene su aree per lo piú di fortuna, non progettate, ed è condizionata dallo sgombero della neve. L’accesso ad alcune borgate a quota media, quali Meineri, Pinetti, Pais (ormai completamente disabitate e utilizzate – le prime due – solo in parte per soggiorno estivo), ma anche Ballai, Falcemagna, Pietra Bianca (dove resiste almeno un residente) è comunque abbastanza difficile. Nel servizio di sgombero neve, è assegnata priorità all’inverso per prevenire la formazione di ghiaccio, cui il versante è piú soggetto data la ridotta insolazione. È spazzata anche la strada per l’Argiassera, mentre il Comune di Chianoc provvede alla pulizia della strada per Pietra Bianca. Per ultima, se è necessario, si sgombera la strada per Falcemagna (su richiesta dell’unico abitante stabile). In genere però all’indritto non si spala la neve, perché, anche grazie al suolo roccioso, si scioglie rapidamente. Alcuni abitanti, tuttavia, lamentano ritardi nello sgombero della neve e una scarsa manutenzione dei per21

Lesa (patuà) = aliëtta (piemontese). La strada dalla Ravoira ai Tignai, su percorso in parte differente da quello storico, fu realizzata negli anni 1960 come “cantiere scuola” impiegando alcuni scalpellini locali cui si insegnava il mestiere di muratori.

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Il territorio

corsi (erba alta ai bordi delle strade). La Traversa è servita da scuolabus. Le strade dell’Argiassera e della Traversa sono percorse regolarmente da servizio di raccolta rifiuti. La mancanza di un servizio di trasporto pubblico, comprensibile dato l’esiguo numero di abitanti, impone come alternativa al camminare l’uso di un mezzo a motore. Ciò impedisce ad alcuni abitanti di spostarsi autonomamente, e li costringe a richiedere passaggi o a demandare commissioni. Sul territorio comunale è presente una fitta rete di sentieri e mulattiere, alcuni dei quali di recente sistemati e adatti a escursioni e passeggiate che consentono di raggiungere le borgate, l’orrido di Foresto, il nucleo medievale di Bussoleno, alcune cave, il Parco dell’Orsiera e i Comuni limitrofi su entrambi i versanti. L’Inverso è inoltre attraversato da una rete di percorsi per mountain-bike. Vengono svolte attività di pulizia, ma in genere le condizioni della rete dei sentieri tradizionali non sono buone: sono battuti e relativamente ben segnalati solo quelli interni o adiacenti al parco dell’Orsiera Rocciavrè (area all’Inverso al di sopra delle Sagnëtte; versante solivo tra Foresto e Falcemagna, fino alla Fugera), mentre non sempre facilmente riconoscibili sono i percorsi tra borgate o che connettono le borgate con la montagna, ormai frequentati da pochi autoctoni e “saltati” dai gitanti che salgono fin dove possibile con l’auto; in alcuni casi i sentieri appaiono perduti nella rinaturalizzazione (area delle borgate Gonteri, percorso Falcemagna-Balmafol). Anche le carte topografiche IGC, peraltro realizzate a scala non adeguata all’escursionismo (1:50.000), non sono aggiornate e riportano dati del tutto errati; solo parte dei percorsi intercomunali di trekking (sentiero Italia, sentiero dei Franchi, sentiero Balcone della Bassa valle di Susa, GTA…) è tuttora riconoscibile, percorribile e dotata di strutture di appoggio (posti tappa) senza le quali ne è impossibile l’uso. 1.5. Reti degli impianti tecnologici [fig. 1.26, 1.27] Ad oggi, la distribuzione dell’energia elettrica copre tutta la porzione del territorio comunale abitato in permanenza e si spinge all’Indritto fino alle quote di Falcemagna, Richettera-Argiassera e Pietra Bianca (dorsale di Lorano), all’Inverso sopra la Traversa sono servite Ballai, Meineri, Pinetti, mentre non sono raggiunte Pais e le borgate e località dell’alto Inverso (Gros, Cervetto, Gonteri, ecc.). Molte di queste linee sono state installate solo in tempi relativamente recenti, quando ormai la popolazione residente era scomparsa o drasticamente diminuita, e hanno finito per essere sfruttate per lo piú per le “seconde case”. Persino in località basse, come Santa Petronilla, le reti sono arrivate solo in tempi

elettricità acqua telefono fogna

Bussoleno capoluogo Borgata Grangie Borgata Falcimagna Borgata Richettera Borgata Argiassera Borgata Pietra Bianca Borgata Santa Petronilla Borgata Fornelli Borgata Roncaglie Borgata Tignai Borgata Meitre Borgata Bessetti Borgata Baroni Borgata Grangia dell’Alpe Borgata Ballai Borgata Pais Borgata Meineri Borgata Pinetti Borgata Gros Borgata Gonteri Cervetto Rio Secco

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gas

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piuttosto recenti. Sono altresí privi di fornitura elettrica i rifugi situati all’interno del parco Orsiera-Rocciavrè: il Toesca è autonomo potendo godere di una centralina idroelettrica ad uso esclusivo, che sfrutta la prossimità del rio Gerardo, mentre l’Amprimo, pur collocato a quota inferiore, utilizza un generatore diesel. La gran parte degli abitanti di Bussoleno è servita dall’acquedotto derivato dalla sorgente dell’Adoj: considerata di buona qualità, è tuttavia clorata secondo le procedure sanitarie; recentemente è stato notato che va soggetta a intorbidamento in occasione di temporali in quota. Da qualche decennio, quasi tutte le borgate sono servite da questo o altri acquedotti minori; Pralombardo e Castello Borello utilizzano propri acquedotti privati. Ai Pinetti viene utilizzata impropriamente l’acqua di una rete antincendio. Nel 2003, il Comune ha ceduto alla Società Metropolitana Acque Torino tutto il ciclo integrato delle acque e non può piú programmare alcun intervento sulle reti idriche.

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Il territorio

Rete di fornitura servizi (2004)

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Rete idrica

Sorgente

Rete elettrica

Rete fognaria Gas

Apporto d’acqua Fognatura

Copertura telefonica

[fig. 1.26]

[fig. 1.27]

Il territorio

Merita menzione la qualità dell’acqua della sorgente Bessettina: si tratta di una fonte inesauribile, senza variazioni di portata stagionali o annuali, ma che fornisce solo 1 l/sec; sorge al livello dell’antica strada accanto all’accesso est della borgata. Molto limitata l’estensione della rete fognaria; dove c’è, le acque nere confluiscono nel Collettore di Valle che le trasporta alla centrale di trattamento. In entrambe le borgate oggetto di approfondimento sono presenti le reti elettrica, idrica e telefonica, ma ai Meitre non tutte le case dispongono dell’allacciamento. La rete fognaria è assente ai Meitre, mentre manca un impianto a norma all’Argiassera. Ciò impone la dotazione, per ciascuna casa, di una fossa biologica, il cui svuotamento risulta assai difficoltoso nelle zone piú interne delle borgate. Come del resto in tutte le altre borgate di versante, manca inoltre la rete del gas, a cui si sopperisce con l’uso di bombole. Per il riscaldamento, un numero esiguo di famiglie utilizza il GPL, ma non tutti hanno la possibilità di installare il serbatoio (“bombolone”) a causa della mancanza di spazio aperto; questa soluzione inoltre presenta problemi di rifornimento. La maggior parte delle case è riscaldata con stufe a legna; molti edifici sono dotati di caldaia a legna e termosifoni. La ricezione TV è limitata ai canali RAI; le reti Mediaset si ricevono male o per nulla, salvo che con l’antenna satellitare. 1.6. Proposte Alcune proposte che appare possibile avanzare qui riguardo alla valorizzazione del territorio alla piccola scala non sembrano trovare nella dimensione territoriale e politico-amministrativa del singolo Comune di Bussoleno la scala ottimale. Molto piú probabilmente tali azioni potrebbero trovare efficacia qualora coordinate tra piú Comuni contermini, o addirittura a livello dell’intera Comunità Montana Bassa valle di Susa e Val Cenischia: in effetti, quanto enunciato qui di seguito appare coerente con l’elaborazione, in corso, di un’Agenda 21 locale per tale area 23. 1. Innanzi tutto, appare necessaria la realizzazione di un censimento aggiornato e sistematico: delle potenzialità economiche e produttive locali (industriali, agricole, turistico-ricettive, estrattive, ecc.) e del patrimonio culturale e ambientale: delle risorse, cioè, di cui il territorio dispone e che, a vario titolo, posso-

no costituire elementi vivi per lo sviluppo locale. Tale mappatura dovrà essere condotta con modalità partecipate, includendo nel tavolo di lavoro tutti i potenziali protagonisti dello sviluppo (“attori”), oltre ai tecnici delle diverse discipline coinvolte e i rappresentanti degli enti e delle amministrazioni pubbliche competenti, i rappresentanti della società civile locale (associazioni di categoria, terzo settore…). Tale base conoscitiva costituisce il primo passo per identificare gli elementi autentici e piú forti su cui impostare politiche per la valorizzazione del territorio, per far crescere il coinvolgimento e la progettualità dei soggetti che si desidera vi partecipino. 2. Da qui si potrà avviare la redazione e l’adozione di un piano strategico integrato di valorizzazione del territorio, con particolare riferimento a metodi e obiettivi delle Agende 21 locali. Ciò dovrebbe costituire l’esito di una progettualità locale che mobiliti tutte le energie associazionistiche ed economiche del territorio – tutti gli stakeholder, come usa dire – intorno a obiettivi condivisi. Il piano dovrebbe esprimere anche gli impegni assunti, da ciascuno di quanti hanno collaborato per la sua stesura, per realizzare quanto progettato. Tali impegni avranno natura e peso diverso a seconda della natura di ciascuno degli attori: il terzo settore, ad esempio, può assumere impegni di natura culturale, informativa, nonché di attivazione di volontari, anche per la manutenzione del territorio. Esempi di azione del piano strategico sono l’allestimento di posti tappa, il recupero e la realizzazione di percorsi escursionistici e culturali. Il piano strategico può costituire inoltre l’occasione per superare alcuni particolarismi e razionalizzare alcune risorse la cui gestione sarebbe poco efficace o troppo onerosa, quando non impossibile, da parte di un singolo Comune.

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Giorgio Salza et al., A21 valsusasostenibile, Bussoleno: Comunità Montana Bassa Valle di Susa e Val Cenischia, s.d.

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In tempi in cui le risorse economiche a disposizione degli enti locali sono sempre piú scarse e in cui sono poche le risorse sociali, economiche, culturali in grado di reggere la concorrenza di aree meglio organizzate e piú avvantaggiate della Bassa Valle di Susa, le opportunità vanno selezionate, rafforzate, messe in comune. Ciò può valere sia per l’ulteriore sviluppo di servizi ai cittadini effettuati in forma consortile (impianti sportivi, scuole…), sia per la realizzazione di strutture culturali e manifestazioni di qualità in grado di attirare pubblico dall’esterno. Diversamente, ecomusei o fiere paesane appaiono destinati a rivolgersi solo ad un pubblico locale, a volare basso, a soccombere presto o tardi sotto il peso dei costi di gestione. Cercare collegamenti fra le iniziative che si svolgono in comuni diversi permetterebbe di creare sinergie e di dare vivacità all’insieme del territorio, poiché ciascun avvenimento non rimarrebbe un episodio isolato. Tipiche azioni prevedibili in un piano strategico integrato di valorizzazione del territorio consistono nella “messa in rete” delle risorse museali, artistiche e architettoniche esistenti (azione 4.3.4. del Piano Territoriale Regionale - Approfondimento Valle di Susa), nella predisposizione di un progetto per lo sviluppo turistico (4.3.1.), nella realizzazione di un servizio coordinato di informazione, commercializzazione e prenotazione turistica (4.3.2.). Piú efficacemente dei singoli Comuni, poi, la Comunità Montana potrebbe svolgere il ruolo di riconoscere, promuovere e sostenere le iniziative locali sul patrimonio culturale. 3. L’attuazione del piano strategico integrato potrebbe essere oggetto di monitoraggio da parte di una tavola rotonda permanente, che potrebbe articolarsi per l’osservazione di fenomeni differenti: ad esempio, lo sviluppo economico, la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio ambientale e culturale (azione 3.1 del Piano Territoriale Regionale - Approfondimento Valle di Susa), ecc. 4. A medio termine, una valorizzazione dei prodotti agricoli locali (vino, castagne, ecc.) può dare – sfruttando esposizio-

ne e condizioni climatiche molto favorevoli – un ritorno economico che potrebbe permettere di continuare l’opera di conservazione del paesaggio della Bassa Valle. Allo stesso tempo adeguate pratiche silvicole potrebbero guidare la crescita dei nuovi boschi verso le migliori produzioni di legname in sintonia con le condizioni ecologiche del luogo. La ripresa della manutenzione dei terreni in prossimità degli abitati riveste un ruolo di grande importanza per la sopravvivenza e la sicurezza delle borgate e il loro possibile recupero. Il bosco ha già inglobato su entrambi i versanti intere borgate di cui sono rimasti pochi muri. Inoltre l’accumulo di foglie secche nei boschi, la presenza di erbe secche nei gerbidi e incolti in prossimità di abitati e di strade sono fattori di rischio di incendi. Tali situazioni dovrebbero essere controllate al fine di evitare incendi quale quello del 31 agosto 2003 in cui la borgata Argiassera ha rischiato di essere devastata. Dall’altro canto anche la mancata manutenzione delle opere di irrigazione ha provocato e continua a provocare instabilità di versanti con smottamenti e frane. L’azione dell’uomo ha modellato nei secoli questo ambiente cambiandone gli equilibri naturali in funzione alle proprie necessità. Il territorio abbandonato a sé stesso tende alla rinaturalizzazione, ma non è pensabile che l’abbandono della gestione del territorio sia una giusta soluzione. È quindi compito dell’uomo, una volta individuati gli obiettivi da raggiungere, guidare i processi di trasformazione affinché possa avvenire senza pericoli per la comunità e nella maniera ecologicamente piú appropriata. Il recupero di quest’area potrà avvenire con un ritorno di attività produttive in loco. La scala della Comunità Montana potrebbe essere ancora quella appropriata per la promozione – con linguaggi e modalità adattati ai cittadini – di comportamenti virtuosi dal punto di vista ambientale, quali ad esempio: • la ripresa della coltivazione agricola e delle attività silvicole per autoconsumo e per micro circuiti di consumo locale al di fuori del mercato: non soltanto per la produzione di alimenti ma anche per combustibile e per materiali edili. Nuove tendenze economiche affermano che la produzione agricola dovrebbe riprendere la scala locale e perdere quella industriale. • la manutenzione del territorio anche attraverso le pratiche

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agro-silvo-pastorali (azioni 3.3.6., 3.3.7. e 4.2.1. del Piano Territoriale Regionale - Approfondimento Valle di Susa): pur marginali economicamente, hanno un ruolo importante nel presidio e nella difesa dell’ambiente, nel mantenimento dell’identità del patrimonio ambientale e naturalistico. Tali attività di controllo dei processi di rinaturalizzazione (azione 2.6) possono essere favorite anche incrementando l’accoglienza turistica (2.6.1.) e promovendo coltivazioni tipiche di nicchia quali vigneti e castagneti (3.3.5., 4.2) e coltivazioni biologiche. L’attività di manutenzione dei boschi potrebbe poi ridurre i rischi di incendio e fornire risorse energetiche rinnovabili (combustibili legnosi naturali e densificati) per la produzione del calore con ridotto impatto ambientale a servizio di utenze pubbliche e private, sia con l’impiego di caldaie di produzione industriale che bruciano residui del legno, sia realizzando piccoli impianti di teleriscaldamento 24. Si tratta di un esempio di diversificazione dell’attività agro-silvo-pastorale che, senza tornare a improbabili attività del passato, se opportunamente organizzata (ad esempio in forme cooperative e con l’uso di macchinari adeguati alle condizioni orografiche), potrebbe restituirle sostenibilità economica e creare nuove opportunità lavorative. Nel passato, l’industria ha attirato lavoratori che hanno lasciato attività di sussistenza per migliorare le proprie condizioni; ora la montagna può dare opportunità di attività sia redditizie – se aggiornate rispetto alle attuali disponibilità tecniche – sia cruciali per la salvaguardia complessiva dell’ambiente, fondovalle e pianura inclusi. Inoltre, la scuola può formare nelle nuove generazioni coscienza ambientale e capacità critica nei confronti di modelli che si sono mostrati poco utili e in futuro diverranno dannosi. Altre politiche potrebbero invece trovare nella scala comunale il livello di governo o gestione piú appropriato: 5. Accessibilità e fruibilità: mantenimento in esercizio delle strade di versante, garanzia della percorribilità in ogni stagione con i mezzi adeguati per raggiungere i luoghi abitati; creazione di servizi di trasporto pubblico, anche a richiesta; interventi di consolidamento e miglioramento del fondo stradale dove necessario.

6. Manutenzione periodica sistematica, segnalazione in situ, creazione di sistemi organizzati di sentieri, anche verificando la percorribilità, la segnalazione e la disponibilità di servizi d’appoggio (posti tappa) dei percorsi di trekking sovralocali (azione 4.3.5. del Piano Territoriale Regionale Approfondimento Valle di Susa); segnalazione alle case editrici degli errori da correggere e degli aggiornamenti da riportare sulle carte topografiche e sulle guide escursionistiche. 7. Sviluppo delle reti elettrica, telefonica fissa e mobile; verifica delle disposizioni in materia di acqua potabile e di trattamento delle acque luride; politiche di incentivo per favorire la dotazione o l’ammodernamento delle dotazioni impiantistiche da parte dei privati, singoli o tra loro associati. Particolari sforzi dovrebbero essere fatti per far giungere, anche in un territorio a bassa densità come quello di una Comunità montana, un ramo di una rete telematica ad elevate prestazioni. 8. Promozione e realizzazione di attività – presso la scuola, le associazioni, altri gruppi di cittadini – di informazione e sensibilizzazione, con l’obiettivo di sviluppare la conoscenza del territorio da parte di diversi gruppi target. In altri contesti, si è osservato che l’opera di conoscenza svolta dalle maestre è straordinaria. Un esempio finalizzato a promuovere l’acquisizione partecipata di una consapevolezza culturale e identitaria del luogo in cui si vive (e, in prospettiva, all’attivazione dei cittadini rispetto alla sua salvaguardia e valorizzazione) è costituito dalla redazione di mappe di lettura del territorio, eventualmente sul modello delle parish maps 25. In occasione del presente lavoro il gruppo DICAS ha redatto due 24 Vedi Valter Francescato, Eliseo Antonini, Giustino Mezzalira, L’energia del legno. Nozioni, concetti e numeri di base, Torino: Regione Piemonte, 2004. 25 New Economics Foundation, Participation Works! 21 techniques of community participation for the 21st century, London: New Economics Foundation, 1998.

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mappe di scala grande (1:1.000) delle aree intorno alle borgate Meitre e Argiassera. Queste mappe visualizzano una serie di dettagli del paesaggio e di elementi della vita produttiva letta attraverso il territorio tra cui, ad esempio, i terrazzamenti, le vigne con le loro diverse forme colturali, le fontane, le cave di sabbia e di pietra. Le intendiamo come esempi di strumenti per riconoscere la stratificazione dell’antropizzazione secolare dell’ambiente, da usare anche come supporto per l’esplorazione a piedi. Questa, secondo noi, costituisce un’occasione non sostituibile di comprensione in presa diretta del territorio. Inoltre, la maggior conoscenza delle costruzioni e dei modi di vivere del passato potrebbe portare a considerare alcuni edifici quali testimonianze da conservare inalterate, e diventare la base per le trasformazioni necessarie per consentire agli altri edifici una nuova vita. 88

9. Allestimento di “passeggiate di scoperta” (promenades-découverte) rivolte ai turisti e alla popolazione locale: alcuni ambiti del territorio comunale di Bussoleno riuniscono in una limitata estensione molti motivi di interesse che possono essere organizzati in percorsi tematici di visita: ad esempio, gruppi di borgate come la Traversa; aree di pascolo e coltura estiva tra i Pinetti e il Rio Secco; aree vinicole come l’Argiassera/Meisonnetta; aree di estrazione della pietra come Foresto/Fugera e la fascia tra i Fornelli e la Ducera; per non trascurare un percorso medievale tra il borgo murato (nucleo originario del capoluogo) e il castello Borello. Ciascuno di questi brevi itinerari, percorribili in poche ore in genere senza richiedere alcun tipo di allenamento o attrezzatura, offre quasi ad ogni passo, al di là della sua caratterizzazione tematica, molteplici occasioni di osservazione e di comprensione della cultura materiale rurale alpina del passato piú o meno recente. Una esemplificazione di lettura del territorio alla scala grande è data sopra con le mappe 1:1.000. Uno dei temi di interesse potrà essere costituito dalle case tradizionali in pietra delle borgate, che, insieme agli edifici medievali del centro storico di Bussoleno, ai cha-

bòt del fondovalle e al sistema di cappelle, costituiscono un patrimonio architettonico di valore documentario piuttosto ben conservato. La “presa diretta” del territorio potrebbe servire anche a controbilanciare l’immagine falsa della realtà quotidiana contadina, offerta ad esempio dalle manifestazioni folkloristiche tipo “antichi mestieri”. Un altro tema importante potrà essere costituito dalla ricostruzione, anche attraverso i segni materiali presenti sul territorio, delle attività produttive del passato, con particolare attenzione a quelle che in Bussoleno offrivano ai montanari un reddito oltre la mera sussistenza. Per conoscere un territorio necessita percorrerlo a piedi. 10. Alcuni dei segni piú significativi presenti sul territorio, per esempio a partire da alcune aree o percorsi pilota, potrebbero essere oggetto di minimi interventi di ripristino o manutenzione, anche sul modello delle iniziative di “adozione” di “monumenti” da parte di classi scolastiche o di gruppi di cittadini volontari. Esiste una domanda di impiego del tempo libero, di cui le persone dispongono oggi in abbondanza. Grande parte del successo del recupero e della valorizzazione delle borgate rurali alpine dipenderà dalla realizzazione di azioni tese alla ricostituzione di un tessuto di comunità, al riconoscimento e al sostegno anche finanziario di piccoli interventi (come nel programma inglese Local Heritage Initiative) già avviati da soggetti locali. Potrebbero essere oggetto di tali interventi sia elementi della strutturazione agricola del paesaggio (azione 3.1.2. del Piano Territoriale Regionale - Approfondimento Valle di Susa), sia manufatti infrastrutturali (azione 3.4). In sintesi, il mantenimento delle conoscenze e dei valori tradizionali di questi territori è piú da legare a consapevolezza culturale che a disponibilità economiche. Per quanto anche necessarie, le seconde risulterebbero inefficaci in assenza della prima.

2.

Le borgate, lo spazio pubblico, la dotazione di servizi

89 2.1. Forma urbana L’Amministrazione di Bussoleno ha indicato i Meitre e l’Argiassera quali borgate oggetto di approfondimento perché uno degli interessi principali di Culturalp è lo spazio pubblico: i Meitre sono una borgata “di un certo pregio”, la piú abitata dell’inverso; l’Argiassera è la piú popolosa sul versante all’indritto ed è quella con piú spazi pubblici. Non è stata scelta la borgata Tignai perché è già stato redatto un progetto di riqualificazione dello spazio pubblico, in corso di esecuzione 26. Al momento e nel prossimo futuro, invece, non si prevedono interventi ai Meitre e all’Argiassera. Le due borgate scelte hanno morfologia del sito e dell’insediamento assai differente. I Meitre sono decisamente piú grandi e nel passato hanno svolto per la loro posizione centrale un ruolo di punto di riferimento per tutta la Traversa catalizzando la presenza di alcune funzioni eccellenti (funzioni che l’Argiassera mette in comune con la Richettera nell’area compresa tra le due borgate). I Meitre si trovano in una conca moderatamente acclive, addossata all’ultima propaggine di uno sperone roccioso (già coltivato come cava) in corrispondenza di un sensibile cambio di pendenza, mentre l’Argiassera si trova al margine superiore di un pendio relativamente poco inclinato, quasi al piede di un salto roccioso (che la protegge dai venti del nord e le offre una consistente riserva d’energia termica oltre che – anche qui – materiale da costruzione che venne cavato anche per la costruzione della borgata) [fig. 2.01, 2.02]. Sui Meitre convergono le strade della Ducera e di San Basilio (che sale attraverso Pra Lombardo), entrambe percorribili solo a piedi, e un segmento che la connette alla strada

delle Combette che collega Mattie con San Giorio. Tali caratteristiche hanno conformato un insediamento a pigna, dai margini non definiti, disposto intorno a un asse principale pseudoverticale, a rioni agglomerati, con una qualche diversificazione dei percorsi e uno spazio urbano relativamente complesso. Gli edifici della parte piana sono disposti secondo le linee di livello, mentre quelli sulle ultime balze della rocha Jaquët sono aggregati in insiemi intorno a corti e costituiscono con tutta probabilità la parte piú antica dell’abitato [fig. 2.03, 2.04]. Nel territorio di Bussoleno, questa forma è paragonabile solo con quella dei vicini Tignai; anche qui la porzione piú agglomerata è la piú antica. L’Argiassera invece è un insediamento lineare orizzontale, disposto lungo la strada da Falcimagna a Chianoc via Richettera e Baritlera, da cui si dipartono itinerari di importanza locale che lo collegano con San Lorenzo e Pietra Bianca. I colmi delle coperture sono disposti secondo le linee di livello [fig. 2.05, 2.06]. Questo tipo di insediamento, con forme piú elementari (Pietra Bianca, Pais) o piú articolate (Falcemagna), ricorre con relativa frequenza; non si può tuttavia riconoscere una morfologia prevalente o “tipica” nel territorio di Bussoleno, adattandosi i singoli insediamenti alle condizioni orografiche con grande libertà. Si trovano infatti insediamenti a pettine, formati da cortine edilizie tra loro parallele a quote diverse (Grangie, Ballai, Meineri); a piccoli nuclei distinti (Santa Petronilla, Roncaglie); a corte (Fornelli, Grangia delle Alpi, 26 Il progetto prevede la pavimentazione e non riguarda l’illuminazione. Non è previsto l’interramento delle linee elettrica e telefonica, entrambe aeree. I sottoservizi comprendono la canalizzazione di una bealera e delle acque meteoriche.

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[fig. 2.01]

Toponimi tradizionali. Dal catasto Rabbini e dalle testimonianze di abitanti attuali. [fig. 2.02]

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[fig. 2.03] Coperture Manto in lose Manto in lamiera Manto in tegole di cemento Manto in tegole di laterizio Manto con onduline in plastica Copertura piana Copertura diroccata Comignoli

Pavimentazioni Asfalto Cemento Erba Lastre di pietra Pietra di varie dimensioni Sterrato

Meitre. Coperture e pavimentazioni. Scala 1:2000 [fig. 2.04]

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[fig. 2.05] Coperture Manto in lose Manto in lamiera Manto in tegole di cemento Manto in tegole di laterizio Manto con onduline in plastica Copertura piana Copertura diroccata Comignoli

Pavimentazioni Asfalto Cemento Erba Lastre di pietra Pietra di varie dimensioni Sterrato

Argiassera. Coperture e pavimentazioni. Scala 1:2000 [fig. 2.06]

Le borgate, lo spazio pubblico, la dotazione di servizi

[fig. 2.07]

[fig. 2.08]

[fig. 2.09]

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[fig. 2.10]

borgata di Mezzo dei Gonteri); a terrazzo, con parte degli edifici disposti perpendicolarmente alle linee di livello (Baroni, Bringetto); agglomerati (Richettera, Bessetti); con un solo asse cieco, a doppio pettine, con testata terminale disposta parallelamente alle linee di livello su un cambio di pendenza (Pinetti); o ancora costituiti da case sparse (Critetto, Cervetto) [fig. 2.07, 2.08, 2.09, 2.10, 2.11, 2.12]. Variabili sono anche le dimensioni degli insediamenti, da poche unità a molte decine di edifici; nella nostra analisi sono state riconosciute come “borgate” quelle agglomerazioni di residenza permanente, dove all’epoca del catasto Rabbini fosse riconoscibile un addensamento sia pur elementare degli edifici, che non assumessero i caratteri di singolo insediamento produttivo/residenziale (ad es. una sola cascina composta da piú edifici), e fossero riconosciute tra fine Ottocento e inizio Novecento come unità di raccolta di dati censuari e dotate di denominazione propria (fanno eccezione i Meineri, conteggiati tra le borgate pur senza essere nominate nei censimenti). I nuclei abitati che ricadono in questa definizione, oltre a Bussoleno capoluogo, sono 19 (di cui 5 all’Indritto e 14 all’Inverso), e precisamente: Grangie, Falcimagna, Richettera, Argiassera, Pietra Bianca, Santa Petronilla, Fornelli, Roncaglie, Tignai, Meitre, Bessetti, Baroni, Grangia dell’Alpe, Ballai, Pais, Meineri, Pinetti, Gros, Gonteri (Bringetto, di Mezzo, Critetto).

[fig. 2.11]

[fig. 2.12]

Per quanto riguarda la localizzazione, tali nuclei possono essere classificati come segue: di fondovalle su terrazzo su conoide di versante

su pianoro/conca

1 1 3 13

2

Bussoleno capoluogo borgata Santa Petronilla borgate Grangie, Fornelli, Roncaglie borgate Falcimagna, Richettera, Argiassera, Pietra Bianca, Tignai, Bessetti, Baroni, Grangia dell’Alpe, Ballai, Pais, Meineri, Gros, Gonteri borgate Meitre, Pinetti

2.2. Analisi SWOT Il confronto con gli abitanti (residenti e non) delle borgate Meitre e Argiassera, con l’Amministrazione Comunale e con persone che conoscono il territorio di Bussoleno per esperienza diretta o per studi svolti, ha consentito l’acquisizione di informazioni sulle aree oggetto del lavoro e di far emergere gli elementi che concorrono alla definizione dell’identità locale, di recuperare la memoria storica e di comprendere l’attaccamento alla borgata da parte di chi la vive e, conseguentemente, le speranze, i motivi di soddisfazione e insoddisfazione, i suggerimenti… Ciò al fine di individuare le linee

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di intervento piú idonee per una valorizzazione e uno sviluppo sostenibile dei luoghi. Nell’arco di alcuni mesi, sono stati effettuati sopralluoghi nelle borgate, nel corso dei quali si è avuta occasione di confronto con coloro che fruiscono dei luoghi oggetto dello studio o perché vi abitano o perché li frequentano. Si è avuta inoltre la possibilità di effettuare alcune visite del territorio con la guida di conoscitori e esperti. Fra le persone che abitano da sempre nelle borgate Meitre e Argiassera si sono rilevati spesso il piacere e la voglia di trasmettere i ricordi del passato, ma non sempre facilità e interesse a parlare del presente. In alcuni anziani c’è molta nostalgia dei tempi passati, una sorta di delusione e rassegnazione per la situazione presente e quasi disillusione per il futuro; all’opposto, vi sono molte persone (anziani e non) piene di vita e energia, che partecipano con interesse e iniziativa alla vita della borgata e che vorrebbero si facesse qualcosa per valorizzarla. Vi sono infine abitanti che non sono nati in borgata, ma che hanno scelto di andare a viverci (ad esempio la coppia che ha scelto di abitare all’Argiassera e di farvi crescere i propri figli) o di passarci l’estate e i fine settimana. In genere si tratta di persone molto attive e piene di entusiasmo, che talvolta si fanno promotrici di iniziative locali. In taluni casi, quelle che possono apparire carenze (tranquillità, isolamento…) a chi abiti in luoghi pieni di comodità, sono invece apparse come i pregi del vivere in posti quali i Meitre e l’Argiassera. Esistono tuttavia problemi con cui gli abitanti delle borgate si scontrano quotidianamente, piuttosto sentiti da tutta la comunità: si tratta soprattutto dell’assenza di alcune reti di impianti tecnologici (gas e rete fognaria), della difficoltà negli spostamenti e della mancanza di attività commerciali. Per il resto, non sono stati rilevati particolari problemi, lamentele, desideri, motivi di soddisfazione e orgoglio o esigenze da parte degli interlocutori. In particolare, non sono quasi mai emerse esigenze di spazi di incontro per la collettività o di progettazione di spazi pubblici irrisolti. Le informazioni ottenute dalle testimonianze raccolte sono state confrontate fra loro, interpretate, elaborate e integrate con le osservazioni dirette del gruppo di lavoro nel corso dei sopralluoghi. L’insieme dei dati raccolti ha permesso di far emergere punti di forza, punti di debolezza, opportunità e rischi legati al territorio e agli interventi su esso. L’analisi sarà incentrata sulle borgate Argiassera e Meitre, trattate insieme poiché valutate realtà comparabili. Qui di seguito viene proposta una prima analisi per temi

delle borgate oggetto dello studio. Segue una tabella di sintesi dei risultati. Sicurezza La posizione isolata, il numero esiguo di abitanti e frequentatori e il passaggio sporadico di mezzi a motore, insieme alla presenza di edifici disabitati o non abitati permanentemente, rende le due borgate oggetto di furti, soprattutto di notte e nei periodi in cui c’è meno gente. Le forze dell’ordine percorrono quotidianamente gli abitati, ma in caso di urgenze i tempi di intervento non sono repentini. In prossimità dell’Argiassera, inoltre, c’è una borgata completamente disabitata, le cui case spesso vengono usate abusivamente. Complessivamente, comunque, le borgate sono percepite come luoghi tranquilli e sicuri. Popolazione: caratteri, mobilità Attualmente le borgate contano pochi abitanti stabili, per lo piú anziani. Esiguo il numero di giovani. In alcuni periodi dell’anno e generalmente nel corso della settimana le due borgate sono quasi disabitate. La maggior parte dei lavoratori di Bussoleno gravita su Torino. Anche questo fatto incide sulla scarsa tendenza a scegliere le borgate quale luogo di residenza: chi lavora a Torino, infatti, ha problemi a spostarsi dalle borgate a Bussoleno perché deve avere la macchina, in borgata non sempre sa dove lasciarla e, se utilizza il treno, ha difficoltà a trovare parcheggio alla stazione di Bussoleno. Sono sporadici i casi di ritorno alle borgate; per lo piú si tratta di luoghi abitati da famiglie anziane, locali o che vi si trasferiscono per la loro tranquillità. Sono pochissimi i giovani che scelgono di andare a vivere nelle borgate. La tendenza attuale, soprattutto all’inverso, è l’abbandono. Nelle borgate piú alte, come ai Pinetti, le case sono di proprietà di gente che vive per lo piú a Bussoleno, Mattie, ecc. che ha ereditato la casa dai nonni e ci va nel fine settimana. Fino agli anni 1960/70 l’Argiassera era abitata da nativi. In seguito, per motivi di lavoro o comodità, le case sono state vendute e sono rimasti i vecchi. Poi è arrivata gente da fuori: oggi all’Argiassera ci sono 15 residenti; altre tre persone vi abitano stabilmente senza però avervi la residenza; a questi si aggiungono, nei fine settimana o durante le vacanze, villeggianti che vengono da Torino, Lione, Parigi e dalla Svizzera. Questi (alcuni proprietari, altri inquilini) sono famiglie con figli, nonni con figli e bambini piccoli oppure anziani. Si sono

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rilevati buoni rapporti fra residenti delle borgate, che cercano di aiutarsi l’uno con l’altro, e tra questi e i proprietari di seconde case, visti come persone con cui “ci si fa compagnia”. Vitalità sociale e culturale Si è riscontrato negli abitanti un atteggiamento di disponibilità e collaborazione e un discreto interesse per iniziative legate alla valorizzazione e sviluppo del luogo in cui vivono. Esiste tuttavia, soprattutto da parte degli anziani, una disillusione rispetto alla possibilità di cambiamenti in positivo. Nelle borgate e nel resto del territorio, vi sono persone promotrici di studi individuali e iniziative tese alla conoscenza e alla valorizzazione del patrimonio culturale locale (non ci è noto quanto queste iniziative riescano a coinvolgere le nuove generazioni). La vitalità culturale e sociale è testimoniata anche dalle numerose associazioni e dalle manifestazioni che Bussoleno propone. Nella borgata Argiassera si svolge annualmente la commemorazione dei caduti di Cefalonia e Corfú. Qui abita infatti uno degli ultimi reduci, che si occupa della manutenzione del monumento nello spiazzo all’ingresso della borgata e dell’organizzazione della giornata commemorativa di settembre. La commemorazione richiama parecchia gente. Negli ultimi anni, il clima nelle borgate è cambiato molto: è meno festoso, sono mancate parecchie persone 27. Sintesi SWOT per le borgate Argiassera e Meitre

Fra i due versanti di Bussoleno c’erano e ci sono tuttora poche influenze reciproche: a separarle c’è sempre stata la Dora, cui s’è poi aggiunta la barriera della ferrovia. Le relazioni avvengono piú all’interno del versante che con quello opposto (storicamente, l’Argiassera aveva rapporti con Chianoc, Molè, Falcemagna; l’Inverso – e in particolar modo le borgate Santa Petronilla e Roncaglie – aveva rapporti soprattutto con San Giorio e Mattie). Si parlano due dialetti: il patuà e il piemontese. In Bussoleno e nelle borgate basse non viene quasi piú parlato il patuà, ma il piemontese. Oggi il patuà si parla in famiglia e fra gli abitanti delle borgate alte; ma ha preso molto dal piemontese e sta perdendo la propria identità linguistica, che resiste ancora a Mattie. La ricchezza delle borgate è rappresentata, oltre che dal patrimonio architettonico, dalla presenza di persone depositarie di saperi e conoscenze che si stanno perdendo. La memoria degli anziani costituisce un’opportunità di conoscenza da cogliere fino a quando c’è qualcuno in grado di trasmetterla. Molte persone nelle borgate, inoltre, conservano documentazione fotografica, oggetti, strumenti da lavoro e macchinari del passato. 27 Cfr. Giorgio Perino, Le parlate francoprovenzali delle borgate di Bussoleno, tesi di laurea in Lettere moderne, Torino: Università degli Studi di Torino, 2000-01.

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Un patrimonio storico e culturale da raccogliere, catalogare e valorizzare per la sopravvivenza della memoria storica e dell’identità dei luoghi. Alcuni punti di debolezza possono trasformarsi in opportunità: il fatto che molte case siano vuote è un punto di debolezza oggi, ma, qualora intervenissero azioni in grado di sollecitare una nuova residenzialità, esso si tramuterebbe in un significativo punto di forza. 2.3. Analisi tematica delle borgate [fig. 2.13] Negli ultimi 140 anni, la borgata Argiassera è cresciuta estendendosi verso est, sud-est, sud e sud-ovest (per lo piú edifici tra il nucleo originario e la strada nuova, sorti probabilmente già a fine Ottocento, che hanno mantenuto la compattezza del borgo anche se ne hanno diminuito l’immagine lineare lungo l’antica strada); sono sorte inoltre costruzioni di uso collettivo (scuola 28, chiesa), ad est dell’abitato, probabilmente per facilitarne l’uso anche da parte degli abitanti della contigua borgata Richettera (questi edifici furono costruiti dagli abitanti del luogo, che si erano autotassati e avevano comprato il terreno); nel secondo dopoguerra, sono poi sorti alcuni edifici sparsi sia nell’area tra la Richettera e l’Argiassera, sia lungo la nuova strada che corre a valle dell’abitato (questi edifici sparsi hanno caratteristiche costruttive, tipologiche e modalità di insediamento completamente differenti rispetto a quelle originarie). Due sole porzioni di edifici, presenti sulla mappa Rabbini nel 1864, risultano oggi in stato di rovina. Per quanto riguarda invece i Meitre, la crescita ha riguardato sia l’ulteriore densificazione del nucleo originario, con la creazione di piccoli corpi accessori, di completamento funzionale/saturazione, sia nuovi edifici un po’ in tutte le direzioni a raggiera intorno all’abitato. Meritano particolare menzione la scuola (1882), posizionata lungo la strada della Traversa al fine di essere al meglio accessibile da tutte le borgate della zona. Pressoché tutti gli edifici appaiono costruiti precedentemente alla prima guerra mondiale, e comunque hanno modalità costruttive e caratteri architettonici coerenti con l’ambiente costruito della borgata. La comparazione con il 1864 mostra però che 8 edifici, per lo piú situati nel nucleo piú aggregato della borgata, versano oggi in condizione di rovina o sono diroccati; di 1 edificio, già indicato sul catasto Rabbini, non sono state riscontrate tracce sul terreno. [fig. 2.14] Attualmente, all’Argiassera, solo 4 edifici del nucleo agglomerato e 2 case sparse sono abitate stabilmente, ma la gran parte risulta comunque utilizzata, come se-

conda casa. Solo 4 edifici (piú 2 ruderi) sono in abbandono. Ciò caratterizza l’Argiassera, durante l’estate e i fine settimana nella bella stagione, come una borgata abbastanza viva nonostante le sue ridotte dimensioni. Molto diversa la situazione ai Meitre, dove in tutto il nucleo piú antico solo 1 edificio è abitato stabilmente, e gli altri 10 che lo sono risultano collocati sui margini dell’abitato, probabilmente perché godono di migliori condizioni di esposizione e di privacy. La parte dell’abitato piú facilmente raggiungibile dall’auto e qualche altro edificio nel nucleo centrale sono utilizzati come seconda casa, mentre nella parte piú densa, a parte i ruderi, gli edifici sono per lo piú abbandonati, forse anche a causa della frammentazione della proprietà e per la cattiva esposizione solare. L’abbandono in effetti è soprattutto causato dal frazionamento delle proprietà: spesso non permette una buona gestione dell’immobile. Non solo: l’attaccamento alla proprietà in alcuni casi fa sí che, anche se un edificio (o un terreno) non viene utilizzato, pur di non cederlo (anche solo in affitto o in gestione), lo si lasci a sé stesso. [fig. 2.15, 2.16] Per ragioni di tempo, è stato possibile realizzare quest’analisi solo per i Meitre. Il confronto tra i catasti Rabbini e attuale evidenzia, nella generale polverizzazione delle proprietà, l’aumento dei titolari negli ultimi 140 anni: essi passano dai 30 del 1865 ai 48 di oggi. Si riscontrano molti casi di proprietà frammentata: • sia di edifici su cui insistono due (16 casi nel 1865; 17 casi nel 2004) o anche tre (1 caso nel 1865, 2 casi nel 2004) o quattro proprietari (1 caso nel 2004); per lo piú, non vi è coincidenza tra gli edifici a proprietà frammentata a metà Ottocento e quelli che lo sono oggi, indice di un continuo processo di disgregazione/riaggregazione; • sia di proprietà composte da edifici o porzioni di edifici, non sempre tra loro contigui: spesso si tratta di un edificio principale adibito a residenza e uno o piú edifici che oggi hanno assunto destinazione accessoria, affacciati su una stessa corte o spazio aperto, spesso attraversato da un percorso comunitario. Occorre precisare che per “proprietario” non si intende una singola persona, ma una intestazione: talvolta si tratta di

28 In sostituzione di una preesistente scuola mista invernale ospitata in qualche modo all’interno di un edificio della borgata, anch’essa per uso dei bambini di Argiassera, Richettera, Pietra Bianca e delle case sparse della zona (Sergio Sacco, Gigi Richetto, op. cit., p. 181).

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Le borgate, lo spazio pubblico, la dotazione di servizi

Edifici presenti nella mappa del Catasto Rabbini Edifici successivi al Catasto Rabbini Ruderi di edifici presenti nel Catasto Rabbini Ruderi di edifici successivi al Catasto Rabbini Edifici non più esistenti indicati nel Catasto Rabbini Edifici presenti nel Catasto Rabbini, oggi senza copertura

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Percorso carrabile Percorso pedonale Bealera

Argiassera e Meitre. Consistenza dell’edificato e percorsi Scala 1:2000

[fig. 2.13]

Le borgate, lo spazio pubblico, la dotazione di servizi

Edifci abitati stabilmente Edifici abitati in modo temporaneo Edifici in disuso o usati come deposito Ruderi Edifici privi di copertura Edifici pubblici Tettoia Monumento Osteria Attività commerciale Ballo Battitura del grano Pietra torchio

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Posizione fontana non più esistente Forno Scuola CRAL, Cooperativa degli Scalpellini Macellaio Lampione pubblico su palo Lampione pubblico su braccio Bealera interrata Rete idrica Vasca di raccolta acque Fontana Energia elettrica bassa tensione: linee aeree Energia elettrica bassa tensione: linee interrate Energia elettrica alta tensione Spazio comune Spazio utilizzato come parcheggio Strade carrabili Percorsi pedonali

Argiassera e Meitre. Uso degli spazi e dotazione di servizi. Scala 1:2000 [fig. 2.14]

Le borgate, lo spazio pubblico, la dotazione di servizi

[fig. 2.15]

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[fig. 2.16] Meitre. Distribuzione delle proprietà all’epoca del catasto Rabbini e odierna

gruppi di persone (congiunti piú o meno stretti, coeredi), circostanza che può complicare non poco l’eventuale acquisizione di un bene al fine di riqualificarlo. Strutture ad uso collettivo Le borgate Argiassera e Meitre dipendono, per tutti i servizi, dal capoluogo e dai paesi limitrofi. A Bussoleno sono presenti i principali servizi: medico di base, asilo, scuola elementare e media, ufficio postale, banche, stazione ferroviaria, forze dell’ordine. Vi sono inoltre impianti sportivi e luoghi di ritrovo. Non è invece presente un asilo nido, per il quale i bussolenesi gravitano su Susa e Sant’Antonino. Per servizi quali scuole superiori, uffici con competenze

sovracomunali e alcune infrastrutture quali gli ospedali, si fa capo a Susa, poco distante e ben collegata con Bussoleno, ad Avigliana, Rivoli o Torino. Per alcuni servizi quali ad esempio l’ufficio postale e la banca, gli abitanti dell’Argiassera possono scegliere di recarsi a Chianoc. Le chiese di entrambe le borgate sono officiate, ma solo una volta l’anno in occasione del loro Santo titolare (il 2 giugno all’Argiassera; il 21 aprile ai Meitre) e per messe in commemorazione dei defunti. Ai Meitre un laico recita la via crucis e in maggio il rosario. Sia ai Meitre sia all’Argiassera è presente un edificio di proprietà comunale inutilizzato: si tratta delle due ex scuole, in stato di abbandono da parecchi anni. Nel tempo ci sono stati tentativi di riutilizzo della scuola dei Meitre: prima come sede di un circolo culturale, poi come alloggio per le persone con problemi. La scuola dell’Argiassera è invece occupata (presenza non permanente) da giovani come centro socioculturale: vi si organizzano soprattutto feste e concerti. La maggior parte degli abitanti della borgata dichiara che ciò non rechi disturbo. Esiste la consuetudine di prendersi cura del patrimonio della collettività: a turno c’è chi si occupa della chiesa, ai Meitre avviene regolarmente la pulizia della fontana. I forni, di cui ciascuna delle borgate era dotata, sono stati col tempo privatizzati e risultano oggi difficilmente riconoscibili. Chi ha ancora prodotto in proprio il frumento, dopo la guerra si recava nel capoluogo per la molitura e la cottura. Sussistono anche resti materiali di frantoi e di torchi. Attualmente in nessuna borgata di Bussoleno sono presenti attività artigianali o commerciali né esercizi pubblici (ristoranti, bar, osterie), né di richiamo né di prossimità, e neppure attrezzature per l’accoglienza (posti tappa, luoghi per il pernottamento, agriturismo). Ai Meitre c’erano un negozio di alimentari e un bar. Piú indietro nel tempo, vi avevano sede molte associazioni: Società di Mutuo Soccorso; Unione Rurale Agricoltori; Cral; Società Antincendio. A parte quest’ultima, ciascuna gestiva una cooperativa di consumo/dopolavoro, con vendita di generi alimentari e mescita. All’ingresso del paese, nell’edificio accanto alla scuola aveva sede un’attività polifunzionale: macello, rivendita di alimentari, osteria, pista da ballo (balòira). Lungo la strada tra l’Argiassera e la Richettera, c’era un bar ristorante. È stato attivo fino al 1985 ed era abbastanza rinomato. Tempo prima, era stato negozio. In seguito diventò un circolo Arci (il “Che Stress”), ma ha cessato da tempo l’attività. All’interno della borgata, prima della guerra si trovava un’osteria. L’assenza di attività commerciali crea disagi agli abitanti,

Le borgate, lo spazio pubblico, la dotazione di servizi

che, per qualunque esigenza, devono spostarsi, e non genera motivi di richiamo dall’esterno. Ogni tanto passano venditori ambulanti. Spazi comuni All’ingresso di entrambe le borgate si trova un piazzale. Quello dell’Argiassera fu creato negli anni ’60 per la festa patronale, celebrata con il ballo al palchetto (venivano anche allestite bancarelle); esso è stato sistemato parzialmente su iniziativa di un privato, che si occupa anche della manutenzione del monumento ai caduti di Cefalonia e Corfú. Il piazzale è utilizzato una volta all’anno in occasione della commemorazione dei caduti; per il resto vi giocano a calcio i pochi giovani che vivono nella borgata o la frequentano. È uno spazio non vissuto perché a metà strada fra l’Argiassera e la Richettera e perché non vi vengono piú date feste. Lo spiazzo all’ingresso dei Meitre fu utilizzato come parcheggio dei camion che trasportavano i materiali delle cave. Oggi entrambi i piazzali sono utilizzati per il parcheggio delle automobili; nel caso dei Meitre si tratta dell’unico spazio disponibile per chi non ha la possibilità di raggiungere la propria dimora con l’auto e per i visitatori (eventuali auto eccedenti le scarse disponibilità di spazio possono essere parcheggiate lungo la strada per i Tignai); all’Argiassera, invece, le auto degli abitanti vengono parcheggiate in linea lungo la strada, che si svolge all’incirca parallelamente all’abitato. Per queste ragioni, gli abitanti delle borgate non percepiscono i due piazzali come spazi da vivere; le relazioni sociali si svolgono piuttosto lungo i percorsi che attraversano la borgata; ai Meitre l’area di fronte alla cappella e lo spiazzo della fontana possono assumere un valore di “spazio pubblico”. Nell’interlocuzione con gli abitanti, si è riscontrato scarso interesse per gli spazi comuni. L’illuminazione dello spazio pubblico è percepita come soddisfacente. Percorsi interni e accessibilità [fig. 2.17] La strada carrozzabile, asfaltata, sfiora solo i Meitre. L’ingresso principale alla borgata avviene attraverso una strada rettilinea di ampiezza ridotta su cui possono transitare veicoli: questa si dirama su entrambi i lati all’interno della parte pianeggiante della borgata, in tratti percorribili che terminano in alcune proprietà private. I percorsi interni permettono di raggiungere ogni punto dell’insediamento. La maggior parte delle case, tuttavia, non è direttamente accessibile con il mezzo privato; in molti casi, anche se lo fosse non

vi sarebbe lo spazio per lo stazionamento. Molti sono solo passaggi sterrati che consentono il transito pedonale e di piccoli mezzi quali motociclette o motocingolati. Il piazzale utilizzabile per parcheggio dista 40÷180 m dalle case; il piú avanzato luogo accessibile in auto (la cappella di sant’Anselmo per il rione Castèl; uno slargo nella porzione sud-est della borgata per il rione Cumba) 0÷110 m. Le case sul margine nord-est dell’abitato sono le meno accessibili, poiché raggiungibili solo a piedi su percorso accidentato e in pronunciata pendenza. Per quanto riguarda la borgata Argiassera, la morfologia piú lineare determina una piú agevole accessibilità: tipicamente, le auto sono parcheggiate lungo la strada carrozzabile a valle dell’abitato, da cui due percorsi pedonali salgono al nucleo originario della borgata. Questi percorsi, cosí come la vecchia strada dalla Richettera, sono transitabili solo a piedi, in bicicletta da montagna o con mezzi a motore di ridotte dimensioni. Solo la casa n° 26 e quelle sparse attorno all’abitato, costruite successivamente al catasto Rabbini, so-no raggiungibili in auto. Il piazzale dista 11÷180 m dalle case; il piú avanzato luogo accessibile in auto 10÷50 m. Per quest’ultima lunghezza, il valore relativo alla scuola è 40 m. I percorsi interni alle borgate sono quasi tutti privati e appartengono ai diversi proprietari frontisti, pur essendo gravati da diritti comunitari di passaggio. Per questo si riscontrano pavimentazioni improvvisate non coerenti fra di loro: ciascuno cerca autonomamente una soluzione per sistemare il tratto davanti alla propria casa. Lo stato dei percorsi può creare difficoltà nella stagione invernale, quando con la neve e il ghiaccio alcuni tratti diventano pericolosi. 2.4. La normativa Principi generali L’art. 1 del nuovo PRG dichiara di avere quali finalità « il recupero all’uso sociale del patrimonio edilizio (…); la difesa attiva del patrimonio agricolo, delle risorse naturali e del patrimonio storico-artistico e ambientale ». Tali indicazioni di principio rischiano di non corrispondere ai comportamenti reali, anche perché le disposizioni normative presentano spesso difficoltà di comprensione e lasciano, in molti casi, spazio all’equivoco e a interpretazioni che possono rendere leciti interventi non rispettosi dei caratteri dell’oggetto sui cui vengono applicate e del suo contesto. Indicazioni imprecise come, ad esempio, “piú idoneo”, “prevalente”, “ecc.”, “caratteristiche originarie”, “recente”…, nonché alcuni errori di ste-

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Le borgate, lo spazio pubblico, la dotazione di servizi

Strade carrabili Percorsi pedonali Percorso accessibile alle automobili Edifici Ruderi Fronti con accesso

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Argiassera e Meitre. Accessibilità. Scala 1:2000 [fig. 2.17]

Le borgate, lo spazio pubblico, la dotazione di servizi

sura delle norme, possono dare luogo a gravi travisamenti dei significati o delle intenzioni. Vengono inoltre completamente ignorati alcuni temi, in particolare inerenti lo spazio pubblico. All’opposto, alcune indicazioni troppo specifiche (soprattutto del Regolamento Edilizio), se applicate, risultano eccessivamente rigide e in determinati casi addirittura inappropriate ai contesti. Ciò rischia di bloccare le possibilità di ristrutturazione o di favorire l’abusivismo. Si sente la necessità di una maggiore comprensione della consistenza e delle caratteristiche di ciascun edificio oggetto di possibile intervento, per individuare caso per caso le soluzioni piú appropriate rispetto al contesto storico-ambientale e alle esigenze degli abitanti. L’obiettivo delle indicazioni di intervento dovrebbe essere il recupero consapevole del patrimonio edilizio esistente, ma ciò non è possibile senza una comprensione del costruito e un’attenzione per la realtà che ci circonda. Qui accanto sono presentati due casi esemplificativi, che suggeriscono una riflessione piú generale sull’uso dei materiali, sulle loro applicazioni e sull’equivoca interpretazione dei concetti di compatibilità con il contesto ambientale [fig. 2.18, 2.19]. Sulla scorta delle considerazioni di cui sopra è interessante compiere un ulteriore passo, facendo alcune riflessioni sulle scelte progettuali passate e presenti, sulle ricadute di queste sul contesto, sulle eventuali possibilità di sviluppo sostenibile ad esse legate. Comprendere le motivazioni delle scelte costruttive, che hanno determinato i caratteri dell’insediamento e degli edifici, rappresenta una strada efficace per l’individuazione dei requisiti di compatibilità che i materiali e le tecniche da adottare negli interventi sull’esistente dovrebbero soddisfare al fine di garantire un futuro alle borgate preservandone l’identità. La valutazione del livello di compatibilità può avvenire prendendo in esame due aspetti: • relazione con il contesto. Nel passato, la scelta di un materiale o una tecnica dipendeva innanzitutto dalla disponibilità in loco, dalla reperibilità e dalla facilità di trasporto dei materiali. Fattori economici, culturali e sociali ponevano condizioni di vincolo o, all’opposto, stimolavano l’ingegno e la creatività della comunità locale. Non si possono infine trascurare i saperi, le conoscenze, le abilità locali, alla trasmissione delle quali è legata la comprensione delle scelte e modalità costruttive, la continuità della tradizione costruttiva locale e dunque la sopravvivenza dell’identità dell’insediamento. Comprendere i fattori che hanno determinato le scelte del passato significa acquisire consapevo-

[fig. 2.18]

[fig. 2.19]

lezza nei confronti di ciò sui cui interviene e, di conseguenza, disporre di una base per una progettazione coerente e rispettosa del contesto attraverso l’individuazione delle modalità di intervento piú opportune. Questo è possibile, però, solo effettuando un’analisi critica delle scelte del passato e, allo stesso tempo, rapportando queste ultime al contesto attuale: cosí, ad esempio, è importante riflettere sulla possibilità e opportunità di sfruttare le risorse locali, ma senza dimenticare di riflettere sul fatto se ciò sia opportuno in una situazione in cui sono fortemente cambiate le modalità e le esigenze del vivere e dell’abitare, le condizioni economiche, le abilità costruttive. È importante,

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Le borgate, lo spazio pubblico, la dotazione di servizi

inoltre, valutare con attenzione le esigenze, al fine di comprendere i principi che hanno guidato la progettazione del passato, ma anche quelli che dovrebbero orientare quella futura, tendendo a eliminare il superfluo e dunque riducendo i costi e l’impatto ambientale degli interventi.

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• connessione con i principi di ecosostenibilità riferiti all’intero ciclo di vita dei materiali. La valutazione della compatibilità dei materiali passa dall’esame dei limiti e delle opportunità che essi offrono. Alcuni aspetti da valutare e da confrontare con le scelte del passato sono: rinnovabilità della materia prima, limitazione dei consumi di energia, facilità di produzione o estrazione e di realizzazione, facilità di trasporto e di distribuzione; facilità di applicazione (lavorazione e abilità locali); riciclabilità dei materiali; disassemblabilità delle parti del costruito (sostituzione dei componenti, riparazione); dismissione o smaltimento finale (limitazione dei rifiuti e dell’impatto ambientale); durabilità e manutenibilità; scelta dei materiali appropriati in rapporto alle funzioni da assolvere (coerente sfruttamento tecnico del materiale e idoneità all’uso). Le azioni minute devono essere coordinate con gli obiettivi generali. Disposti sullo spazio pubblico Qui di seguito i casi di intervento piú rilevanti e i vincoli dettati dalla normativa vigente, interpretati anche sulla base del confronto diretto con i tecnici dell’Ufficio Edilizia del Comune. Recinzioni e cancelli Secondo il Regolamento Edilizio [art. 52], nelle zone montane le nuove recinzioni possono essere realizzate nei seguenti modi: pietre a spacco sovrapposte (altezza massima 1,20 m); tronchi distanziati, scortecciati e sorretti da altri tronchi fissati direttamente nel terreno o sul muro in pietra (altezza massima 1,20 m); assi di legno a palizzata sul terreno o su muretto in pietra di altezza massima 1,20 m. Sono ammesse recinzioni al di sopra di muri di sostegno. Possono essere ammesse altezze diverse per consentire l’allineamento con le recinzioni contigue, al fine di mantenere l’unità compositiva. I cancelli possono essere realizzati in legno se inseriti nelle siepi o in recinzioni in legno e pietra; in ferro pieno se inseriti in recinzioni in ferro o pietra. Non devono superare i 2 m di altezza e devono aprirsi verso l’interno della proprietà (se opportunamente arretrati, anche verso l’esterno). Le recinzioni pongono il problema del confronto dello spazio privato con lo spazio pubblico o di relazione, su cui hanno un impatto non trascurabile. Il Regolamento Edilizio tende a uniformare quelle che vengono rifatte, ma oggi si riscontra una grande varietà di soluzioni, eredità di un passato recente in cui gli interventi non erano disciplinati.

Le delimitazioni dei fondi non sono normate. Quelle tradizionali erano in pietra per sgomberare il terreno e delimitarlo; attualmente orti e altri fondi agricoli sono cintati per protezione dai selvatici. Una linea per il futuro, specie per gli orti prossimi alle borgate, potrebbe essere la ricerca dell’omogeneità delle soluzioni, da identificare secondo l’economia, la facilità di reperimento, la facilità di posa. Strutture di contenimento del terreno Il Regolamento Edilizio [art. 43] impone, salvo casi particolari, un’altezza non superiore ai 2 m. Alla base dei muri che affacciano su spazio pubblico deve essere realizzata una canalina per la raccolta dell’acqua e il convogliamento nella rete di smaltimento (dove presente). I muri di contenimento possono essere realizzati con disposizione a opus incertum oppure in cemento armato con rivestimento in pietra. Per muri isolati può essere ammesso lo stesso materiale di rifinitura dell’edificio realizzato sulla proprietà o l’uso del materiale tradizionale prevalente in altri muri della zona o il materiale ritenuto piú opportuno per l’armonico inserimento nell’ambiente naturale. Le strutture tradizionali di contenimento erano in pietra con funzione strutturale, non di rivestimento. Inoltre gli interstizi privi di malta garantivano il drenaggio, non sempre assicurato correttamente nei muri in conglomerato cementizio gettati in opera. L’indicazione che un muro di sostegno in c.a. debba essere rivestito con scapoli di pietra o con pietre spaccate sovrapposte mostra l’equivoco di base che confonde il recupero, la valorizzazione e il rispetto del patrimonio edilizio esistente con una sorta di “inserimento ambientale scenografico”, che non contempla il senso del costruito e ignora le scelte tecnologiche, le motivazioni economiche, culturali e sociali che hanno determinato i caratteri dell’ambiente costruito. Senza considerare che il rivestimento, con le azioni del gelo e disgelo, è soggetto a danni garantiti. Coerente con questa visione puramente scenografica appare la successiva norma che prevede il mascheramento di detti muri con arbusti, alberate o, comunque, con l’impiego di vegetazione. Spazio pubblico Il Regolamento Edilizio [art. 35] stabilisce che strade, piazze, suoli pubblici o assoggettati a uso pubblico nei centri abitati (cosí come definiti dal Codice della Strada), anche minori, « devono essere provvisti di pavimentazione idonea allo scolo delle acque meteoriche e di mezzi per lo smaltimento delle stesse ». Mancano tuttavia indicazioni specifiche (ad esempio rispetto a tipi e modalità di intervento e ai materiali da utilizzare) e non vengono presi in considerazione gli spazi collocati al di fuori dei centri. Le poche indicazioni, per lo piú generiche, ma in alcuni casi precise, risultano poco attente al contesto specifico delle borgate. Reti degli impianti tecnologici Gli strumenti urbanistici in vigore non contengono indicazioni su questo tema. Nel caso di interventi per l’installazione o il potenziamento delle reti sarebbe indispensabile valutare l’impatto sull’ambiente delle borgate,

Le borgate, lo spazio pubblico, la dotazione di servizi onde evitare di snaturarle con linee aeree e con elementi di attacco all’edificio 29. Si propone di sollecitare le aziende erogatrici di servizi (ad es. ENEL) a realizzare uno studio pilota per contatori e altre attrezzature adatte all’installazione su edifici storici alpini. Posti auto Gli strumenti urbanistici in vigore non contengono indicazioni su questo tema.

2.5. Interventi sulle borgate I grandi spazi aperti, la facile raggiungibilità delle due borgate oggetto di approfondimento e la loro vicinanza al centro di Bussoleno, la presenza di edifici in abbandono da recuperare rappresentano potenzialità da sfruttare. Il patrimonio esistente è da esaminare come una risorsa non utilizzata, da indirizzare verso nuovi impieghi. Le borgate rappresentano un patrimonio significativo che potrebbe essere piú utilizzato anche per residenza stabile. Ma per avviare un tale processo ci dovrebbero essere stimoli esterni: condizioni di favore per sollecitare la rivitalizzazione. Tra le ipotesi, per ora non verificate: • diminuire gli oneri di intervento • identificare finanziamenti per realizzare opere di fornitura di servizi • portare nuove attrattive o dare visibilità alle condizioni di attrazione • portare, a rotazione, attività anche nelle borgate e non solo nel capoluogo. Inoltre, rispetto al passato, le attrezzature che attenuano il disagio della distanza dal centro abitato sono molto piú diffuse e le reti dei servizi possono diventare parte di un processo di recupero del patrimonio. Appare importante sottolineare che la salvaguardia dei caratteri qualificanti del territorio di Bussoleno richiede un impegno congiunto sia sul recupero delle borgate (fascia altimetrica intermedia) sia sulla valorizzazione del patrimonio ambientale ovvero lo sviluppo turistico/escursionistico ecologicamente compatibile (fascia piú elevata): ciò attuando interventi diversi che si sostengono vicendevolmente, mentre la promozione di una sola delle due politiche rischierebbe di non essere efficace. Non va esclusa la possibilità di intervenire in assenza di fondi: alcune operazioni non hanno costo, richiedono organizzazione.

Il recupero e la valorizzazione dei nuclei insediativi in abbandono (azione 3.5.1. del Piano Territoriale Regionale Approfondimento Valle di Susa) potrebbe essere l’oggetto di un programma a livello di Comunità Montana, anche con l’adozione di un sistema di incentivi per l’utilizzo di nuclei recuperati per forme compatibili di turismo montano (azione 3.5.2.) e di un sistema di regole comuni per conservare e valorizzare i caratteri insediativi e tipologici delle borgate su versante (azione 3.5.3.). Se l’obiettivo – condivisibile – è il recupero dell’esistente (azione 3.5.4.: limitare l’attività edilizia nei versanti al recupero/riqualificazione delle borgate e del patrimonio edilizio esistente), occorre che l’Amministrazione assuma una politica per favorire la residenzialità nelle borgate. La presenza di attività nelle borgate e sui terreni ora abbandonati contribuirebbe a rivitalizzarle. Sarebbe preferibile privilegiare attività in grado di valorizzare le risorse locali naturali e umane e di insediarsi in edifici da recuperare e rifunzionalizzare. Il miglioramento dell’accesso alle case attraverso la sistemazione dei percorsi interni potrebbe rendere piú appetibili le borgate quali luoghi di abitazione o villeggiatura. Esclusa la possibilità dell’accesso diretto con auto a tutte le case, che anche dove fattibile snaturerebbe gli insediamenti e dunque costituisce una soluzione inaccettabile, si potrebbe cercare di garantire la percorribilità con piccoli mezzi a motore per il trasporto di oggetti e merci; si devono inoltre trovare spazi per il parcheggio delle auto. Mancano posteggi privati e acquisire terreni per crearne di pubblici ai margini dell’abitato è molto difficile.

29 Riguardo agli interventi di carattere impiantistico, “spesso si fa ricorso a soluzioni che risultano coerenti con i caratteri delle costruzioni contemporanee ma che si rivelano non appropriate, se non in aperto contrasto, con quelli dell’edilizia tradizionale. L’adozione di simili soluzioni tecnologiche comporta spesso, di conseguenza, opere di distruzione e di adattamento che intaccano pesantemente le strutture esistenti (o addirittura quelle di risanamento appena realizzate). Gli edifici su cui si interviene saranno pur sempre diversi da nuovi edifici e non si potrà richiedere ad essi le stesse prestazioni che questi ultimi forniscono. Cercare di ottenere un simile risultato significherebbe infatti distruggere in gran parte l’edificio esistente perdendo molti dei valori e dei caratteri che gli riconosciamo nel momento stesso in cui ne decidiamo il recupero, senza peraltro acquisirne altri, nuovi sicuri e stabili” (Stefano F. Musso, Giovanna Franco, Guida alla manutenzione e al recupero dell’edilizia e dei manufatti rurali, Venezia: Marsilio, 2000, p. 166).

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Le borgate, lo spazio pubblico, la dotazione di servizi

Censimento delle potenzialità residenziali

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Nel caso delle borgate, l’obiettivo dovrebbe essere la riqualificazione dell’insieme piuttosto che di edifici di particolare pregio. Si tratta di insediamenti storici fortemente caratterizzanti, non ancora pesantemente alterati (azione 3.1 del Piano Territoriale Regionale - Approfondimento Valle di Susa). La difesa e valorizzazione dell’identità e del patrimonio storico-culturale locale passa in larga parte attraverso la tutela, conservazione, riqualificazione funzionale e fisica degli insediamenti (azione 3.4), anche con politiche di incentivo e controllo relativi ad allestimenti, pavimentazioni, arredi urbani, materiali, finiture e cromie (azione 3.4.1.). La borgata Argiassera conta 25 edifici e 15 abitanti, mentre la borgata Meitre 54 edifici e 20 abitanti. Senza costruire nulla di nuovo, ma recuperando e rifunzionalizzando il patrimonio disponibile, le borgate potrebbero accogliere piú abitanti, temporanei o meglio permanenti. Può essere utile, in questo senso, osservare che al 1901 il numero medio di abitanti per edificio risultava di 4,38 se conteggiato su tutto il territorio comunale, e di 2,08 se sulle sole borgate. Tali valori esprimono, in primissima approssimazione, una maggiore dimensione degli edifici del capoluogo, un loro maggiore affollamento, il fatto che non tutti gli edifici sui versanti fossero permanentemente abitati, e infine la loro destinazione mista abitativa e produttiva al contempo. Gli stessi calcoli eseguiti relativamente a oggi dànno 4,05 abitanti per edificio su tutto il territorio comunale, e 0,20 sulle sole borgate: espressione sintetica da una parte del perdurare di una prevalente edilizia estensiva anche nella parte piana del Comune, dall’altra dello spopolamento dei versanti. Il calcolo della disponibilità storica (1901) di superficie pro capite per le due borgate oggetto di approfondimento ha espresso valori abbastanza differenti (14,52 m2 all’Argiassera contro 21,48 ai Meitre). Va chiarito che nel calcolo è stata assunta quale “superficie abitabile disponibile” quella del secondo piano fuori terra di ciascun edificio, visto che in genere il primo piano f.t. aveva destinazioni agricolo-produttive (stalle, cròta…) e il terzo (ed ultimo) di fienile. Tale generalizzazione, se accettabile, pare applicabile agli

insediamenti di entrambi i versanti, poiché non sono state riscontrate significative differenze tipologico-distributive. totale Superficie abitabile disponibile (1901) Sup. abitata (2004) Id. abitabile o adattabile

Argiassera pro capite abitanti

Meitre totale pro capite abitanti

1.249 363

14,52 24,20

86 15

3.007 789

21,48 39,45

140 20

1.637

24,20

68

3.358

39,45

85

Il calcolo delle superfici pro capite oggi permanentemente abitate (riferita alla consistenza tipologica reale, e quindi conteggiando il numero di piani abitabili delle poche villette di recente costruzione) dà un aumento a 24,20 m2 all’Argiassera e a ben 39,45 ai Meitre. Le rimanenti superfici sono costituite da edifici abitati temporaneamente per villeggiatura, da edifici abbandonati e da edifici in rovina, oltre che dall’edificio comunale inutilizzato presente in ciascuna borgata. Ogni ragionamento sulla valorizzazione e rivitalizzazione delle borgate dovrebbe basarsi sulla conoscenza della consistenza quantitativa e qualitativa delle loro costruzioni: si dovrebbe indirizzare il recupero/restauro degli edifici di maggiore significato e stabilire criteri e priorità per interventi sugli altri edifici. A una prima analisi, a causa della morfologia dell’insediamento tutti gli edifici dell’Argiassera sembrano recuperabili all’uso residenziale adattandoli (con i vincoli di accessibilità e distribuzione verticali posti dal sito). Ai Meitre non sono abitati in permanenza edifici le cui superfici sommano a 3.005 m2 30, di questi 2.251 hanno caratteristiche di abitabilità di fatto, benché nella maggior parte dei casi i rapporti aeroilluminanti e le altezze interne non siano quelle richieste dai regolamenti odierni; 200 hanno caratteristiche che consentono di raggiungere l’abitabilità (in genere con la realizzazione di nuove aperture); 380 (quelle degli edifici piú interclusi, con limitata estensione dei fronti liberi) hanno caratteristiche che non consentono di raggiungere l’abitabilità, ma possono essere utilizzati come depositi o per attività senza permanenza di persone; 56 potrebbero essere demoliti per migliorare le condizioni al contorno; 118 sono ruderi ricostruibili. Per la loro mancanza di affacci liberi e la loro esposizione 30

Eccetto casi che rendevano tipologicamente ipotizzabile in prima approssimazione l’uso di piú piani (edifici scolastici), la superficie è stata fatta uguale all’area occupata al suolo dall’edificio.

Le borgate, lo spazio pubblico, la dotazione di servizi

meno favorevole, pur in presenza di un’articolazione planivolumetrica e di una conformazione architettonica di fascino, gli edifici della porzione piú agglomerata del nucleo appaiono piú adatti ad ospitare funzioni collettive o di abitazione temporanea che non residenza permanente. Applicando – a puro titolo indicativo – al totale delle superfici abitabili anche a seguito di interventi di rifunzionalizzazione il parametro dell’attuale disponibilità di superficie pro capite per ciascuna borgata, risulterebbe una popolazione potenziale insediabile di 68 (+53) persone all’Argiassera e di 85 (+65) persone ai Meitre. Tali cifre, piuttosto inferiori (specie ai Meitre) ai valori censuari del 1901, sono anche assai superiori ai valori odierni massimi delle presenze estive. Tali calcoli hanno ovviamente carattere astratto, avendo l’obiettivo di esemplificare un metodo da applicare all’intero sistema delle borgate su versante, per orientare le decisioni e la progettazione di interventi da approfondire e verificare individualmente. Un ripopolamento porterebbe l’indubbio vantaggio della rivitalizzazione dei luoghi. Tuttavia, se avvenisse in modo repentino i due nuclei potrebbero non essere in grado, nell’immediato, di assorbire gli effetti del cambiamento (reti di servizi, attività, sconvolgimento delle abitudini degli abitanti, posti auto…) e far fronte alle mutate esigenze. Anche un aumento dell’afflusso di frequentatori potrebbe provocare problemi analoghi. Accompagnamento di un percorso partecipato per la progettazione e la gestione comunitaria delle borgate In presenza di una volontà politica di salvaguardia e promozione delle borgate, si propone di intraprendere un percorso di sviluppo della cittadinanza attiva e dell’autogestione. Il Comune dovrebbe prima ascoltare individualmente tutti gli abitanti (residenti e non) di ciascuna borgata, poi, realizzati dettagliati studi tecnici sulle singole borgate 31, dovrebbe sostenere l’accompagnamento tecnico di assemblee di borgata nella redazione di piani di riqualificazione. L’accompagnamento dovrebbe assumere il ruolo di mediare fra le esigenze, i vincoli normativi, i costi, le disponibilità, per socializzare le azioni anziché intervenire individualmente (cosí avveniva in passato: le operazioni di maggiore impegno erano organizzate e realizzate dalla comunità). I piani di borgata dovrebbero esprimere le priorità e anche gli impegni – di natura e peso

diversi a seconda degli attori – assunti da ciascuno di quanti hanno collaborato alla loro stesura. Qui dovrebbe trovare posto un insieme condiviso di modi di fare riguardo alla qualità dello spazio pubblico. Va sottolineato che sarebbe rischioso progettare un piano dall’esterno, in carenza di conoscenza dei modelli di comportamento e di fruizione reali. Ma il contributo degli abitanti non è solo quello di esprimere conoscenze, bisogni o aspettative: la loro partecipazione assume il valore di condizione favorevole all’attuazione dei piani medesimi, sia perché piani cosí elaborati non conterranno norme che potrebbero essere vissute come imposizioni dall’esterno, sia perché gli abitanti – vista la scarsità di risorse di cui il Comune dispone – possono attivarsi direttamente per lo svolgimento di alcuni degli interventi previsti. Nei casi di maggiore successo, da tale processo possono crearsi le condizioni di fattibilità di Società consortili di gestione della borgata (o di parti di essa), di cui l’Amministrazione potrebbe accompagnare la costituzione.. Tali società, in cui potrebbe essere significativo l’apporto di lavoro fornito dai soci medesimi, potrebbero occuparsi, per esempio, della manutenzione di spazi pubblici, della realizzazione e gestione di impianti collettivi quali quello di trattamento delle acque luride, o quello di riscaldamento (con combustibile legnoso o GPL, e con possibilità di ripartizione delle spese attraverso contatori individuali) anche a integrazione di stufe o termocucine individuali, o ancora la semplice gestione di un serbatoio che alimenta impianti di riscaldamento autonomi. L’innovatività e i contenuti di tale approccio permettono di ipotizzare che possa godere di sostegni esterni per avviarne, almeno, una sperimentazione. Simulazione di interventi su alcuni esempi scelti Le osservazioni dirette compiute nelle borgate oggetto di studio hanno messo in evidenza la complessità della realtà locale e l’inadeguatezza della normativa vigente rispetto alla varietà di situazioni. Le disposizioni normative in vigore a Bussoleno sembrano derivare da contesti molto diversi rispetto a 31

Un precedente interessante, già contenente ipotesi di intervento, è costituito da Gruppo Ricerche Cultura Montana (a cura di), “Meineri. Studio ambientale-architettonico e proposte di riutilizzo di una borgata alpina”, Quaderni Valsusini, anno 1, n° 2, 1986, p. 98 sgg.

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quelli in cui vanno applicate, e il loro carattere di genericità non risulta efficace a favorire la trasformazione rispettosa di oggetti tanto particolari quanto gli insediamenti alpini di versante e gli edifici che li compongono. Ciò suggerisce l’opportunità di un approfondimento di alcuni casi concreti attraverso il progetto, al fine di verificare i limiti, le difficoltà e le possibilità che si presentano nel contesto ambientale, edilizio, normativo ecc. Ma l’esito di ogni intervento può essere garantito solo da un’attenzione da applicare caso per caso 32: ciascun edificio necessita di un progetto specifico eseguito con alta professionalità. Il Regolamento, in modo non dichiarato, vorrebbe supplire alla mancanza di progetto specifico con linee guida: questa ipotesi di semplificazione non pare possa però fornire risultati apprezzabili. Solo il confronto diretto permette di cogliere questioni che sfuggono a trattazioni a carattere generale e consente di fornire le necessarie indicazioni individuali. Qui di seguito sono pertanto presentate schede che riguardano spazi di uso collettivo. Sottolineiamo che il confine fra spazi privati e spazi collettivi non è netto, poiché esiste sempre un confronto fisico e visivo diretto che fa sí che interventi effettuati sull’uno provochino effetti sull’altro (si pensi ad es. alla modificazione dell’aspetto di uno spazio pubblico a seguito dell’installazione di una recinzione, o a seguito della creazione di nuove aperture o dell’ampliamento di quelle esistenti sul fronte di uno degli edifici che vi si affacciano). Gli strumenti urbanistici dovrebbero tenere conto di que-

sto aspetto. Ciascuna scheda contiene un’analisi del caso preso in esame attraverso immagini e una breve descrizione in cui vengono forniti dati e evidenziati aspetti significativi al fine della progettazione, e – attraverso la simulazione di interventi progettuali – alcune riflessioni, applicabili a molte altre situazioni riscontrabili nelle borgate. I disegni sono stati realizzati sulla base delle carte a disposizione (mappe catastali e Carte Tecniche Regionali), che, con l’esperienza diretta, si sono rivelate poco attendibili 33. Attualmente non esistono, per il territorio comunale di Bussoleno, elaborati cartografici del tutto affidabili e la produzione di documenti corretti avrebbe richiesto energie e strumenti fuori dalla portata del presente lavoro. Si è cercato di verificare quanto possibile con strumenti semplici, ma non si esclude la permanenza di errori. In molti casi, inoltre, non è stato possibile eseguire rilievi completi e precisi a causa delle difficoltà di accesso. Le imprecisioni non sono tuttavia ritenute rilevanti in relazione alla finalità delle schede, che è quella di comunicare l’impostazione di un possibile metodo di lavoro. 32 Massimo Casolari, “Identità locale e centri storici. Note metodologiche per la valorizzazione del patrimonio edilizio ed architettonico”, Paesaggio urbano, n. 2, marzo-aprile 2003. 33 Le carte redatte sulla base di riprese aeree o satellitari presentano forti limitazioni per quanto rimane coperto dalla vegetazione: tali tecniche non sembrano efficaci, se non verificate direttamente sul posto. Si è constatata una maggiore fedeltà di rappresentazione del catasto Rabbini rispetto alle carte piú recenti.

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SCHEDA A:: spazio pubblico – piazzale all’ingresso della borgata Località: borgata Meitre Analisi. Piazzale posto accanto alla strada che collega le borgate Bessetti e Tignai, su cui affaccia la ex scuola. Spazio non progettato di proprietà comunale. Forma irregolare e non delimitata da confini netti. Assenza di interventi di cura e di manutenzione. Pavimentazione. Manto di asfalto delimitato a sud dalla strada, a ovest dal fronte della ex scuola, a est da un muretto in cemento e sui restanti lati da aree sterrate con crescita di erba. Attrezzature. Sono presenti un cartello con indicato il nome della borgata, una cassetta postale, bacheche in lamiera e sedute in pietra addossate alla facciata della ex scuola. All’imbocco della strada d’accesso all’abitato sono collocati cassonetti per i rifiuti. La loro posizione è vincolata all’accessibilità da parte dei mezzi per la raccolta. Uso. Parcheggio per le auto degli abitanti e dei visitatori della borgata e occasionalmente deposito temporaneo. Le automobili vengono disposte senza un ordine preciso. Reti. Cavi aerei elettrici e telefonici; lampada a braccio ancorata alla parete della ex scuola. Ex scuola. Edificio di due piani fuori terra e sottotetto. Inutilizzato e in stato di abbandono. Accesso dal piazzale.

Progettazione Interventi: •definizione del perimetro e delimitazione; •nuova pavimentazione; •individuazione di linee guida per l’eventuale futuro ampliamento; •ricollocamento della raccolta dei rifiuti in posizione meno contigua alla strada di accesso alla borgata, con creazione di una sede idonea per i cassonetti; •installazione di una protezione dagli agenti atmosferici per gli scolari in attesa dello scuolabus; •installazione di una bacheca decorosa e funzionale; •recupero e riutilizzo della scuola, eventualmente per servizi.

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112 SCHEDA B:: spazio pubblico – percorso interno alla borgata Località: borgata Argiassera Analisi. Percorso principale storico (dalla Falcemagna a Chianoc) e morfogenetico, che taglia la borgata secondo un asse est-ovest, in lieve pendenza da est verso ovest. Proprietà del sedime dei privati frontisti, gravata da diritti comunitari di passaggio. Collegamento attraverso percorsi trasversali con la strada carrabile asfaltata e con le aree dov’è possibile parcheggiare. Un tratto del percorso è sdoppiato su due livelli, separati da un muro di contenimento in pietra. Utilizzato come luogo di relazione sociale, con specifiche consuetudini di uso dello spazio. Pavimentazione. Disomogeneità dei manti stradali: ciascun proprietario adotta soluzioni in autonomia per il proprio tratto. Tratti sterrati si alternano con porzioni in cemento, lastre di pietra, pietre fitte, ghiaia. Impianti. Reti aeree dell’elettricità e del telefono. Un palo della linea elettrica serve anche da sostegno per l’illuminazione pubblica; un’altra lampada è sostenuta da un braccio ancorato a un edificio. Mancano impianti di smaltimento delle acque meteoriche: tutti i pluviali scaricano sulla strada. Fontanella pubblica (unico elemento di arredo urbano e servizio per la comunità). Panche in pietra, private, addossate a edifici o fronteggianti gli ingressi, affacciate sullo spazio pubblico.

Recinzioni. Molti edifici lungo il percorso hanno spazi aperti di pertinenza delimitati da recinzioni. Le soluzioni adottate non presentano omogeneità e coerenza reciproca e con il contesto. Ci sono però ancora delimitazioni tradizionali (muri di sostegno a secco). Accessibilità. La via è percorribile a piedi senza particolari difficoltà. Alcuni tratti possono risultare poco sicuri in presenza di neve o ghiaccio. Pendenze in genere molto contenute, e poche barriere architettoniche (scalini/gradoni, discontinuità, ecc.).

Le borgate, lo spazio pubblico, la dotazione di servizi

Progettazione Gli interventi sui percorsi dovrebbero essere preceduti dall’installazione delle reti di servizi (che permetterebbe di ovviare alle difficoltà derivanti dal ricorso ad alternative per sopperire alle carenze di fornitura e costituirebbe un incentivo al recupero di case e al trasferimento di persone nelle borgate) e dal controllo dei collegamenti di queste con gli edifici. Nelle attuali condizioni, non sembra necessario porre un vincolo di soluzioni costruttive di valore contestuale o con riferimento alla tradizione. Proposte di tale natura potrebbero risultare sprechi a fronte di interventi prioritari per il recupero delle borgate.Tutte le decisioni, anche formali, rispetto al tema sono da prendere insieme con i proprietari: non si debbono progettare interventi impositivi. Si propongono interventi mirati a: • Raccolta/allontanamento (sottoservizio) o drenaggio delle acque meteoriche. Obiettivi: evitare il ruscellamento, assorbimento dell’acqua da parte del terreno, evitare l’avvicinamento dell’acqua al perimetro delle costruzioni • Interramento delle linee elettrica e telefonica (sottoservizi); allacciamenti fognari; distribuzione del calore • Controllo dei collegamenti alle reti, in modo da evitare fastidiose interfacce poco compatibili con la preesistenza • Armonizzazione della pavimentazione: tra le possibili soluzioni, pietre fitte di taglio con ampie fughe, sterrato • Miglioramento dell’accessibilità per piccoli mezzi a motore e se possibile per disabili (regolarizzazione delle pendenze) • Riposizionamento ed eventuale ridisegno della fontana in luogo di maggiore risalto, anche quale elemento di incontro • Limitazione delle recinzioni all’interno della borgata, marcando i dislivelli dei reciproci terreni attraverso strutture di contenimento ed eventualmente anche attraverso l’adozione di soluzioni che rendano riconoscibili le proprietà (ad es. differenziazione di una soluzione generale condivisa).

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3.

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115 3.1. Elementi caratterizzanti gli edifici rurali tradizionali La matrice principale di tutte le costruzioni è l’utilizzo di quanto è disponibile sul posto o alla piú breve distanza; a partire da queste disponibilità ciascuno procedeva secondo consuetudine. Il ricorso al dialetto locale per le denominazioni degli elementi non ha solo un valore filologico: ha costituito elemento essenziale per la comunicazione e il trasferimento di conoscenza da parte degli esperti locali interpellati ed è inscindibile dalla cultura tecnica tradizionale. [fig. 3.01]

[fig. 3.02]

Chabòt 34 Questo tipo di edificio [fig. 3.01, 3.02] è abbastanza diffuso nel fondovalle, all’esterno del capoluogo e al di sotto del cambio di livello (ca. 500-600 m) che lo separa dalle fasce dove si trovano i maggiori insediamenti permanenti sui versanti, per lo piú nei conoidi dei rii Gerardo e Boine (regioni Prapontin e Arbrea). La sua funzione originaria era di servizio alle attività agricole, spesso di carattere viticolo, fornendo spazio per il ricovero di attrezzi, derrate e all’occorrenza persone: in alcuni periodi la vigna richiede molti lavori da eseguire in un arco di tempo il piú ridotto possibile e molti terreni erano proprietà di persone di Mattie. Negli ultimi decenni, molti chabòt sono stati ampliati e trasformati in case d’abitazione permanente, spesso in modo da non rendere piú riconoscibile il loro aspetto originario 35. L’edificio ha forma essenzialmente scatolare, a

[fig. 3.03]

34 Termine dialettale che indica un edificio rurale di modeste dimensioni, chiuso su quattro lati, avente funzioni di servizio per il lavoro nei campi. Da questo momento in poi verrà nominato con il termine dialettale per semplicità di comunicazione. 35 Sergio Sacco, Gigi Richetto, op. cit., p. 259.

[fig. 3.04]

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uno o piú raramente due piani fuori terra, con copertura a due falde. [fig. 3.03] Se ha piú di un piano, la scala per il secondo piano è esterna (le pendenze limitate non permettono l’accesso diretto al piano superiore dal lato a monte). La struttura è in muratura portante in pietra: sono muri piuttosto spessi, senza rinzaffo o intonaco. Le coperture originali sono con manto in lose e struttura lignea. A volte sono presenti impianti per lo smaltimento delle acque meteoriche con gronde in lamiera, aggiunte in seguito alla costruzione degli edifici. La pavimentazione del piano terra è in terra battuta, oppure lastricato. Dove posseggono piú di un piano si trovano orizzontamenti in legno (assito) e raramente volte in pietra. Sono presenti poche finestre, generalmente una per ambiente, di dimensioni piuttosto ridotte; spesso sono posizionate sul lato che dà verso la vigna. Non vi sono infissi se non un’inferriata e, a volte, una rete metallica. L’ingresso al piano terra è in genere piú ampio di quello al piano superiore. Le porte sono in tavole lignee con elementi di irrigidimento. L’architrave è spesso ligneo ma ve ne sono anche in pietra, cosí come in pietra sono la soglia e i davanzali. I chabot sorgono solitamente isolati tra i campi. Gli appezzamenti sono sempre delimitati da muri di cinta spessi anche 120 cm, costruiti utilizzando le pietre raccolte direttamente dal terreno per renderlo coltivabile. Una delle pareti dell’edificio s’in-

nalza spesso da tale muro di cinta. Il chabòt si affaccia dunque interamente verso il campo di sua pertinenza ed è esso stesso confine e recinzione del terreno. [fig. 3.04] Edificio per abitazione Nella fascia altimetrica tra i 459 e i 901 m (rispettivamente, Santa Petronilla e Pietra Bianca), su entrambi i versanti si trovano borgate dove abitava un gruppo permanente di persone, dedite ad attività agropastorali di sussistenza e quando disponibili ad altri lavori (scalpellini). Si tratta di edifici unifamiliari, con suddivisione funzionale per piani, in cui convivono le attività di allevamento, di conservazione delle derrate alimentari destinate a uomini e bestie, di residenza, e qualche attività produttiva. [fig. 3.05] All’Argiassera ai piani terra c’erano stalle e cantine. Ogni famiglia aveva poche mucche (1÷4). Gli edifici della borgata Meitre avevano generalmente una stalla al piano terreno, locali di abitazione al primo piano, e un fienile al piano superiore, piú una cantina al seminterrato. Nei sottotetti del capoluogo, sono documentati magazzini-essiccatoi delle castagne e delle granaglie 36: almeno in alcuni casi, tali funzioni dovevano essere presenti anche nelle borgate 36

Luca Patria, op. cit., p. 75.

[fig. 3.05]

Il patrimonio edilizio nelle borgate

di versante. La quasi totalità delle costruzioni nelle borgate di versante è già presente sul Catasto Rabbini (1863-64). Nonostante gli interventi subiti nel tempo (soprattutto negli anni Sessanta del secolo scorso), gran parte degli edifici conserva i caratteri costruttivi originali. Per quanto riguarda gli insediamenti di Pinetti, Gonteri, Cervetto, Le Combe (Comune di Mattie), che sorgono a quote piú alte (dai 1000 ai 1400 m), i censimenti hanno fatto emergere che in queste località vivessero stabilmente alcune famiglie. Ipotizziamo che alla comunità permanente si aggiungesse una popolazione estiva per la monticazione e la coltivazione. Questi insediamenti meriterebbero un’analisi attenta, ma non sembrano presentare tipologie e caratteri edilizi differenti da quelli delle borgate piú basse. In genere l’edificio si presenta come un blocco di tre piani fuori terra. È spesso costruito a partire dalla roccia, su pendio, al fine di accedere direttamente, dove possibile, a ogni livello. La struttura è in muratura portante in pietra. Sono muri piuttosto spessi, parzialmente rinzaffati solo in alcuni casi e frequentemente lasciati nudi, soprattutto all’esterno. All’interno sono per lo piú intonacati e in diversi casi anche tinteggiati. Ai Meitre e ai Tignai sono stati rilevati casi di uso di colori caldi come il rosso anche negli esterni, e di decorazioni parietali. Comune a tutte le borgate è l’impiego della pietra disponibile in loco o alla minima distanza possibile; in genere, all’inverso è piú scistosa che all’indritto, dove era richiesto un maggiore lavoro di sbozzatura. Nelle pareti perimetrali si osservano spesso fori quadrati non passanti, che interpretiamo come buche pontaie. Le coperture originali sono generalmente a due falde, con manto in lose; in tempi recenti a volte il manto è stato sostituito con lamiera, con tegole di cemento o laterizie. I colmi sono solitamente disposti parallelamente alle curve di livello, soprattutto all’Argiassera, ma è frequente anche il contrario. In alcuni edifici non sono presenti dormienti: le travi secondarie appoggiano direttamente sulla parete perimetrale. La struttura del tetto era interamente realizzata in legno. Se disponibile, si utilizzava il larice, altrimenti il castagno selvatico (bròpa) o altre essenze di scarsa qualità. Nella struttura della copertura non c’era ferro. Si praticavano buchi nella trave costana con la taravela (tinivella) e vi si infilavano gli elementi (in maggiociondolo: legno di particolare durezza e resistenza) di collegamento coi puntoni. L’orditura era composta da una struttura principale e solo il primo listello (charlat). La squadratura del legname avveniva con l’ascia; per lo piú le travi erano “uso Trieste”. Le lose erano appoggiate; unica eccezione quelle sul charlat (dette soubrounde), che erano trattenute da piatti di ferro, con interasse 50÷100 cm.

La grondaia in genere era assente. All’Argiassera, tranne rare eccezioni, gli orizzontamenti sono volte in pietra, con all’estradosso un riempimento e un lastricato. Ai Meitre, tra il piano terra e il primo piano si trovano soprattutto volte in pietra, ai piani superiori solai formati da orditura lignea e assito oppure formati da pesanti travi lignee con riempimenti in materiale lapideo e malta. La distribuzione verticale (scale) è esterna; sono molto diffusi, specie ai Meitre, i ballatoi. Le aperture sono solitamente una per ambiente, di diversa dimensione a seconda della funzione, ma mai molto grandi. Gli infissi delle finestre sono solitamente in legno con lastre di vetro, a volte con persiane esterne, piú spesso scuri interni. È spesso presente un’inferriata. Le porte sono di assi di legno. Anche l’architrave è quasi sempre ligneo; la soglia e i davanzali sono in pietra. Particolarmente curate sono le spalle, in pietra, e gli archi ribassati o le piattabande, a volte presenti al posto dell’architrave o sopra di esso, con funzione di aiuto strutturale. Intorno alle finestre è spesso presente una cornice di intonaco, forse con funzione igienica. « In val di Susa i camini domestici sono attestati non prima del settimo decennio del Duecento e sostituirono i semplici focolai a sfogo libero che spesso affumicavano gli ambienti rendendo l’aria irrespirabile » 37: nelle borgate di versante sono stati riscontrati alcuni esempi di ambienti privi di canne fumarie, con pareti interne incrostate di nerofumo, e con elementi in pietra sul pavimento adatti all’accensione di un fuoco. In tempi piú recenti, c’era una stufa in quasi tutte le case. In alcune era nella stalla. Questa parte dell’ambiente veniva pavimentata con lose; quella restante era destinata alle mucche. In altre case la stufa si trovava in camera da letto, coi letti ai bordi della stanza. Non sono mai stati usati bracieri. In genere, gli edifici sono affiancati; sono pochi quelli isolati. Ai Meitre sono frequenti gli spazi aperti coperti adiacenti alle abitazioni, utili allo svolgimento di attività nella cattiva stagione; i ballatoi, riparati dagli sporti dei tetti, hanno dimensioni parecchio maggiori di quelli rilevati all’Argiassera. Grazie alla sua configurazione e a quella del pendio, in quest’ultima borgata la maggior parte degli edifici dispone di un appezzamento di terreno annesso, generalmente recintato, in cui è stato creato un giardino e a volte un piccolo orto. Ai Meitre, invece, la natura agglomerata dell’insediamento fa sí che le case con cortile o giardino privato siano piú rare. In generale, si è riscontrata una certa cura dello spazio di pertinenza degli edifici. 37

Ibidem, p. 69.

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Alpeggio

[fig. 3.06]

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[fig. 3.07]

Gli alpeggi di Bussoleno sono compresi in una fascia altimetrica che va dai 1380 (Rio Secco) ai 2120 m s.l.m. (Balmerotto). I complessi sono circondati da pascoli; [fig. 3.06] si riscontrano insiemi molto semplici, composti da un edificio d’abitazione per i malgari e una stalla, e aggregati piú articolati (Balmetta vecchia). Le differenze edilizie fondamentali riguardano la dimensione, che dipende dall’uso (numero di malgari e soprattutto di capi di bestiame), la tipologia dei solai, i materiali impiegati (a seconda della disponibilità in situ). L’insediamento di Rio Secco appare fuori dal comune: forse frutto di una progettazione razionale, vi si riscontra un’esecuzione accurata e l’uso insolito della capriata. Ciò potrebbe essere attribuito a un’influenza delle vicine abbazie certosine di Montebenedetto e Banda. L’esempio illustrato, nell’alpeggio della Balmafol ricadente per metà nei confini comunali di Chianoc, è costituito di tre edifici di altezze diverse a due piani fuori terra e coperti da un tetto a due falde. [fig. 3.07, 3.08] Hanno impianto planimetrico semplice, rettangolare, con piú ambienti per ogni piano e almeno una porta per piano. Sono ubicati su un terreno acclive, sia per riparo dal vento e dal freddo sia per raggiungere i piani. Le murature sono in pietra, piuttosto spesse, parzialmente rinzaffate e piú frequentemente lasciate nude, sia all’esterno che all’interno. La copertura ha struttura formata da pesanti travi in legno e manto di copertura in lose e in lamiera. I colmi sono solitamente disposti parallelamente alle curve di livello. Le aperture hanno diversa dimensione a seconda della funzione e dell’edificio cui appartengono; sono comunque molto piccole, soprattutto le finestre. L’architrave è ligneo e la soglia e i davanzali in pietra. 3.2. Recenti interventi edilizi Nelle borgate ci sono pochi edifici intatti; nel tempo, la maggior parte è stata interessata da interventi di trasformazione, che hanno parzialmente modificato le caratteristiche costruttive tradizionali. Non è mai stata svolta un’analisi critica degli interventi non adatti al contesto, ragion per cui alcuni sono invalsi quali prassi corrente. In alcuni casi si stanno oggi trasformando edifici che avevano già subíto interventi precedenti. Gli interventi per i quali si richiede piú frequentemente autorizzazione sono leggeri, quali il rifacimento dei tetti e la sostituzione dei serramenti.

[fig. 3.08]

Il patrimonio edilizio nelle borgate

panti e con la sostituzione degli elementi strutturali degradati con elementi aventi gli stessi requisiti di quelli precedenti » [PRG, art. 35/2/3/3/3]. Lo stato attuale dell’edificato all’interno delle borgate testimonia, tuttavia, la mancata verifica, nel corso del tempo, delle implicazioni che da ciò derivano.

3.3. Vincoli normativi Gli strumenti urbanistici che regolamentano gli interventi sul territorio comunale di Bussoleno sono il nuovo PRG (iniziato nel 1999 e attualmente in salvaguardia) e il Regolamento Edilizio approvato nel 2002. Secondo il PRG, le borgate rientrano nelle aree di tipo A « agglomerati e/o edifici di carattere storico, architettonico e/o ambientale e edifici sparsi sopra i 500 m s.l.m. ». « Di tali agglomerati e zone il PRG prevede la salvaguardia fisico-morfologica pur consentendo le variazioni di destinazione d’uso, nonché l’introduzione di tecnologie e impianti necessari alle funzioni e destinazioni moderne » [PRG, art. 35/3/1]. L’Argiassera e i Meitre sono individuate, rispetto alla carta di sintesi della pericolosità geomorfologica, come “classe II Z1 Versante” 38, che « comprende le aree ricadenti nel versante montano in cui la pendenza è il fattore penalizzante ». Per questa categoria le possibilità di intervento sugli edifici esistenti sono limitate a [PRG, art. 35/2/3/3/3/1]: • demolizione senza ricostruzione. Possono essere demoliti o rimossi « i manufatti non coerenti con il tessuto esistente o precari, le tettoie recenti con copertura in materiale plastico ». La demolizione di questo tipo di manufatti è condizione indispensabile per l’ottenimento di concessioni a edificare sull’unità catastale che li include. Possono inoltre essere effettuate demolizioni totali o parziali in caso di particolari condizioni di degrado documentate da una perizia di un professionista abilitato [PRG, art. 16/6]. Un confronto con l’Ufficio Edilizia del Comune ha messo in evidenza come la classificazione rispetto alla carta di sintesi della pericolosità geomorfologica cui è sottoposta l’area (classe II Z1 versante) non giustifichi una simile restrizione. Si ipotizza dunque, su questo punto, un errore del PRG 39;

• A seguito di opportune indagini geologico-tecniche, sono consentiti interventi di ristrutturazione di tipo B con aumento del carico antropico. Il geologo incaricato dovrà valutare se l’intervento è realizzabile e, a seconda dei casi, imporre accorgimenti sulle modalità di costruzione. Va osservato che il costo di tali indagini difficilmente può essere assunto da un privato. In generale, gli interventi devono « essere coerenti per forma e tipologia con l’architettura storico/ambientale esistente, fatte salve le eventuali prescrizioni della Commissione Igienico Edilizia » [PRG, art. 35/2/1/1]. Gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, di restauro e di risanamento conservativo, di ristrutturazione edilizia (eccetto quanto detto per il tipo B) sono consentiti purché non comportino ampliamento e sopraelevazione e non prevedano aumento del carico antropico degli edifici [PRG, art. 35/2/3/3/1]. Qui di seguito i casi di intervento piú rilevanti e i vincoli dettati dalla normativa vigente, interpretati anche sulla base del confronto diretto con i tecnici dell’Ufficio Edilizia del Comune. Aumento di volume Il PRG esclude interventi di ampliamento e sopraelevazione, ma ammette il recupero ad uso abitativo di spazi coperti a carattere permanente (fienili, rimesse attrezzi…), anche con la chiusura di tali spazi, ma lasciando intatti gli elementi costruttivi e strutturali [art. 12/3]. Il Regolamento Edilizio vieta la costruzione di verande [art. 58bis] e di bussole esterne. L’aumento di volume non è possibile neppure se finalizzato alla realizzazione di servizi igienici.

• manutenzione ordinaria e straordinaria; • restauro e risanamento conservativo; • ristrutturazione edilizia di tipo A e di tipo B (per i quali è necessario allegare un’indagine geologico-tecnica) relativamente al recupero ai fini abitativi di spazi coperti esistenti a carattere permanente e inutilizzati (rimesse, stalle, fienili, ecc.). Gli interventi di ristrutturazione edilizia devono avvenire « nel pieno rispetto delle strutture e forme originarie con l’eliminazione delle aggiunte detur-

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« All’interno della classe II sono comprese le porzioni di territorio nelle quali esistono condizioni di moderata pericolosità geomorfologica, derivanti dalla scarsa conoscenza della stratigrafia dei terreni di fondazioni e della posizione della falda superficiale, che possono essere agevolmente superate attraverso l’adozione e il rispetto di modesti accorgimenti tecnici dettati dal D.M. 11 marzo 1988 e/o interventi di sistemazione idrogeologica realizzati, a livello di progetto esecutivo, nell’ambito del singolo lotto edificatorio o dell’intorno significativo circostante » [PRG, art. 40/16]. 39 Nella prassi viene consentita la demolizione con successiva ricostruzione, nei limiti dell’art. 16/6 del PRG.

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Il patrimonio edilizio nelle borgate Cambi di destinazione d’uso

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Il recupero di edifici rurali è spesso legato alla possibilità di variarne la destinazione d’uso. Il Regolamento Edilizio « prevede la salvaguardia fisico-morfologica relativa all’aspetto architettonico e allo stesso tempo consente le variazioni di destinazioni d’uso indispensabili alle nuove funzioni richieste » [art. 32/1/2]. La variazione della destinazione d’uso è ammessa negli interventi di ristrutturazione edilizia, restauro e risanamento conservativo « purché compatibile con i caratteri tipologici, formali e strutturali dell’organismo edilizio » [PRG, art. 11/2/2]. I cambi di destinazione d’uso devono tendere a un recupero, prevalentemente di tipo abitativo [PRG, art. 37/6/1/1]; sono consentiti a seguito del pagamento dei contributi di costruzione [PRG, art. 37/6/1/6]. Il PRG individua le destinazioni possibili negli insediamenti storici e di valore ambientale situati nel territorio comunale [art. 36], senza indicare destinazioni specifiche per le borgate: • residenza; • turistico-ricettiva (attività alberghiera, para-alberghiera, agrituristica…). È ammessa: nelle aree destinate alla residenza, purché compatibile con questa funzione e « con riguardo all’esigenza di tutela architettonica degli edifici esistenti caratterizzanti l’ambiente »; « nelle aree destinate all’agricoltura, limitatamente ad edifici esistenti abbandonati o non piú necessari alle esigenze delle aziende agricole e pastorali, ai sensi dell’art. 25, lettera e), della L.R. 56/1977 » [PRG, art. 33/5]. Nei luoghi raggiungibili con l’automobile devono essere garantiti i posti auto; • servizi sociali di proprietà e di uso pubblico; • istituzioni pubbliche e statali e rappresentative; • associazioni politiche, culturali, religiose; • ristoranti, bar, locali e attrezzature per il tempo libero; • attività commerciali e artigianali, purché non nocive, rumorose, inquinanti e incompatibili con la residenza; • attività esistenti complementari all’agricoltura;

Il cambio di destinazione d’uso è legato ai parametri di aeroilluminazione e ai requisiti minimi di altezza dei locali interni, come da D.M. 5-71975. Altezze interne Il Regolamento Edilizio [art. 36, art. 13/3/2] stabilisce per i locali destinati all’abitazione l’altezza minima di m 2,70, che possono essere ridotti a m 2,40 per i disimpegni, i bagni e i ripostigli. Per gli edifici esistenti, in caso di interventi di recupero di costruzioni in cui è in atto la funzione abitativa o di edifici in cui, per il loro valore storico e/o artistico e/o ambientale, sia necessario mantenere le caratteristiche originarie, sono tuttavia ammesse altezze medie minime pari a m 2,40 per le stanze e m 2,10 per i servizi; « il certificato di abitabilità è comunque subordinato al rispetto degli altri requisiti igienico-sanitari prescritti dalle leggi vigenti o all’adozione di misure compensative ». Il rapporto di illuminazione minima dei locali di abitazione deve essere di 1/10 della superficie del locale e non deve essere inferiore a 1/6 nei locali posti sotto portici. La ristrutturazione di tipo A non consente la modifica della posizione degli orizzontamenti, ma ne ammette la realizzazione di nuovi, purché non vi sia aumento di superficie utile. Questa indicazione, probabilmente finalizzata ad evitare interventi incompatibili con il patrimonio edilizio esistente, di fatto limita le possibilità di recupero del costruito e, quindi, il valore stesso degli immobili. Stabilire i limiti entro i quali operare nel rispetto dell’esistente è un’operazione corretta, ma limitare fortemente il recupero significa favorire l’abbandono e, di conseguenza, la perdita di un patrimonio prezioso (non solo edilizio, ma anche culturale e ambientale). È stato tuttavia raggiunto un accordo con l’ASL locale, per cui, se il tecnico professionista accerta che un certo ambiente è sempre stato adibito a una determinata funzione (ad es. cucina) e il Regolamento Edilizio non consente di modificare gli orizzontamenti, la destinazione d’uso attuale può essere mantenuta anche se l’altezza interna è inferiore a quella minima prevista, ma la destinazione non può essere variata. Tale prassi, di una certa artificiosità, sarebbe difficile da sostenere se si presentassero molti casi.

• attrezzature a carattere religioso;

Cambio di destinazione d’uso di ex stalle

• teatri e cinematografi;

Nella quasi totalità degli edifici rurali delle borgate è collocato al pianterreno un locale originariamente utilizzato come stalla, di altezza ridotta e con soffitto voltato. L’abitabilità della stalla è legata all’altezza minima indicata dal Regolamento Edilizio: in genere, essendo posta al pianterreno, è ammesso l’abbassamento del livello del pavimento (eccezione a quanto previsto dalla ristrutturazione di tipo A). Si tratta però di un’operazione laboriosa e onerosa. Il vespaio non è richiesto né dalle procedure edilizie, né dall’ASL, salvo che negli esercizi pubblici. Nel caso in cui non si riesca a raggiungere un’altezza accettabile il locale può essere utilizzato come deposito: trattandosi di locali angusti, il disposto normativo è condivisibile in termini di salubrità.

• uffici pubblici e privati; • garage. La trasformazione non deve superare la superficie lorda massima di mq 200 [PRG, art. 37/6/2]. Nel caso di attività produttive, lo Sportello Unico, richiesti i pareri di ASL, Vigili del Fuoco e Ufficio Edilizia del Comune (per la parte urbanistica), rilascia un provvedimento comprensivo di tutti i pareri, equivalente a un permesso di costruzione. Per l’uso residenziale il riferimento è l’Ufficio Edilizia del Comune; in questo caso la conformità sanitaria viene certificata da un tecnico professionista.

Il patrimonio edilizio nelle borgate Inserimento di impianti

Serramenti

Quasi sempre le case disabitate delle borgate sono sprovviste di impianti o dispongono di impianti non a norma. Il PRG consente « l’introduzione di tecnologie e impianti necessarie alle funzioni e destinazioni moderne » [art. 35/2/3/1]. L’installazione di impianti tecnologici e delle relative reti è prevista dalla ristrutturazione edilizia di tipo A. I volumi tecnici relativi devono essere realizzati preferibilmente all’interno del fabbricato; qualora sia necessario realizzarli all’esterno, non devono comportare aumento delle superfici utili e non devono alterare le facciate prospicienti spazi pubblici o di uso pubblico. La creazione di locali tecnici (ad es. locale caldaia) può avvenire sfruttando costruzioni accessorie (ad es. locali attrezzi) già presenti. La normativa è carente di indicazioni specifiche che regolamentino l’installazione di impianti. In particolare, mancano prescrizioni sulle modalità di inserimento degli impianti quali centraline, contatori, ecc. sull’esterno degli edifici storici e non viene fatto alcun cenno ai pozzi neri. Le uniche indicazioni fornite dal Regolamento Edilizio riguardano le antenne, che devono essere centralizzate; le antenne paraboliche « debbono avere colorazione armonica con il contesto dell’ambiente in cui sono installate ». « Sono vietati i collegamenti tra gli apparecchi riceventi e le antenne mediante cavi volanti; i cavi devono essere canalizzati nelle pareti interne o esterne delle costruzioni » [art. 37].

Il Regolamento Edilizio [art. 53] dà indicazioni circa le modalità di apertura dei serramenti e ne stabilisce l’adeguamento « nel caso di trasformazione dei fabbricati che implichino il rifacimento dei prospetti ». Per quanto riguarda materiali e coloriture, « nel centro storico ‘A’ e nelle zone di interesse storico-ambientale, nelle baite e nei nuclei minori sono previsti serramenti in legno al naturale, con impregnanti e colori scuri e opachi; negli edifici con una valenza storica o ambientale oggetto di rifacimento degli infissi esterni, questi dovranno adeguarsi ai tipi e alle forme prevalenti nell’ambito di intervento; sono comunque vietati infissi esterni in alluminio, plastica o simili ».

Inserimento di servizi igienici Nelle case non abitate da molti anni non sono presenti servizi igienici. Il PRG ammette l’installazione e l’integrazione degli impianti igienico-sanitari, senza alterazioni di volumi e superfici [art. 10/3]. « Per la realizzazione dei servizi igienico-sanitari e dei relativi disimpegni sono consentite limitate modificazioni distributive, purché strettamente connesse all’installazione dei servizi, qualora mancanti o insufficienti » [PRG, art. 10/4]. Distribuzione verticale e orizzontale In molti edifici rurali il collegamento fra i piani (in alcuni casi anche fra locali posti allo stesso livello) avviene dall’esterno. Non ci sono norme che vietino la realizzazione di collegamenti verticali all’interno dell’edificio. La demolizione di eventuali rampe di scale esterne e ballatoi originari viene invece valutata caso per caso dalla Commissione Edilizia, ma di solito non è consentita. Nuove aperture o ripristino di aperture tamponate Molti edifici rurali presentano aeroilluminazione insufficiente. La ristrutturazione edilizia di tipo A consente la realizzazione e l’eliminazione di aperture esterne. È possibile creare nuove aperture, purché siano rispettati i caratteri compositivi del fronte. È inoltre ammessa la variazione di dimensioni ed è possibile il ripristino di aperture originarie. Gli interventi sono sottoposti, caso per caso, a valutazione della Commissione Edilizia.

Rifacimento della copertura A meno di una perizia che ne dimostri la necessità, il Regolamento Edilizio non consente di modificare l’inclinazione, l’altezza delle linee di colmo e di gronda. Può però essere concessa la realizzazione di un cordolo strutturale di altezza massima di 30 cm con conseguente variazione della quota di colmo. Per il manto di copertura si dovrà adottare « quello piú idoneo e/o prevalente nella zona in cui si effettua l’intervento », scegliendo fra i seguenti tipi: tegole in laterizio (alla marsigliese, coppi), tegole in cemento nere, lose [RE, art. 39/2/1]. L’aggetto non deve variare inclinazione rispetto al resto della falda e deve avere puntoni a vista con soprastante tavolato verniciato opaco. Il PRG non prevede la creazione di abbaini, per i quali si può tuttavia ricorrere alla L.R. 21/98 che, in deroga al PRG, permette di ricavare un abbaino per ciascuna falda. Il Regolamento Edilizio non stabilisce vincoli sui materiali da impiegare per la realizzazione di comignoli, abbaini, volumi tecnici…, ma precisa che devono essere i piú idonei e quelli piú frequenti. Tutte le coperture devono essere provviste di canali di gronda e pluviali per la raccolta e lo smaltimento delle acque meteoriche [RE, art. 39/1]; anche in questo caso non vi sono vincoli circa i materiali. Recupero del sottotetto Nel caso di costruzioni esistenti, il Regolamento Edilizio considera abitabili i sottotetti aventi un’altezza media minima di m 2,40 per i soggiorni, le camere da letto e le cucine e m 2,10 per i servizi. Secondo la L.R. 21/98 Norme per il recupero a fini abitativi di sottotetti è ammessa, « nei Comuni montani e nei territori montani dei Comuni parzialmente montani », « una riduzione dell’altezza media fino a m 2,20 per gli spazi ad uso abitazione e a m 2,00 per gli spazi accessori e di servizio » [L.R. 21/1998, art. 1/4]. In base alla stessa legge, « il recupero abitativo dei sottotetti è consentito ove siano rispettate tutte le prescrizioni igienico-sanitarie riguardanti le condizioni di abitabilità previste dai regolamenti vigenti » e « solo nel caso in cui gli edifici interessati siano serviti dalle urbanizzazioni primarie » [L.R. 21/1998, art. 1/5, 1/7]. Gli interventi finalizzati al recupero dei sottotetti devono avvenire senza modificazioni delle altez-

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Il patrimonio edilizio nelle borgate ze di colmo e di gronda e delle linee di pendenza delle falde della copertura, « salvi restando gli eventuali incrementi consentiti dagli strumenti urbanistici vigenti. Il recupero può avvenire anche mediante la previsione di apertura, in modo conforme ai caratteri d’insieme, formali e strutturali, dell’originario organismo architettonico, di finestre, lucernari, abbaini e terrazzi, esclusivamente per assicurare l’osservanza di requisiti di aeroilluminazione naturale dei locali » [L.R. 21/1998, art. 2]. Risulta difficilmente applicabile alle borgate di Bussoleno, per la mancanza di spazi, la L.R. 9/2003 Norme per il recupero funzionale dei rustici che richiede la cessione di posti auto in rapporto ai metri cubi recuperati. Involucro: pareti in pietra, intonaci, tinteggiature

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Il Regolamento Edilizio [art. 53bis/1] impedisce di intonacare « le pareti originarie in pietra ». « Le pareti in pietra integrative » devono essere realizzate come le originarie, mentre « le nuove pareti in pietra » non devono essere costruite in opus incertum o pietre a lastre irregolari fissate alle modanature, ma secondo una delle seguenti modalità: « scapoli in pietra sovrapposti, lastre a quadrotte regolari in pietra, pietre sovrapposte con ordinativo ». Per quanto riguarda gli intonaci esterni, lo stesso Regolamento [art. 53bis/2] ne impone la realizzazione « a cemento frattazzato fine senza colore nelle baite e nei nuclei frazionali della montagna o con colori tenui a idropittura al quarzo e comunque congrui all’ambito e alla zona ove avviene l’intervento ».Le tinteggiature [RE, art. 53ter] devono essere applicate in « modo unitario » sugli edifici e « la scelta del colore dovrà essere concordata con l’Ufficio Tecnico che, in assenza di vincoli specifici, farà ripristinare le coloriture originarie salvo lievi modifiche che si renderanno necessarie. Sono comunque vietati i colori forti, brillanti, ecc. Nelle zone ‘A’ e di interesse storico ambientale l’intervento dovrà essere sottoposto preventivamente alla C.I.E. » Parapetti e ringhiere Secondo le indicazioni del Regolamento Edilizio [art. 45] « nel centro storico ‘A1’, nei nuclei storici di valore ambientale » parapetti e ringhiere « devono adeguarsi alle caratteristiche e ai materiali preesistenti degli edifici e subordinatamente alle caratteristiche dell’ambito di appartenenza. Sono esclusi parapetti o ringhiere in vetro, acciaio inox, plastica, ecc. ». Per « gli edifici di montagna (baite, ecc.) è preferibile l’uso del legno », mentre « in tutti gli altri edifici è preferibile l’uso del legno o del ferro in barre o tondi pieni secondo le caratteristiche dell’edificio o dell’ambiente ». Materiali e requisiti relativi alla sicurezza sono gli unici aspetti presi in considerazione dal Regolamento Edilizio. Le indicazioni risultano contemporaneamente vincolanti e indefinite rispetto al contesto specifico. Ruderi Poiché il PRG non consente la demolizione di preesistenze e la successiva costruzione di nuovi volumi, il recupero di un rudere può avvenire attraverso il restauro conservativo nel caso in cui sia possibile

reperire e/o produrre documentazione (disegni, fotografie, tracce, ma anche testimonianze di persone che ne hanno memoria) che dimostri l’originaria presenza di un edificio e ne testimoni i caratteri e le quantità planivolumetriche. Poiché il restauro conservativo è volto essenzialmente « alla conservazione dei caratteri tipologici, strutturali, formali e ornamentali » dell’oggetto di intervento, il recupero dovrà avvenire nel rispetto delle caratteristiche della costruzione originaria [PRG, art. 11/2]. Il restauro conservativo non prevede aumenti della superficie lorda di pavimento e alterazioni di sagoma, salvo quelli relativi all’installazione di impianti tecnologici. È possibile, invece, la variazione di destinazione d’uso, purché sia compatibile con i caratteri tipologici, formali e strutturali dell’organismo edilizio. Costruzioni accessorie Non è consentita la costruzione di volumi accessori (depositi attrezzi, garage…) e di tettoie e sono vietate le costruzioni prefabbricate nel centro storico e nei nuclei storici [RE, art. 50]. Possono invece essere costruiti gazebi e pergolati, purché l’intervento sia di esclusiva pertinenza del fabbricato principale, sia « disposto nel cortile o giardino senza arrecare disturbi alle proprietà confinanti », sia realizzato con « materiali di arredo giardino (legno, ferro) e comunque adatti al luogo pertinenziale », non superi la superficie di mq 9 per i gazebi e mq 20 per i pergolati, non superi l’altezza massima di m 3. Il pergolato dovrà inoltre « essere ‘vestito’ di essenze arboree adeguate al clima locale » [PRG, art. 37/8]. Pur rivelando un’attenzione per un aspetto che non dovrebbe essere trascurato, quest’ultima indicazione non risulta sufficiente a garantire l’esito, poiché vi sono piante in grado di adattarsi a climi diversi da quelli del luogo di origine, e piante del tutto incongrue provenienti da aree del pianeta aventi climi simili a quelli che si registrano alle diverse fasce altitudinali di Bussoleno.

Gli interventi di trasformazione edilizia prevedono il pagamento di un contributo di costruzione (art. 3 della legge 10/1977), che consta di una parte legata agli oneri di urbanizzazione, l’altra rapportata ai costi di costruzione. Nel caso di ruderi, se non è prevista una variazione di destinazione d’uso, non si paga la quota legata agli oneri di urbanizzazione, ma solo quella relativa al costo di costruzione. Nelle zone A, per le “aree di tessuto edilizio esistente soggetto a operazioni di conservazione, risanamento e ristrutturazione” esterne al centro storico, i costi legati agli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria (per insediamenti residenziali) sono riassunti nella tabella seguente [delibera G.C. Bussoleno n. 271/28.12.2001]:

Il patrimonio edilizio nelle borgate Interventi

L’ipotesi è di formare operatori che possano acquisire la consuetudine di lavorare su questi edifici, non di formare aziende che effettuino restauri: non ci sono né ci saranno le condizioni economiche per consentire tali operazioni. L’intervento formativo (o formativo/educativo) potrebbe essere rivolto anche agli abitanti/committenti e potrebbe sortire l’effetto della maggiore partecipazione attiva alla definizione di regole, strategie, azioni.

Opere primarie(€/m3) Opere secondarie(€/m3)

Interventi limitati al solo restauro conservativo e al miglioramento degli impianti igienici e tecnologici, senza variazioni del carico urbanistico e della preesistente destinazione d’uso

2,26

4,33

Altri interventi

3,62

6,94

Il contributo di costruzione per interventi di trasformazione d’uso e ristrutturazione edilizia su edifici esistenti si calcola applicando un’aliquota forfettaria del 5% a un terzo del computo metrico estimativo. 3.4. Interventi sugli edifici Proposte 1. Orientare le norme urbanistiche e i regolamenti edilizi al rispetto della natura delle borgate. La predisposizione di indicazioni adeguate, insieme a opportune strategie quali incentivi per chi interviene rispettandole, potrebbe garantire la sopravvivenza ed eventualmente il ripristino di caratteri originari. Ciò sarebbe in coerenza con l’azione 3.4 del Piano Territoriale Regionale - Approfondimento Valle di Susa (difesa-valorizzazione delle identità e del patrimonio storico-culturale) per quanto attiene alla tutela, conservazione, riqualificazione funzionale e fisica di edifici, e con le sotto-azioni 3.4.1. (riqualificazione e recupero dei nuclei storici attraverso opportune politiche di incentivo e controllo relativi a edifici) e 1.3.5. (agevolazione delle forme di progressivo reinsediamento delle borgate di versante). 2. Aumento della capacità tecnica locale, per diminuire il livello di dipendenza da risorse economiche e tecniche generate altrove, e formazione e trasferimento delle competenze agli operatori dell’edilizia. Maestranze, imprese di costruzione, artigiani fabbricanti di semilavorati e prodotti, installatori di impianti, aziende di fornitura di servizi, progettisti e funzionari delle amministrazioni dovrebbero essere maggiormente informate sulle specificità dell’edilizia alpina tradizionale, sulle sue caratteristiche costruttive, ecc., per poterle comprendere, rispettare e valorizzare, anche con interventi innovativi purché consapevoli. Molti interventi inappropriati nascono infatti da una carenza di lettura dettagliata dell’oggetto edilizio.

3. Una delle prassi di maggiore interesse apprese nel corso dei confronti transnazionali all’interno del progetto Culturalp è stato il metodo dell’analisi preventiva del patrimonio praticato dal cantone Grigioni 40. Si tratta di operazione impegnativa e costosa di cui un privato proprietario non può assumere i costi; tuttavia, gli organismi di governo della trasformazione e della tutela del territorio, in particolare al livello della Comunità Montana, potrebbero avere i mezzi e promuovere le politiche in questo settore. Mettere a disposizione dettagliate analisi preventive potrebbe offrire una solida base di conoscenza su cui sviluppare le decisioni e le attività progettuali. Altra prassi di grande interesse registrata presso i partner europei di Culturalp è l’attività di accompagnamento e assistenza tecnica svolta in Francia dai Conseil d’Architecture, d’Urbanisme et de l’Environnement (CAUE) 41. Si ipotizza infatti che il settore pubblico, se agisce nella direzione della salvaguardia e della valorizzazione del patrimonio storico-culturale, guadagnerebbe in efficacia comunicativa e operativa se assumesse – anziché il consueto ruolo passivo di concessione delle autorizzazioni a valle delle richieste sottoposte dai cittadini o dai tecnici da loro incaricati – un ruolo attivo di promozione, informazione, consiglio-orientamento preventivo e nel corso della fase di progettazione, mettendo a disposizione degli utenti, a richiesta, un servizio caso per caso di consulenza, progettazione e accompagnamento nella fase istruttoria della richiesta di concessione. Per recuperare il patrimonio rurale alpino c’è bisogno di tutte le conoscenze e tutti gli strumenti disponibili e praticabili. In genere, i singoli non hanno la possibilità di affrontare i problemi in una dimensione complessa. Un coordinamento potrebbe essere finalizzato a realizzare economie di scala, rendendo cosí disponibile a 40

Vedi scheda p. 20. I CAUE sono organismi dipartimentali di diritto privato che svolgono un servizio pubblico di informazione e sensibilizzazione alla qualità dell’architettura e alla protezione dell’ambiente; vedi scheda p. 19.

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Il patrimonio edilizio nelle borgate

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tutti un servizio che i singoli non potrebbero permettersi. Gli edifici da salvare e conservare vennero costruiti in condizioni di grande povertà, e il loro valore commerciale continua ad essere basso, nonostante possieda un valore culturale elevato. Il prezzo basso li rende acquistabili anche da persone che altrimenti non potrebbero comprare casa e i successivi interventi, spesso dilatati nel tempo e non infrequentemente eseguiti direttamente o avvalendosi di limitati aiuti, non sono supportati da progetti complessivi. Possiamo vedere in tale sviluppo spontaneo una continuità di modi di fare con la tradizione, con la diversità che nel passato modelli e mezzi erano molto definiti e ora, invece, sono molto variegati. Spesso gli abitanti sono supportati da professionisti solo in termini di regolarità amministrativa: la qualità del progetto rischia di andare perduta pur nel rispetto formale dei vincoli. Un simile Servizio di Assistenza Tecnica potrebbe essere attivato a livello sovralocale (ad es. Comunità Montana), e fornire un supporto anche agli Enti Locali per la valutazione, preliminare e non vincolante, della coerenza di specifici interventi di trasformazione dell’ambiente costruito e del patrimonio edilizio. 4. Potrebbe essere interessante sperimentare norme per l’uso forzoso di quegli edifici abbandonati i cui proprietari siano emigrati, irrintracciabili da generazioni, specie in casi in cui essi detengano solo una frazione di proprietà indivise: simili condizioni minano la possibilità di intervento da parte di quanti tra gli aventi titolo vogliano recuperare il bene, o venderlo a chi intenda farlo. 5. Negli ultimi anni, sono stati prodotti molti “manuali” per il recupero degli edifici tradizionali di determinate aree geografico-culturali 42. Poiché l’oggetto, per definizione, muta da località a località non sarebbe inutile riprendere il metodo esplorato da tali manuali adattandolo ad ogni tradizione costruttiva locale: simile operazione sembra quanto suggerito dall’azione 3.3.5. del Piano Territoriale Regionale - Approfondimento Valle di Susa (definire specifici criteri per i recuperi e le trasformazioni degli edifici rurali esistenti) e dall’azione 3.5 (controllo delle tipologie architettoniche). I piú attenti di tali “manuali” non forniscono soluzioni ma propongono interventi possibili, tra loro alternativi, adattabili

ai diversi casi, suggerendo soprattutto criteri di operare, anche molto pragmatici; è anche possibile ipotizzare la realizzazione, sulla base di esperienze piemontesi e di altre regioni dell’arco alpino 43, di documentazione informativa semplificata (versioni sintetiche del “manuale”, delle norme, ecc.) per raggiungere target diversificati, e di strumenti di diffusione di “buone prassi” facendo leva sulla valorizzazione economica prodotta da interventi eseguiti in maniera consapevole e da un paesaggio di qualità che può diventare risorsa strategica. L’analisi delle norme e dei loro esiti insegna peraltro che vincoli formali, oggettuali o sui materiali da adoperare non garantiscono la qualità dei risultati, poiché gli obiettivi delle norme possono spesso essere aggirati, pur nel rispetto formale del loro dettato. Se al rispetto della forma originaria di un edificio non possono corrispondere coerenti attività all’interno, l’esito dell’intervento può essere compromesso. La considerazione che la natura e l’uomo preindustriale operano minimizzando l’impiego di materiale e il dispendio di energia potrebbe portare alla definizione di un vincolo ancora piú stretto: non già l’uso di materiali simili a quelli adoperati nella tradizione locale (ad es. “la pietra”), bensí l’uso di quelli disponibili localmente. La consapevolezza della specificità dei contesti è uno dei risultati della presente indagine, focalizzata sulle borgate Meitre e Argiassera. Per fornire indicazioni operative sono necessarie le informazioni che un progetto normalmente richiede, e attenzioni alle relazioni fra le proprietà, anche perché si confrontano in spazi molto ristretti. 6. L’impiego per gli interventi di recupero edilizio di operatori qualificati locali e di materiali/semilavorati/prodotti disponibili localmente, visto in chiave non protezionistica ma di valorizzazione delle risorse e di consumo consapevole, potrebbe contribuire alla rigenerazione di un tessuto produttivo locale professionalmente capace e aggiornato, che crea sviluppo socioeconomico, e pertanto costituire un elemento di un circolo virtuoso di non dipendenza da risorse esterne e indifferenziate, originate da logiche industriali e commerciali a scala medio-grande. 42

Tra tutti, richiamiamo la sopra citata opera di Stefano F. Musso e Giovanna Franco, e Renato Maurino, Giacomo Doglio, Recupero: come fare? Appunti sul problema della ristrutturazione della casa alpina, Cuneo: L’arciere, 1995. 43 Quali ad esempio quelle del Cantone Ticino e della Provincia Autonoma Alto Adige.

Il patrimonio edilizio nelle borgate

127 SCHEDA C:: spazio privato – rudere

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Località: borgata Argiassera Analisi. Pietre ammucchiate appartenenti a una costruzione crollata che occupava due unità catastali poste fra due case nel nucleo storico della borgata, lungo il percorso principale. L’edificio è presente nel Catasto Rabbini (1863-64). Di recente è stato acquisito uno dei due lotti; al momento del sopralluogo a cui si riferiscono le foto era in corso la realizzazione di una recinzione. Secondo la testimonianza di un abitante della borgata, l’edificio era parte della costruzione sopravvissuta al crollo, confinante sul lato est. Non è stato possibile reperire documentazione che testimoni la conformazione della costruzione, dunque non se ne conoscono le caratteristiche architettoniche. Progettazione si ipotizzano tre possibili interventi: 1. ripristino della continuità dell’edificato “in linea” mediante la costruzione di un volume su entrambi i lotti, sul sedime originario, nel rispetto delle quantità planivolumetriche e dei caratteri compositivi della preesistenza. Le esigenze attuali potrebbero far propendere per scelte che si discostano dalla forma dell’edificio originario, pur nel rispetto del contesto e nella coerenza con esso. 2. acquisizione separata dei due lotti da parte delle proprietà contermini. In questo caso si potrebbe intervenire in due modi: a) ampliamento dello spazio di pertinenza e sistemazione a cortile o giardino, su terrapieno in corrispondenza del dislivello, anche per ripristinare comunque la continuità percettiva dell’edificato. b) ampliamento del volume costruito, anche per dotare gli edifici adiacenti di servizi oggi mancanti. Sull’area a ovest, si ritiene poco opportuno ampliare il corpo terrazzato presente, poiché si creerebbe un’incoerenza con un insediamento dove vigeva il massimo sfruttamento dello spazio anche in altezza. 3. destinazione a luogo di ritrovo per la comunità. L’intervento potrebbe essere coordinato con la sistemazione del percorso interno della borgata (scheda B) e permetterebbe di creare uno spazio per l’incontro e la sosta. Qui potrebbe trovare una collocazione idonea la fontana della borgata, anche ripensandola in una forma piú vicina alla tradizione architettonica locale.

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Simulazione di pratiche edilizie su alcuni esempi scelti

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SCHEDA D:: spazio privato – casa rurale Località: borgata Argiassera Analisi. Casa rurale divisa in due proprietà, ubicata nel nucleo della borgata lungo il percorso principale. Già presente nel 1863-64 (Catasto Rabbini). Tre livelli, di cui uno seminterrato e due fuori terra. Tre lati liberi, il quarto (ovest) in comune con edificio adiacente. Involucro in pietre di varie pezzature legate con malta. Copertura in legno e pietra. L’edificio è in buono stato di conservazione, anche se necessita di interventi di manutenzione. Un ballatoio pericolante sul fronte sud. Aperture. Fronte est cieco; aperture a tutti i livelli sui lati nord e sud. Alcune risultano tamponate, ma ancora leggibili. Porte e finestre sono allineate orizzontalmente e verticalmente e alcune di esse sono incorniciate da una fascia di colore bianco. Una finestra al primo livello sul fronte sud è parzialmente oscurata dalla scala. Distribuzione verticale e orizzontale. La distribuzione verticale e orizzontale avviene all’esterno tramite scale e ballatoi. Attualmente il primo livello è accessibile direttamente dal piano stradale sul fronte sud, il secondo livello tramite la scala a una rampa e il ballatoio sul fronte sud e una porta sul fronte nord, il terzo livello tramite una scala a pioli che permette di raggiungere le porte sul fronte nord.

Primo livello. Al primo livello sono presenti due locali un tempo utilizzati come stalle e cantine, oggi come depositi. Entrambi sono voltati a botte con unghie in corrispondenza delle finestre e hanno un pavimento in terra battuta e lastre di pietra. Il locale della proprietà a ovest ha un solo lato libero: le pareti est e ovest confinano infatti con altre proprietà, mentre la parete sud con un altro ambiente. La cantina della proprietà a est presenta, invece, due lati liberi (a sud e a est) e una parete contro terra. Il mancato rilievo delle altezze delle volte non ha permesso di verificare se si raggiungano i minimi previsti per l’abitabilità. Copertura. A due falde con orientamento del colmo est-ovest. La struttura è in legno ed è costituita da travi principali longitudinali e travi secondarie appoggiate e bloccate da chiodi in legno. Non si sono riscontrate travi di bordo. Il manto di copertura è realizzato con lose semplicemente appoggiate. Non sono presenti strati di isolamento termico e di impermeabilizzazione. Sulla faccia inferiore delle lose sono visibili croste nere. Il sistema di scolo delle acque meteoriche è costituito da una grondaia e un pluviale in resina ed è presente solo sul lato sud.

Progettazione Vengono considerate due ipotesi, l’una unificando le proprietà, l’altra mantenendo due proprietà distinte come nell’assetto attuale.

Simulazione di pratiche edilizie su alcuni esempi scelti

a) unica proprietà. Questa situazione potrebbe corrispondere a una destinazione a residenza stabile. L’unione delle due proprietà permetterebbe infatti di ottenere gli spazi sufficienti ad accogliere una famiglia e ad assolvere le funzioni che ne derivano. Gli interventi sono finalizzati a creare le condizioni per rendere abitabile l’edificio e funzionale l’uso degli spazi. Sono proposti la realizzazione di un servizio igienico interno, il cambiamento di destinazione d’uso di uno dei due locali al primo livello per renderlo abitabile e la realizzazione di un collegamento verticale interno, limitato però ai soli due piani superiori. Si ipotizzano modifiche alle aperture con il ripristino totale o parziale di quelle tamponate e la chiusura di quelle difficilmente utilizzabili. Si intendono denunciare gli interventi (ad esempio, nel caso della chiusura di un’apertura originale, tamponatura non a filo con la facciata). Interventi non progettati, ma necessari per rendere attuabile l’ipotesi: • installazione e messa a norma degli impianti e rimozione degli elementi non piú utilizzati; • rifacimento e isolamento termico della copertura. La scelta della soluzione piú appropriata dovrebbe avvenire tenendo conto degli aspetti economici, dell’efficienza, del rispetto dei caratteri dell’edificio e del contesto.

b) due proprietà distinte. In questa seconda situazione si potrebbero ricavare due abitazioni destinate alla villeggiatura. Gli spazi disponibili e le soluzioni distributive realizzabili risultano idonee solo a una permanenza limitata. Valgono le considerazioni fatte per il caso a), ma cambiano gli aspetti distributivi. Si ritiene maggiormente funzionale una suddivisione per piani, in modo che ciascuna delle due abitazioni si sviluppi su un unico livello. Si ipotizza l’accesso diretto all’ultimo piano attraverso il ripristino del ballatoio e la realizzazione di una rampa di scale fra questo e il percorso a nord.

129

Simulazione di pratiche edilizie su alcuni esempi scelti

130 SCHEDA E:: spazio privato – agglomerato di edifici

Progettazione

Località: borgata Meitre

• Recupero flessibile e graduale dell’insieme, per consentire di dosare gli interventi e gli investimenti, ottimizzare le scelte, adattare il programma di recupero alle necessità e alle occasioni, riducendo al minimo gli interventi e le modifiche, nel rispetto dell’impianto distributivo e integrando le attrezzature di servizio.

Analisi.. Gruppo di edifici attigui situati nel nucleo piú denso della borgata. Per lo piú 3 p.f.t. Attualmente in stato di abbandono. Grande frazionamento della proprietà. Distribuzione dei locali su quote differenti, alcuni dei quali con altezze interne superiori alla media degli edifici osservati in borgata. Distribuzione verticale esterna. Caratteristiche architettoniche del tutto particolari rispetto al resto della borgata: l’insieme comprende l’unico edificio con aperture ad archi, con spazio a doppia altezza coperto e aperto con funzione di distribuzione ai vari ambienti. Un edificio privo di copertura e partizioni interne. Aperture: scarse e di limitata estensione, condizioni aeroilluminanti non a norma. Impianti e allacciamento alle reti di servizi: mancano acqua corrente, elettricità e telefono.

• Conservazione delle caratteristiche di indipendenza e individualità degli edifici o degli agglomerati di edifici. Conservazione delle partizioni interne voltate. • Cambiamento di destinazione d’uso: uso collettivo/ricettivo, con realizzazione di un nucleo centrale contenente ristorante, bar, ufficio, sale comuni, servizi igienici, circondato da edifici individuali recuperati come stanze di albergo o residence. Verifica dell’applicabilità del modello dell’“albergo diffuso” osservato presso il partner Friuli-Venezia Giulia 44. • Adeguamento delle altezze minime interne, dei rapporti aeroilluminanti e della scala esterna di accesso al 2° p.f.t. • Miglioramento dell’accessibilità, garantendo l’accesso ai disabili almeno alle parti comuni (inserimento di un elevatore verticale) e a una delle stanze dell’albergo. • Ricostruzione dell’edificio in rovina.

44 Vedi ad esempio “L’albergo diffuso tra le strategie di sviluppo rurale”, L’Alpe, n° 11, dicembre 2004, p. 108-109.

Simulazione di pratiche edilizie su alcuni esempi scelti

131

Nota metodologica

4.

Nota metodologica

133 Il percorso seguito nella redazione del “manuale” non ha una sequenza lineare; le attività sono nate tanto dal piano di lavoro originario, via via adattato nel corso del suo svolgimento, quanto da occasioni piú o meno casuali, comunque non prevedibili. A posteriori, tuttavia, ai soli fini della comunicazione dell’esperienza, appare possibile schematizzarlo procedendo dal generale (la scala del territorio) verso il particolare (la scala dei singoli edifici), e, al contempo, dall’analisi (il progetto di conoscenza del contesto) verso l’azione (la simulazione di interventi progettuali e l’identificazione di proposte). Presto ci si è resi conto che, per dare indicazioni corrette su un tema sia pur circoscritto, quale il recupero e la valorizzazione delle borgate, era necessario fare riferimento al patrimonio culturale – ambientale e costruito – locale, una realtà complessa che non può essere ridotta ai soli aggregati di edifici, poiché il loro sviluppo passato, presente e futuro è influenzato strettamente dalle condizioni di contesto. La messa a punto di indicazioni di intervento appropriate e sostenibili, poteva avvenire solo in seguito a una lettura ampia e il più possibile approfondita del contesto. Tale lettura è stata svolta sia attraverso l’uso di fonti documentarie (dati quantitativi e qualitativi, cartografia, ecc., sia storici che attuali) sia percorrendo direttamente il territorio, soprattutto a piedi. La conoscenza delle condizioni ambientali, in termini di vincoli e di risorse (geomorfologia, caratteristiche geologiche, disponibilità di materiali e risorse, esposizione solare, microclima, uso dei suoli, attività economiche passate e presenti, sistema sociale, strade e accessibilità, estensione delle reti degli impianti tecnologici) ha aiutato a comprendere, da una parte, le ragioni della modalità di insediamento sul territorio e delle soluzioni adottate per rispondere alle esigenze

di vita, dall’altra, la situazione presente e lo scenario con cui ci si dovrà confrontare in futuro. Le attività, la cultura materiale e le tradizioni rappresentano aspetti fondamentali nella definizione dell’identità locale. Nell’indagine di questi e altri molteplici aspetti che caratterizzano il territorio, si sono raccolte informazioni fornite dagli abitanti (residenti, frequentatori, studiosi locali, operatori degli uffici pubblici…), anche a verifica e integrazione di quanto derivato da fonti documentarie piú formali. La redazione del “manuale” è stata un momento di riflessione collettiva: per fornire indicazioni di intervento concrete e rispettose del luogo ci si è confrontati secondo modalità partecipate con risorse, saperi, esigenze, problemi, aspettative e intenzioni espressi sia dall’Amministrazione sia dalla società civile locale. Con abitanti e proprietari di edifici nelle borgate, intesi quali “esperti grezzi” del vivere i luoghi oggetto di interesse, sono state poi condotte conversazioni informali semistrutturate su come vivessero la realtà locale, e dunque che tipo di immagine ne avessero, quale fossero l’attaccamento, il grado di soddisfazione e insoddisfazione, le aspettative e i suggerimenti. Tali informazioni sono state organizzate secondo il metodo dell’analisi SWOT. L’esame degli strumenti normativi in vigore (Piano Regolatore, Regolamento Edilizio…) ha permesso di valutarne l’efficacia e l’adeguatezza ai fini della salvaguardia e valorizzazione del patrimonio culturale argomento per argomento, rispetto sia allo spazio pubblico sia ai singoli edifici. Si è riscontrato che le intenzioni rischiano di non corrispondere ai comportamenti reali, anche perché le norme lasciano, in molti casi, spazio a interpretazioni che possono rendere leciti interventi non rispettosi dei caratteri dell’oggetto costruito e del suo contesto. Per converso, alcune indicazioni troppo specifi-

Nota metodologica

134

che, se applicate, risultano eccessivamente rigide e in determinati casi addirittura inappropriate, col rischio di bloccare le possibilità di ristrutturazione o di favorire l’abusivismo. Si sente la necessità di strumenti che consentano di individuare caso per caso le soluzioni piú appropriate rispetto al contesto storico-ambientale e alle esigenze degli abitanti; tali strumenti dovrebbero essere ispirati da princípi di compatibilità e di ecosostenibilità. L’analisi ha anche riguardato la conoscenza del patrimonio architettonico alle scale del singolo insediamento e del singolo edificio; sono stati esaminati la forma degl’insediamenti, i caratteri degli edifici rurali tradizionali, la consistenza storica e attuale del patrimonio edilizio, le destinazioni d’uso passate e presenti, la distribuzione della proprietà, gli spazi pubblici e di uso collettivo nella vita passata e presente della comunità, la dotazione di servizi, l’accessibilità, i recenti interventi edilizi. I risultati delle indagini relativamente a ciascuno di questi temi sono stati visualizzati in elaborazioni cartografiche (mappe) originali. Le indagini hanno permesso di impostare un’attività progettuale che ha definito alcune linee di intervento per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio culturale locale. Lungi dal proporre una visione nostalgica o falsamente folkloristica della montagna, deve essere verificata la coerenza degli interventi rispetto sia alle condizioni presenti, sia a scenari socioeconomici sostenibili, quali attività produttive compatibili con lo sviluppo locale, attività terziarie di appoggio al turismo, residenza – non solo temporanea – a poca distanza dal capoluogo regionale. Le proposte elaborate possono essere distinte tra quelle mirate a creare condizioni di contesto favorevoli allo sviluppo generale e dei versanti (strategie), e quelle piú specificamente rivolte al recupero fisico delle borgate e dei singoli edifici, mirate in particolare a favorire il ritorno attivo della popolazione, almeno in alcuni luoghi sui versanti.

• • • •

• •

Tra le prime è possibile citare: censimento delle risorse del territorio; piano strategico integrato di valorizzazione del territorio; rete delle manifestazioni e delle strutture culturali; valorizzazione delle produzioni agricole di qualità, dell’autoconsumo, della manutenzione del territorio anche al fine di produrre energia rinnovabile; accessibilità stradale e fruibilità; estensione delle reti tecnologiche, incluso quelle telematiche;

• manutenzione e segnalazione della rete dei sentieri; • informazione e sensibilizzazione della popolazione al fine del rafforzamento del senso di appartenenza identitaria, riconoscimento e sostegno delle attività svolte da gruppi locali per la salvaguardia del patrimonio culturale; • percorsi di conoscenza del territorio per visitatori. Tra le seconde indichiamo: • censimento delle potenzialità residenziali delle borgate; • accompagnamento di un percorso partecipato per la progettazione e la gestione comunitaria delle borgate; • elaborazione di norme rispettose del contesto specifico dei versanti; • formazione e aumento della capacità tecnica locale; • analisi preventiva del patrimonio e accompagnamento tecnico da parte di un Centro di assistenza architettonica, urbanistica e ambientale; • uso forzoso delle costruzioni “dimenticate”; limitazione del frazionamento degli edifici, causa di una difficile gestione degli immobili; • formulazione di indicazioni per trasformare in maniera compatibile gli edifici tradizionali e incentivazione degli interventi realizzati nel rispetto di tali indicazioni; • promozione dell’uso di risorse (materiali e immateriali) locali. Anche le proposte alla scala della borgata e del singolo edificio prescindono da soluzioni specifiche, poiché si ritiene che si debbano progettare caso per caso sia le soluzioni architettoniche sia la destinazione d’uso coerente con le caratteristiche della singola costruzione. Pertanto si è avviata la sperimentazione di fattibilità del metodo individuato attraverso la simulazione di interventi. Tali simulazioni hanno riguardato: A. un piazzale prossimo all’accesso a una borgata; B. un percorso interno a una borgata, percorribile a piedi; C. un rudere situato nel tessuto costruito; D. una casa rurale di borgata su cui si è verificata l’applicabilità delle norme dimensionali (altezze, rapporti aeroilluminanti) e la possibilità di installare gli impianti; E. un agglomerato di edifici in una porzione molto densa di un insediamento, di cui è stata ipotizzata la destinazione d’uso ad “albergo diffuso”.

Nota metodologica

La mappa [fig. 4.01] schematizza in maniera sintetica alcune considerazioni sull’uso del territorio, alla ricerca di un nuovo assetto di equilibrio economico, ambientale e culturale. Vi sono riconoscibili: • un parcheggio integrato con la stazione ferroviaria per favorire l’uso del mezzo pubblico da parte delle persone che risiedono sui versanti; • l’estensione di reti e di condizioni di accessibilità fino alla quota delle borgate adatte alla residenza permanente (ca. 700 m s.l.m. all’inverso e 900 m all’indritto); • la localizzazione di possibili strutture di accoglienza e di appoggio per il turismo; • i sentieri da salvaguardare; • il perimetro delle aree protette (parco Orsiera Rocciavrè e riserva speciale dell’Orrido di Foresto); • i luoghi e gli edifici di maggiore interesse architettonico; • l’area che per condizioni di accessibilità e di esposizione favorevole appare utilizzabile per produzioni agricole, inclusa la viticoltura e la castanicoltura; • l’area utilizzabile per silvicoltura; • le cave attive o comunque collocate in posizione favorevole all’attività.

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Borgate da recuperare ad uso residenziale Nodo di interscambio auto-ferrovia Luoghi di interesse storico Cave di pietra Parchi esistenti

Attività silvicole Localizzazioni adatte per attività ricettive Aree dove ipotizzare sviluppo di agricoltura di qualità Percorsi escursionistici Strade da mantenere agibili Estensione di reti tecnologiche

[fig. 4.01]

Bibliografia

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Manuale di indirizzi per il recupero e la valorizzazione degli spazi pubblici e degli insediamenti storici comune di Chiomonte a cura del gruppo di ricerca DIPRADI Politecnico di Torino

Gruppo DIPRADI: Liliana Bazzanella (responsabile), Guido Callegari, Massimo Crotti, Antonio De Rossi con Francesca Camorali, Andrea Delpiano elaborazioni grafiche, cartografiche: Francesca Camorali, Andrea Delpiano fotografie: Guido Callegari fotografie storiche: Archivio storico del comune di Chiomonte, “Famiglio Chamusino” Almanacco a cura di Don Francois ( Parroco di Santa Maria Assunta in Chiomonte); Ada Peyrot, Le Valli di Susa e del Sangone, Tipografia Torinese Editrice, Torino 1986 fotografie aeree: Regione Piemonte, Settore Cartografico Regionale, Ripresa aerea a colori (scala 1/15.000), ottobre 2000-ottobre 2001 ortoimmagini digitali: LAQ – TIP, Laboratorio di Alta Qualità – Progettazione territoriale integrata Politecnico di Torino disegni: (p. 176) Laboratori di lingua e cultura occitana della Scuola elementare di Chiomonte, (p. 179) fondo Giuseppe Augusto Levis presso Archivio storico del comune di Racconigi (CN). Protocollo d’intesa sottoscritto in data 4 marzo 2004 tra Regione Piemonte (Assessorato all’urbanistica – Pianificazione territoriale dell’area metropolitana e edilizia residenziale) e Comune di Chiomonte. Si ringrazia per la collaborazione: –

l’Amministrazione comunale per l’aiuto portato nell’ambito delle attività previste dal protocollo d’intesa e in particolare Franco Ainardi, Roberto Perol, Renzo Pinard, Giuseppe Peirolo, Cristina Uran;

Ai laboratori di progettazione hanno partecipato: –

Franco Ainardi, Silvio Cler, Roberto Perol, Renzo Pinard, Giuseppe Peirolo, Mauro Mainardi (Architetto), Pier Paolo Atzeni (Vicepresidente Associazione Culturale Fraismania), Paola Blais (Insegnante Scuola elementare), Agostino Cremona (Artigiano), Alberto Dotta (Consorzio forestale Alte Valle Susa), Don Francois (Parroco Parrocchiale di Santa Maria Assunta), Don Giampiero Piardi – (Parroco delle Ramats), Aldo Jannon (abitante), Andreina Jannon (Insegnante scuole elementari), Corrado Jannon (Geometra), Annisa Perron (Insegnante Scuola elementare), Gianfranco Perron (Artigiano), Valeria Ramat (Presidente Comitato Manifestazioni Chiomontine), Paola Remolif ( Responsabile gruppo intercomunale di Protezione Civile – Chiomonte), Diego Sibille (Presidente circolo ricreativo Ramats), Giancarlo Sibille (Dipendente AEM), Corrado Tournour (Responsabile Gruppo ANA Protezione Civile – Chiomonte), Andrea Turio (Coop Agricola Clarea), Giorgio Brayde (responsabile cappella Sant’Andrea), e tutti gli altri di cui non sappiamo il nome, con cui abbiamo avuto il piacere di parlare.

Indice

Introduzione .

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pag.

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L’elaborazione del Manuale: la fase di avvio

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Quadro geomorfologico e naturalistico 1.1 La struttura idrogeomorfologica .

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1.2. Il sistema dei versanti.

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1.3. Gli elementi morfologici caratterizzanti 1.4. Il contesto ambientale

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2.1. Il sistema agro-silvo-pastorale .

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2.1.1. I boschi .

2. Il palinsesto del paesaggio costruito .

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2.1.2. Gli alpeggi .

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2.1.3. Le colture .

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2.1.4. Le sistemazioni idrauliche

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2.1.5. I percorsi

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2.1.6. Le borgate .

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2.2.Il sistema insediativo e infrastrutturale

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2.2.1. La rete degli attraversamenti storici

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2.2.2. I principi insediativi storici .

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2.2.3. Il costruito storico .

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2.2.4. Lo Spazio pubblico storico .

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Indice

2.2.5. La rete infrastrutturale contemporanea.

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2.2.6. Infrastrutture contemporanee e spazi aperti .

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2.2.7. Le emergenze architettoniche

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2.2.8. Il costruito recente

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2.2.9. Le strutture e gli insediamenti per il turismo .

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2.2.10. Le trasformazioni del patrimonio architettonico e dell’ambiente urbano .

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3. La rappresentazione culturale del paesaggio locale .

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4. Atlante iconografico del territorio

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5. Orientamenti ed azioni

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5.1. Analisi SWOT .

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5.2. Orientamenti strategici di valorizzazione del territorio 5.2.1

Raccontare il territorio

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5.2.2 Intervenire negli spazi aperti storici.

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5.2.3 Sistemare lo spazio rurale

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5.2.4 Ri-qualificare lo spazio di pertinenza delle infrastrutture

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5.2.5 Mettere in relazione fra costruito e spazio aperto.

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5.2.6 valorizzazione delle risorse turistiche .

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5.3.A. Valorizzare la risorsa agricola e gli spazi aperti .

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5.3.A.1 Manutenzione terrazzamenti e vigneti .

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5.3. Azioni progettuali .

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5.3.A.2 Valorizzazione dei sentieri e delle strade .

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5.3.A.3 Valorizzazione delle strutture agricole .

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5.3.A.4 Inserimento ambientale delle nuove strutture edilizie

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5.3.B.1 Manutenzione e recupero degli spazi aperti del centro storico .

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5.3.B.2Manutenzione e recupero degli edifici storici .

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5.3.B.3Manutenzione dei manufatti d’eccellenza .

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5.3.B.4Realizzazione di percorsi tematici e segnaletica di accompagnamento

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Bibliografia .

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5.3.B. Valorizzare il patrimonio storico

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Introduzione

143 Il controllo e l’indirizzo dei processi di recupero e valorizzazione degli spazi aperti pubblici, degli insediamenti storici e del paesaggio rurale pongono alle istituzioni pubbliche come alle comunità locali una serie di complesse questioni di ordine culturale e operativo. L’attuale quadro normativo – in particolare quello più tradizionale di matrice urbanistica – non sembra essere, da solo, lo strumento più efficace per gestire la complessità dei processi in atto, i quali travalicano la mera dimensione fisica per porsi sul piano dei più generali fenomeni economici, sociali, culturali. In questo quadro, il riconoscimento – in particolare – di una dimensione sociale del paesaggio, introdotta dalla Convenzione europea 1, conduce ad assegnare un ruolo di assoluta centralità alle comunità locali nella crescita « della consapevolezza di un maggiore equilibrio tra le trasformazioni e le conformazioni assunte nel tempo dagli insediamenti ». La riscoperta di una dimensione culturale dello sviluppo locale trova la sua validazione nella “percezione sociale del paesaggio” e suggerisce una nuova chiave di lettura del paesaggio come “learning process” attraverso una relazione tra operatori, popolazione, luogo in un processo di conoscenza/esplorazione di esperienze, saperi, identità, legami, memoria in grado di promuovere il senso del “bene comune”. Gli esiti di questo processo che riconosce nel paesaggio il “moltiplicatore emotivo” dipendono dalla misura in cui si riescono ad attivare progetti e strumenti in grado di sviluppare nelle comunità locali consapevolezza del territorio, delle sue potenzialità e senso di appartenenza, intese quali risorse in grado di coalizzare gli sforzi verso iniziative e azioni sentite come parte integrante di un percorso di sviluppo comune.

Come tale tipo di approccio nei confronti del territorio possa tradursi in operatività, attraverso l’elaborazione di nuovi strumenti di lettura e interpretazione del paesaggio alle diverse scale, è una delle frontiere cui fa riferimento la proposta relativa al Manuale di indirizzi per il recupero e la valorizzazione degli spazi pubblici degli insediamenti storici. Rivolgere lo sguardo agli insediamenti storici a partire da questa centralità assegnata alle modalità autorganizzative delle comunità locali può oggi essere utile per sperimentare nuove forme di tutela e valorizzazione dei paesaggi costruiti caratterizzanti grande parte del territorio regionale piemontese. I piccoli centri non necessitano solamente di previsioni, dimensionamenti e normative, quanto di visioni comuni e di conseguenti regole condivise. In questi luoghi le trasformazioni degli ultimi decenni hanno generalmente interrotto il flusso di riferimenti e di visioni stratificatisi nel corso della storia, il quale è stato sostituito da modelli insediativi e di costruzione dello spazio sovente acontestuali e di matrice urbanocentrica. Oggi inizia a diffondersi la consapevolezza che questi paesaggi recentemente costruiti hanno bisogno di essere oggetto di progetti di qualificazione, e che la rottura determinata dall’arrivo della modernità necessiti di essere ricomposta e ripensata. Si tratta ad esempio di meditare il rapporto tra 1 Il testo della Convenzione Europea del Paesaggio, sottoscritto dagli Stati membri del Consiglio d’Europa a Firenze il 20 ottobre del 2000, definisce “paesaggio” come una zona o un territorio, quale viene percepito dagli abitanti del luogo o dai visitatori, il cui aspetto e carattere derivano dall’azione di fattori naturali e/o culturali (ossia antropici).

Introduzione

principi insediativi storici e principi insediativi contemporanei, rileggendo l’intera storia costruttiva del luogo alla luce delle domande di trasformazione e di innovazione poste dall’oggi, in modo da definire un consapevole progetto del territorio locale. E’ infatti ai principi insediativi – come ha scritto Bernardo Secchi – che deve essere attribuito il ruolo costitutivo ed organizzatore del paesaggio alla scala urbana e territoriale, ma soprattutto la capacità di garantire l’intersezione con le esigenze espresse dalla varietà dei soggetti sociali nel tempo.

144

In quest’ottica, il manuale viene a configurarsi per la comunità locale come uno strumento di autoanalisi. Il manuale è infatti una sorta di specchio che consente di osservare con un maggiore grado di consapevolezza il processo storico di strutturazione dell’insediamento, le trasformazioni moderne e contemporanee del territorio, e quindi di delineare coscientemente immagini e progettualità per il futuro. Qui è però necessario aprire un inciso. E’ evidente come in questo modo di pensare il progetto del territorio risulti essere centrale la mobilitazione da parte della comunità locale dei valori e dei contenuti identitari. E’ però altrettanto evidente come la tradizione rappresenti oggi un elemento spezzato, difficile da interpretare e quindi da impiegare automaticamente nelle pratiche di costruzione e di valorizzazione dello spazio. La preservazione di elementi della tradizione ad esempio nelle pratiche agricole non trova riscontro nei modi di pensare l’aménagement fisico del territorio. La rottura determinata nel corso dell’ultimo mezzo secolo dai processi di modernizzazione ha infatti comportato la sostituzione dei modelli fisico-architettonici storici e locali con idealtipi o stereotipi di matrice esogena che però nell’immaginario diffuso sembrano rappresentare le vere icone della tradizione. Anche oggi, in piena fase di recupero e riattivazione dei valori locali, gli elementi costituenti l’identità sembrano essere l’esito di processi di meticciato, dove dati endogeni ed esogeni tendono a intrecciarsi dando vita a nuove configurazioni. Tutto ciò ci aiuta a pensare l’identità come un elemento dinamico e non statico, ma anche ad essere molto cauti rispetto all’immagine di tradizione che ci viene proposta dalla comunità locale, specie rispetto ai fatti di natura fisica e architettonica. Questo tipo di identità sembra infatti costituire un dato non di input, ma di output, da costruire, intrecciando i materiali del patrimonio locale, le visioni e gli immaginari degli abitanti, i processi di valorizzazione e patrimonializzazione, ecc.

In questo quadro, la progettazione degli spazi di vita e degli spazi aperti viene a configurarsi come un processo culturale in grado di ricucire il rapporto sociale ed affettivo tra gli abitanti e i loro ambienti di vita. Il manuale diviene uno strumento di dialogo con una comunità locale per comprendere e ricostruire, in una nuova prospettiva, un’immagine condivisa di un luogo attraverso l’individuazione del significato profondo che assegna ai luoghi di vita e di relazione. Il manuale nasce da questa consapevolezza e dalla necessità di intervenire progettualmente nella realtà fisica dei centri storici attraverso un processo conoscitivo, articolato per fasi successive e per ambiti dimensionalmente differenziati, nel quale lettura e progetto interagiscono continuamente, al fine di istituire un modus operandi in grado di fornire risposte appropriate alle diverse domande di interventi di riqualificazione e rifunzionalizzazione. Mentre si procedeva allo studio della struttura urbana e paesaggistica del territorio di Chiomonte, si è pensato di sviluppare parallelamente un’analisi capace di dare conto degli aspetti antropologici e sociali, delle molteplici espressioni della cultura materiale, che concorrono a definire l’identità di un luogo. In questo modo l’impostazione data al lavoro di elaborazione del Manuale, nell’ambito di questo progetto, non è volta solamente alla conoscenza dell’architettura, ma a documentare l’immagine intera dell’insediamento, della sua storia, del sistema paesaggistico-territoriale nel quale si inserisce. Un’operazione non indirizzata quindi al solo patrimonio culturale, bensì alla creazione di una base di conoscenza generale che in prospettiva possa servire a generare uno spazio locale in grado di attrarre nuove opportunità e prospettive per gli abitanti esistenti e futuri. La tutela del patrimonio culturale si trasforma allora in un elemento di valorizzazione dell’ambiente locale considerato nella sua interezza, diventando parte integrante ed elemento di alto valore simbolico di una strategia più ampia, indirizzata verso il futuro socioeconomico della comunità. Alcuni casi concreti, diversi per collocazione geografica, per retroterra culturale e politico, per metodologia adottata, possono illustrare efficacemente i vantaggi di una strategia complessa della conservazione del paesaggio e dell’edificato. Una recente stagione di esperienze amministrative di tutela del patrimonio ambientale ed architettonico offre infatti un quadro di indicazioni operative utili per una corretta ed effica-

Introduzione

ce gestione dei processi di conservazione e valorizzazione dei centri storici e dei paesaggi culturali nello spazio alpino. E’ interessante analizzare, al di là delle specifiche caratteristiche degli strumenti, la profondità della dialettica che si instaura tra normativa e nuova strumentazione manualistica. Un’offerta che si sta differenziando, affiancando agli strumenti propriamente tecnici pubblicazioni divulgative che puntano alla diffusione della cultura della conservazione attraverso un’azione pedagogico- educativa. Il processo evolutivo dei manuali è visibile in particolare sul tema dell’attenzione al fruitore: essi si pongono in una nuova posizione, che si proietta anche nell’ambito educativo, turistico promozionale, disponendosi a comunicare verso un’ampia categoria di fruitori coinvolgendo le comunità locali, i turisti, gli amministratori, i tecnici, i proprietari. Il Manuale di indirizzi per il recupero e la valorizzazione degli spazi pubblici degli insediamenti storici si ispira ad

alcune di queste esperienze amministrative, caratterizzate dal passaggio da una visione coercitiva a una di carattere pedagogico, con l’obiettivo di offrire alle diverse categorie di pubblico e di utenti gli strumenti più adeguati per interpretare e gestire, in una prospettiva di lungo termine, un processo complesso e articolato. Questo Manuale vuole quindi rappresentare un’evoluzione, dal punto di vista concettuale e operativo, della visione manualistica convenzionale, al fine di superare il rischio di limitare l’analisi e la lettura ai soli aspetti fisici, senza tenere da conto delle reali pratiche sociali e economiche, di “patrimonializzazione”, o di – su un versante opposto – mantenimento e difesa dell’identità. Il Manuale si propone a questo proposito di assumere la rilevanza di uno strumento esemplare e trasferibile, sia per l’applicazione delle linee guida, sia per la gestione e il controllo dei processi di trasformazione del territorio.

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L' elaborazione del Manuale: la fase di avvio

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Come nasce e prende forma il lavoro per il Manuale di Chiomonte? Il punto di partenza è costituito da una serie di incontri tra i diversi soggetti coinvolti nella sperimentazione. Da un lato i responsabili del progetto della Regione Piemonte, che conducono e accompagnano il processo. Dall’altro i diversi attori della realtà locale (amministratori, tecnici, insegnanti, testimoni privilegiati, ecc.). E poi gli esperti del Dipartimento di Progettazione Architettonica e di Disegno Industriale del Politecnico di Torino e dell’IRES-Piemonte, che hanno il compito di costruire il Manuale. I primi incontri vertono proprio sullo scambio e l’intreccio delle diverse visioni di cui ogni gruppo è portatore. La Regione Piemonte illustra le finalità e il senso complessivo del progetto, e le problematiche connesse al tema del recupero e della valorizzazione del patrimonio storico e culturale locale rispetto al territorio regionale; dopo una prima stagione di produzione manualistica rivolta al corretto riuso dell’eredità architettonica e materiale, vi è la volontà di costruire degli strumenti maggiormente connessi con i problemi dei singoli luoghi, attraverso il coinvolgimento e la partecipazione attiva delle comunità locali. La comunità di Chiomonte descrive lo stato della situazione locale: le questioni relative al recupero del patrimonio, su cui sono già state messe in campo delle politiche che stanno dando degli esiti positivi, ma anche i punti di forza del territorio locale, i problemi emergenti in tema di sviluppo economico e sociale. Gli esperti del Politecnico e dell’IRES portano invece una descrizione del contesto territoriale locale intrecciata con questioni di carattere più generale: il rapporto tra insediamenti storici e contemporanei, i temi infrastrutturali, il quadro geomorfologico e ambientale. Si tratta – in queste prime fasi del processo – di una descrizione volutamente sviluppata da “fuori”, dall’“esterno”, tendenzialmente “oggettiva”, che non contiene ancora in sé le scale di valori, le percezioni territoriali della comunità locale; questa visione “outsider” ha però lo scopo di

L’elaborazione del manuale: la fase di avvio

fornire un orizzonte sistemico di sfondo, in cui inserire le singole questioni emergenti. Le comunità locali, infatti, quando raccontano ad altri il proprio territorio, difficilmente riescono a restituire in forma gerarchizzata e strutturata i sistemi di valori, le emergenze, le geografie della propria realtà. La predisposizione di carte tematiche – elaborate dal gruppo del Politecnico – serve proprio a questo: a supportare la comunità locale nella descrizione del proprio territorio. In pratica si tratta di capire il reale grado di importanza e di valore dei diversi elementi territoriali nella visione “insider” degli abitanti stratificatasi nel corso del tempo. Esempi di alcune di queste rappresentazioni territoriali che sono servite da base della discussione si possono ritrovare in queste pagine. In questo modo si può ad esempio comprendere come certi elementi territoriali che hanno una grande rilevanza nella rappresentazione cartografica o nella percezione del paesaggio dall’esterno (le grandi infrastrutture, l’edificato recente, ecc.), siano in realtà considerati secondari nel vissuto locale. E viceversa: si pensi ad esempio alla rete dei percorsi storici locali, o al valore della toponomastica rispetto alla comprensione delle vicende costruttive del territorio, o ancora a certi luoghi simbolici all’interno degli insediamenti, che hanno una limitata rilevanza se osservati dall’esterno ma una grandissima importanza nella determinazione delle geografie degli abitanti. Così le carte di partenza diventano la base di nuove elaborazioni, in modo da giungere alla definizione delle mappe mentali della comunità locale. Al tempo stesso le carte predisposte inizialmente però permangono, conferendo “struttura” a tutti i singoli aspetti messi in evidenza dalla comunità locale. In questo modo si ottengono delle rappresentazioni dello spazio locale particolarmente ricche, capaci di contenere i valori e i problemi percepiti sia dall’esterno che dall’interno. E’ da questo lavoro di partenza – che ha anche dei risvolti di carattere metodologico – che poi attraverso diversi incontri ha preso

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Quadro geomorfologico e naturalistico

1.1 La struttura idrogermofologica 1.2. Il sistema dei versanti 1.3. Gli elementi morfologici caratterizzanti 1.4. Il contesto ambientale

Quadro geomorfologico e naturalistico

Comprendere le ragioni della forma del paesaggio costruito dall’uomo significa in primo luogo conoscere la strutturazione idrogeomorfologica del territorio. La Valle di Susa rappresenta una delle principali vallate del territorio piemontese, con una lunghezza che supera i 70 km e una superficie di circa 1.300 kmq.Il profilo longitudinale del fondovalle è spezzato in due profili (il primo dall’entrata della valle fino a Susa, il secondo da Gravere a Oulx) dalla pendenza ridottissima, separati da un forte gradino roccioso alto più di 300 metri a monte della conca di Susa. Nella zona di Chiomonte e della media valle la sezione valliva ha un accentuato profilo a V, determinato dall’erosione fluviale della Dora. L’insediamento di Chiomonte si trova su una sorta di terrazza affacciata sul fiume, in posizione favorevole per il soleggiamento. Dal punto di vista geologico l’area di Chiomonte è caratterizzata dalla presenza di calcescisti sul versante orografico destro e da gneiss e micascisti del massiccio cristallino dell’Ambin su quello sinistro. Tra queste formazioni di micascisti affiorano banchi di calcari, come nel caso della cima dei Quattro Denti di Chiomonte.

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1.1. La struttura idrogeomorfologica

Quadro geomorfologico e naturalistico

Rispetto ai territori orizzontali e omogenei della pianura, dove le singole unità di paesaggio coprono vaste aree, la verticalità della montagna introduce fattori come l’altimetria, l’esposizione, la pendenza del terreno, il variare della temperatura e delle precipitazioni in relazione alla quota, tutti elementi che a loro volta si riflettono sulla diversificazione vegetazionale e sui processi di pedogenesi, determinando una pluralità di situazioni ambientali e insediative differenti. In questo contesto, caratterizzato dall’esistenza di infinite variazioni locali, i concetti di adret (versante a solatio, l’indritto) e di anvers (versante in ombra, l’inverso) rappresentano due importanti punti di riferimento, in quanto consentono la comprensione della strutturazione insediativa di base delle valli del Piemonte occidentale, come nel caso della Valle di Susa e di Chiomonte. Indritto come luogo degli insediamenti stabili, dei coltivi, inverso come spazio dei boschi, degli alpeggi, delle dimore temporanee.

1.2. Il sistema dei versanti

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Quadro geomorfologico e naturalistico

Altrettanto importante, per la comprensione della strutturazione del territorio, è l’analisi degli elementi morfologici che caratterizzano il paesaggio. Il territorio di Chiomonte non ricopre l’intera sezione valliva. Muovendo dalla linea di spartiacque posta sul versante orografico destro, il territorio comunale – dopo aver superato l’incisione della Dora – si limita a occupare solo una parte del pendio collocato su quello sinistro. Qui l’elemento maggiormente significativo è rappresentato dai Quattro Denti, formazione calcarea che raggiunge i 2106 m marcando visivamente l’angolo nord-ovest del territorio comunale. Sul versante destro il paesaggio è invece segnato da una serie di punte – che separano il bacino della Dora da quello del Chisone –, tra cui la principale è la Cima Ciantiplagna (2849 metri). L’elemento morfologico che comunque caratterizza maggiormente il paesaggio insediativo è la terrazza su cui sorge Chiomonte, posta in posizione dominante rispetto all’andamento del fondovalle.

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1.3. Gli elementi morfologici caratterizzanti

Quadro geomorfologico e naturalistico

La valle è caratterizzata da condizioni di xericità a cui contribuiscono sia le scarse precipitazioni, sia la forte ventosità. Altro dato importante è il diffuso innalzamento dei limiti altitudinali dei diversi orizzonti vegetazionali, con il bosco che può raggiungere i 2400 metri di quota e singoli esemplari di alberi ritrovabili fino a 2600 metri. In questo contesto anche il pascolo tende a innalzare il proprio limite, raggiungendo la linea di spartiacque. Nel caso di Chiomonte, il versante posto all’inverso è caratterizzato da boschi di latifoglie (faggio e castagno) e di conifere in alcuni casi assai degradati, a causa dell’abbandono delle pratiche agricole. In questi boschi un tempo si aprivano radure tenute a prato falciato, oggi sovente cancellate dai processi spontanei di rinaturalizzazione. Il piede del versante all’indritto è caratterizzato invece dalla viticoltura; sopra di esso si sviluppano differenti sistemi vegetazionali, come ad esempio quelli tipici delle praterie xeriche. Il modo con cui storicamente il quadro ambientale veniva “interpretato” dalle popolazioni locali è osservabile negli Statuti di Chiomonte del 1371, che regolavano il rapporto tra valligiani e ambiente naturale: divieto del taglio del bosco intorno al paese, norme relative al pascolo, gestione delle acque, ecc.

1.4. Il contesto ambientale

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Il palinsesto del paesaggio costruito:

Il sistema agro-silvo-pastorale

2.1.1 I boschi

2.1.2 Gli alpeggi

2.1.3. Le colture 2.1.4 Le sistemazioni idrauliche 2.1.5 I percorsi 2.1.6 Le borgate

Il palinsesto del paesaggio costruito: Il sistema agro-silvo-pastorale

L’ambiente alpino dell’alta valle di Susa rappresenta, complessivamente, un’area di notevole rilevanza per il suo valore biologico. La vegetazione prevalente è costituita da estesi boschi (larice, pino cembro e silvestre, abeti e, nelle zone più umide, faggio), praterie e pochi campi coltivati. La gran parte delle aree di versante dell’intera valle può contare su di un ambiente biologico di buona qualità; in molte aree d’alta quota, per il venire meno delle attività agro-silvopastorali, si sta da tempo verificando un processo di rimboschimento naturale che favorisce, tra l’altro, un trend demografico positivo per molte specie animali. Sul versante all’inverso le aree boscate si presentano in 156

2.1 .1. I bo schi diverse forme e associazioni in rapporto agli orizzonti altitudinali; si riscontrano infatti variazioni nella prevalenza delle specie e nelle associazioni vegetali con il cambiamento dell’orientamento del terreno e del livello di umidità. Negli ultimi anni il bosco è divenuto progressivamente oggetto di vasti fenomeni di abbandono, poiché è andato perdendo la sua funzione produttiva centrale nell’economia tradizionale di sussistenza. Questa tendenza, oltre a rappresentare una perdita di valore economico, determina alcune criticità. L’abbandono delle attività agricole tradizionali e del relativo sistema della viabilità rurale di servizio, ha fatto sì che negli anni i sentieri e le mulattiere che percorrono l’area siano sempre meno conservati e tracciati. La cura, la pulizia e la manutenzione di questi sentieri, soprattutto in chiave di valorizzazione turistica dell’area, rappresentano un tema di prioritaria importanza.

Il palinsesto del paesaggio costruito: Il sistema agro-silvo-pastorale

La pratica dell’alpeggio, ancora oggi esercitata in prevalenza sul versate all’inverso, ha perso gran parte del significato che gli apparteneva in passato, quando era parte di un sistema che non solo integrava l’allevamento invernale di fondovalle e quello primaverile dei tramuti e dei maggenghi, ma soprattutto assicurava il presidio e la gestione del territorio montano nel suo complesso. L’alpeggio è un ambito territoriale ed economico il cui grande punto di forza è costituito dalla sua multifunzionalità, sebbene la sua sopravvivenza dipenda proprio dal mantenimento della funzione produttiva, spesso messa in discussione da normative igieniche e campagne di normalizzazione dei prodotti caseari. Gli alpeggi costituiscono

2.1.2. Gli alpeggi una risorsa strategica che deve essere promossa, anche in termini di promozione turistica, come avviene già in molti processi di marketing territoriale, per poter essere meglio gestita e per dare un contributo alla stabilità del territorio e al suo monitoraggio. Mantenere l’importanza produttiva degli alpeggi e dei pascoli montani è pertanto un’azione indispensabile per conservare tutti i valori sociali ed ambientali di cui l’alpicoltura è portatrice e per le ricadute sul sistema locale, sull’identità e sulla qualità ambientale del paesaggio e lo sviluppo del turismo.

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Il palinsesto del paesaggio costruito: Il sistema agro-silvo-pastorale

Specialmente nel territorio montano, lo spazio colturale – in virtù dei muri in pietra dei terrazzamenti, delle sistemazioni idrauliche, delle costruzioni di servizio – viene a configurarsi come uno degli elementi base del paesaggio costruito, spazio fortemente intrecciato e commisto con la strutturazione fisica degli insediamenti e dei percorsi. (poi pezzo di MC) Il paesaggio del versante all’indritto, quello esposto a sud, del territorio di Chiomonte è attualmente contraddistinto dai vitigni, che sono stati reintrodotti in anni recenti riprendendo una produzione vinicola tradizionale, quella dell’Avanà, che si era interrotta nel corso dei decenni precedenti. I filari delle viti sono disposti ortogonalmente alla linea di massima pendenza, sui terrazzamenti sostenuti da 158

2.1 .3. Le co lture

muri a secco in pietra, analogamente agli edifici rurali. Le principali criticità al mantenimento dei caratteri tradizionali del versante agricolo sono date dalla necessità di realizzare delle recinzioni a protezione delle colture dagli ungulati. La produzione orticola caratterizza, invece, le parti di territorio limitrofe e intercluse all’abitato, specie nel centro storico, dove permangono inoltre le tradizionali cantine ipogee in pietra nelle quali vengono reimpiantati gli ortaggi per l’approvvigionamento nel periodo invernale.

Il palinsesto del paesaggio costruito: Il sistema agro-silvo-pastorale

Buona parte del lavoro svolto dalle comunità storiche consisteva nel controllo e nell’irrigimentazione delle acque. La necessità di acqua per l’irrigazione, stante il clima secco e ventilato della Valle di Susa, ha condotto la comunità chiomontina, fino da tempi remoti, alla costruzione di importanti opere di captazione e derivazione, spesso visibili ancora oggi lungo la Dora Riparia e i torrenti tributari. Le risorse idriche superficiali utilizzate prevalentemente per scopi irrigui, anche a quote relativamente elevate, e per il drenaggio dei sistemi terrazzati di versante, erano strutturate in una fitta rete di fossi e canali. Alcune opere rilevanti, da un punto di vista culturale e paesaggistico, ancora presenti sul territorio di Chiomonte sono la

2 .1. 4. Le siste maz ion i idrau lic he testimonianza più diretta del quotidiano rapporto tra la storia economica, sociale e civile di questa comunità e l’acqua. Si pensi ad esempio all’opera detta “Pertus”, tuttora utilizzata per la derivazione dell’acqua dal Rio Tornori a beneficio delle località di Ramats e di Cels, realizzata da Colombano Romean, che dal 1526 al 1533, lavorando in completa solitudine, rimise in funzione una galleria eseguita nel ‘300 a spese della comunità di Chiomonte ma poi occlusa dalle frane riperforando la montagna dei Quattro Denti. Oppure i canali di derivazione del Rio della Comba Scura, sul versante all’inverso, caratterizzati da alcuni tratti in legno, sospesi su muretti a secco riportanti le date di alcune manutenzioni (1735-1949), o con appoggi aerei direttamente a sbalzo sulla roccia. Sul versante della contemporaneità, un’altra opera fondamentale è la centrale elettrica di Chiomonte, la prima a essere edificata nel territorio provinciale ed entrata in funzione nel 1910, sulla Dora Riparia, che ebbe da subito un ruolo importante per l’alimentazione elettrica della città di Torino. L’impianto è alimentato “ad acqua fluente”, cioè con la portata naturale della Dora Riparia senza serbatoi ad accumulo. La diminuzione della pratica irrigua nell’ambito dell’agricoltura montana, come anche il nuovo impianto idroelettrico di Pont Ventoux-Susa, che entrerà in funzione prossimamente, rendono precaria l’auspicabile azione di mantenimento e valorizzazione di alcune di queste opere.

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Il palinsesto del paesaggio costruito: Il sistema agro-silvo-pastorale

I sentieri e le mulattiere costruiti storicamente costituiscono una rete fittissima e quasi isomorfa, che muove sui versanti o lungo le isoipse – per collegare gli insediamenti di costa più o meno alla stessa quota – o lungo le linee di massima pendenza – per unire il piano di fondovalle si spingono a quello degli alpeggi. Si è calcolato che in valle di Susa nel Settecento la rete locale dei percorsi fosse costituita da circa 1450 km di mulattiere, dato a cui va aggiunto quello incalcolabile degli infiniti sentieri. È sulle mulattiere e sui sentieri che in modo particolare si possono osservare i risultati dell’opera collettiva di costruzione del territorio da parte delle comunità locali: modellamenti del terreno, lastricature in pietra, creazione di scolatoi e di drenaggi, costruzione di muretti laterali in pietrame per governare il bestiame, edificazione 160

2.1 .5 . I pe rco rsi di fontane, di punti di ricovero e di edicole votive. Materializzazioni fisiche di una vera e propria scienza del paesaggi. Sentieri, piste, mulattiere – alcune delle quali poi trasformate in strade veicolari – rappresentano quindi elementi centrali per comprendere e ricostruire la storia insediativa di una comunità. In particolare a Chiomonte la strutturazione insediativa di tipo policentrico, con le borgate poste sui versanti e il nucleo del capoluogo in posizione baricentrica, ha favorito storicamente la formazione di una rete di percorsi colleganti una pluralità di luoghi. La rete dei percorsi presente nel territorio di Chiomonte è ancora in buona parte leggibile grazie all’intervento dell’amministrazione comunale e del Consorzio Forestale Alta Valle Susa; sono purtroppo parzialmente compromessi i tracciati in corrispondenza del viadotto autostradale.

Il palinsesto del paesaggio costruito: Il sistema agro-silvo-pastorale

Il nucleo e le borgate di Chiomonte si sono storicamente strutturati intorno a due logiche insediative fra loro complementari. Da un lato una strutturazione di tipo policentrica, caratterizzata da nuclei sparsi sui due versanti; dall’altro il centro storico, sviluppatosi linearmente lungo l’antica strada di transito. Il fiume Dora che attraversa il fondovalle suddivide il territorio comunale in zone chiaramente distinte. Una rete di mulattiere e sentieri collegava le borgate, poi trasformate in strade veicolari con ampi tornanti risalgono i versanti. I nuclei frazionali di Ramat, collocati sul versante all’indritto, in un ambito panoramico di pregio, sono generalmente ben conservati. Alcuni insediamenti di questo versante, è il caso di Sant Antonio, rappresentano strutture complesse dalla conforma-

2.1 .6 . L e borg ate zione quasi urbana che hanno svolto un ruolo non indifferente nella storia sociale e economica del territorio. La stazione di Pian del Frais, collocata sul versante all’inverso, presenta un annucleamento di lottizzazioni relativamente recenti. Lungo la strada bianca che congiunge il centro di Chiomonte a Pian del Frais si registra una discreta attività di recupero degli edifici rurali, talvolta eseguito artigianalmente dagli stessi proprietari, che non altera le volumetrie ma in alcuni casi trasforma pesantemente i caratteri. La criticità più evidente è rappresentata dal disordine insediativo di Pian del Frais, nonché dalla tendenza all’abbandono degli annucleamenti di versante.

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Il palinsesto del paesaggio costruito:

Il sistema insediativo e infrastrutturale

2.2.1 La rete degli attraversamenti storici 2.2.2 I principi insediativi storici 2.2.3 Il costruito storico 2.2.4 Lo spazio pubblico storico 2.2.5 La rete infrastrutturale contemporanea 2.2.6 Infrastrutture contemporanee e spazi aperti 2.2.7 Le emergenze architettoniche 2.2.8 Il costruito recente 2.2.9 Le strutture e gli insediamenti per il turismo 2.2.10 Le trasformazioni del patrimonio architettonico dell’ambiente urbano

Il palinsesto del paesaggio costruito: Il sistema insediativo e infrastrutturale

Come ha scritto lo storico Giuseppe Sergi, la strada di montagna, di fondovalle, è un canalizzatore, un generatore, un acceleratore, nonché un regolatore, dei processi fisici e sociali. Dal punto di vista fisico, il ruolo generatore e regolatore della strada è evidente. Percorsi, insediamenti e spazio antropizzato si influenzano tra di loro. Le mappe catastali del Settecento e del periodo napoleonico, le carte geografiche storiche, mostrano bene per la valle di Susa la matrice stradale dei centri abitati: insediamenti lineari lungo l’asse vallivo (ad esempio Chiomonte, Novalesa, S. Ambrogio, S. Antonino), o insediamenti radiali 164

2.2.1. La rete degli attraversamenti storici specialmente sui versanti, nati intorno ai punti d’incontro della rete viabile locale, ma talvolta anche nel fondovalle, quando la strada di valle si divide o incontra un percorso laterale di una certa importanza (Oulx). In virtù del ruolo generatore delle strade sovralocali, la valorizzazione del sistema dei percorsi e degli attraversamenti storici può quindi contribuire a rafforzare l’identità dei singoli centri e nuclei abitati, costituendo un elemento centrale per la progettazione del paesaggio contemporaneo. Tutto ciò rimanda alla necessità di un’operazione di riconfigurazione insediativa basata sull’identità dei nuclei e sulla risemantizzazione degli spazi aperti, e sulla capacità dei percorsi di assumere un valore strutturante.

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La comprensione delle modalità insediative storiche rappresenta un dato centrale se si vuole procedere sulla strada di una corretta progettazione del costruito e del paesaggio contemporaneo. Come ha scritto già più di vent’anni fa la geografa Paola Sereno, è infatti fondamentale «definire e comprendere i cosiddetti “paesaggi storici”, non soltanto però nel senso di identificare i siti da conservare, ma anche e soprattutto nel senso di individuare nella storia di un sito le linee lungo le quali è opportuno che avvenga il suo sviluppo futuro nel rispetto e nella consapevolezza del patrimonio storico che ci trasmette». Il principio insediativo che ha originato l’abitato di Chiomonte è quello dell’espansione lineare lungo la direttrice infrastrutturale – la via Francigena, la strada di Francia – sul terrazzo del versante all’inverso.

2.2.2. I principi insediativi storici

La matrice insediativa dell’edificato è caratterizzata dalla continuità del fronte costruito, in parte porticato, interrotto irregolarmente da un sistema di spazi pubblici – piazze e slarghi – adiacenti all’asse stradale e da un sistema di percorsi secondari trasversali disposti lungo la linea di massima pendenza orografica. La rete di questi percorsi a pettine lungo l’asse principale permetteva l’accessibilità al retro dei lotti edificati e il collegamento dell’abitato con il territorio circostante. Il sistema insediativo descritto risulta perfettamente leggibile e solo in misura ridotta compromesso da nuovi interventi di sostituzione e rinnovamento dell’edificato incongrui con la struttura insediativi originaria, anche in ragione, il dato di maggiore compromissione dei caratteri dell’insediamento storico risiede piuttosto nelle espansioni recenti, quelle sviluppatesi lungo la circonvallazione (vedi 2.2.6), che ne hanno compromesso la percezione visiva e l’accessibilità dall’esterno.

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Le trasformazioni infrastrutturali e insediative del territorio avvenute nel corso degli ultimi decenni hanno ingenerato trasformazioni che non hanno saputo tener conto della peculiarità dei paesaggi in cui esse avvenivano, relegando in secondo piano gli aspetti della diversità strutturale paesaggistica e culturale. L’importanza del paesaggio antropizzato, oggi riconosciuta anche in ambito legislativo, pone in una posizione di centralità, accanto al paesaggio naturale, il paesaggio costruito dall’uomo. In tal senso il concetto di “patrimonio” si dilata a ricomprendere non soltanto i depositi materiali, i “monumenti” architettonici del centro storico e gli edifici rurali delle borgate, ma anche l’amplissima gamma delle strutture del lavoro – lavatoi, 166

2.2.3. Il costruito storico forni, mulini –, delle sistemazioni territoriali sottese all’organizzazione produttiva – terrazzamenti, mulattiere, sentieri –, delle memorie, del culto, delle tradizioni e dei riti locali. Questo patrimonio storico rappresenta una risorsa del territorio in quanto espressione e rappresentazione peculiare della cultura locale. L’attenzione, tradizionalmente concentrata sulle singole emergenze, viene quindi estesa ad un sistema vivente costituito da insiemi strutturati di edifici e di spazi aperti pubblici e privati, in cui si sono stratificati nel corso dei secoli consuetudini costruttive, culture materiali, rapporti tra singola costruzione e forma urbana. Valutare la singola preesistenza storica significa allora andare al di là del singolo oggetto, favorendo una visione complessiva capace di tenere insieme le scale dell’edificio, dell’insediamento e del territorio, e di intrecciare valorizzazione degli elementi storici e riattribuzione contemporanea di senso.

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Affrontare correttamente un progetto di valorizzazione di un nucleo storico significa introdurre un’attenzione prioritaria al significato che lo spazio pubblico assume nella struttura dell’insediamento. In molti casi gli spazi pubblici necessitano di un intervento per ricostituire delle gerarchie tra i diversi tipi di fruizione al fine di garantire una maggiore efficienza ed una adeguata messa in valore della rete di spazi aperti. La matrice insediativa del nucleo storico di Chiomonte è caratterizzata dalla continuità del fronte irregolare costruito, da un sistema di spazi pubblici che si sviluppano longitudinalmente articolandosi lungo l’asse stradale principale che regge l’insediamento, e da un sistema – ad esso ortogonale – di percorsi minori trasversali disposti a pettine.

2.2.4. Lo spazio pubblico storico

La trama di strade e piazze che nel tempo si sono sedimentate e strutturate nel centro storico di Chiomonte pur essendo leggibile non risulta essere ancora sufficientemente valorizzata. Il dato di maggior criticità è comunque determinato dalle espansioni recenti, aree particolarmente delicate, che mascherano in parte la struttura urbana storica, ponendo rilevanti problemi dal punto di vista della percezione visiva dell’imago urbis.

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A livello locale l’elemento infrastrutturale forse di maggiore interesse rispetto a un’azione di riqualificazione e valorizzazione del territorio è rappresentato dalla circonvallazione. Tale asse stradale, compreso tra i due bivii che segnano gli ingressi storici dell’abitato e che potrebbero essere trattati come vere e proprie “porte” del paese, è infatti accompagnato da una varietà di spazi aperti non risolti, di risulta e privi di carattere urbano, e da un edificato recente di carattere eterogeneo. Ciò determina un sistema di relazioni disordinate e non gerarchizzate con la rete degli spazi aperti e delle strade del centro storico, configurandosi come uno degli elementi di maggiore criticità di Chiomonte. 168

2 . 2 .5 . L a re t e in f ra s t ru tt u ra l e c on t e m po ra n e a

I recenti interventi di valorizzazione fisica del centro storico e la riduzione del grande traffico di transito in virtù della messa in funzione dell’autostrada, consentono di ipotizzare una strategia di riqualificazione dello spazio pertinenziale dell’infrastruttura favorendo le relazioni con l’insediato storico.

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Sovente le trasformazioni infrastrutturali contemporanee, specie quelle di matrice sovralocale, determinano una forte modificazione degli assetti insediativi consolidati. Nel caso di Chiomonte si assiste nel corso del Novecento a una progressiva autonomizzazione del traffico sovralocale da quello locale. Con la crescita della circolazione veicolare, in primis viene realizzata la circonvallazione del capoluogo a monte dell’abitato: se per secoli ragioni della forma urbana e modalità di attraversamento dell’insediamento erano stati fattori coincidenti, ora tendono progressivamente a separarsi. Vi è poi nel corso degli anni ‘80 e primi ‘90 la costruzione dell’autostrada Torino-Bardonecchia, con la realizzazione dei grandi viadotti sul versante all’indritto.E vi è ancora l’ammodernamento della strada per la frazione Ramat sempre sull’indritto.

2 . 2. 6 . I nf ra s t ru t t ur e co nt em p o ra ne e e s pa z i a p ert i

Il nuovo sistema infrastrutturale, sovrapponendosi a quello storico, ha ovviamente determinato delle nuove relazioni fisiche e visive in rapporto alla struttura insediativa preesistente e al paesaggio di valle. Gli effetti visibili della rete contemporanea delle infrastrutture sul grande paesaggio di versante sono principalmente due: l’impatto visivo

del viadotto autostradale percepito dall’altro fronte vallivo e quello dei manufatti delle opere d’arte sul versante interessato; la modificazione dell’assetto orografico del versante all’indritto conseguente alla costruzione dell’autostrada e all’ammodernamento della strada che porta alla frazione Ramat.

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Il paesaggio culturale di Chiomonte presenta molteplici testimonianze dell’uso plurisecolare del territorio da parte dell’uomo, comprese diverse emergenze architettoniche che esprimono il rapporto tra paesaggio e comunità umana. Questi aspetti fortemente integrati fra di loro restituiscono il dato di una forte continuità nell’interazione tra uomo ed ambiente, che ha portato a sedimentare nel corso del tempo un patrimonio culturale di grande valore in grado di esprimere l’identità della comunità locale. Un esempio importante in questo senso è costituito dal villaggio neolitico de La Maddalena, ora area archeologica, sviluppatasi cinquemila anni fa su di un terrazzo fluviale che si apre sul versante all’indritto, costituisce la testimonianza di questo processo. 170

2 . 2. 7 . Le em er g enz e a r chi t et t o ni ch e L’ottima esposizione al sole del versante ha continuato ad attrarre l’uomo, che vi ha impostato perlomeno dal Medioevo la coltivazione della vite. A testimoniare il tema del rapporto tra identità della comunità locale e paesaggio costruito vi sono poi gli edifici di culto, come le Chiese di matrice duecentesca di Santa Caterina e della Parrocchiale dell’Assunta, o la cappella di S. Andrea a Ramats, ma anche alcuni edifici come il mulino a vento di Maison con una doppia pala bassa.

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Se nella società rurale alpina era la sovrapposizione tra costruzione e lotto, insieme alla permanenza dei percorsi tradizionali, a definire la strada, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento è invece la strada – intesa come via, viale cittadino – a ordinare i lotti. Qui le nuove costruzioni vengono progressivamente a disporsi come “oggetti isolati” al centro del lotto, separati tra loro da recinzioni, con la facciata principale orientata verso la strada e il paesaggio. E se prima le costruzioni erano come radicate nella terra, le une attaccate alle altre, nella modernità le nuove case tendono a separarsi e a sovrapporsi al suolo. Tutto ciò ha ovviamente avuto delle profonde ricadute sull’immagine dei paesaggi alpini storici. Gli edifici costruiti a Chiomonte nel corso degli ultimi cin-

2 .2 .8. Il c os trui to r ec ente

quant’anni sono principalmente di due tipologie: edifici residenziali compatti pluripiano con attività commerciali al piano terra e residenze individuali su lotti chiusi. I primi si trovano lungo la circonvallazione e nelle aree adiacenti, e presentano caratteri architettonici diversificati sovente estranei al carattere architettonico locale e al contesto ambientale alpino. Le ville e villette sono invece concentrate a est dell’abitato, lungo la statale in direzioni di Susa, e si presentano con i caratteri architettonici peculiari del tipo: indifferenza alle condizioni orografiche del suolo, forme volumetriche complesse, eterogeneità di materiali, tipologia strutturale in cemento armato, delimitazione del lotto con cancellate erecinzioni di diverso disegno, ecc.

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Nel corso del Novecento, l’Alta Valle di Susa – grazie anche alla presenza dell’infrastrutturazione ferroviaria – si è affermata come luogo di villeggiatura, escursionismo e sci alpino. Specialmente a partire dal secondo dopoguerra in Alta Valle si sono sviluppati, attraverso la colonizzazione di siti un tempo apprezzati per il loro paesaggio naturale, impianti sportivi e residenze turistiche costruite ex novo. È il caso del comprensorio di Pian del Frais che per effetto dello sviluppo del turismo invernale ha conosciuto, a partire dalla metà del secolo, una fase di notevole espansione. Tale crescita si è sovente tradotta in un’incontrollata e soffocante edificazione intorno agli antichi nuclei che oggi rappresenta oltre l’80% dell’intero patrimonio abitativo. 172

2 . 2 . 9 . L e s tr ut t u re e g li i n s e d i a me n t i pe r i l t ur i sm o Negli ultimi anni lo sviluppo turistico di Pian del Frais (in virtù anche della costruzione dell’autostrada Torino-Bardonecchia, della dismissione della seggiovia, della mancanza di un collegamento diretto con la Stazione ferroviaria di Chiomonte e della soppressione dei treni della neve) ha attraversato una fase di stallo, mettendo in evidenza una realtà scarsamente competitiva rispetto ai comprensori sciistici concorrenti e un uso della stazione a forte connotazione locale. Il comune di Chiomonte sta oggi attraversando una fase di transizione, nell’ambito della quale si delineano nuovi scenari di sviluppo coerenti con le riconosciute esigenze di riqualificazione del sistema turistico, a partire dal programma d’intervento per le Olimpiadi invernali del 2006. Nei programmi e nelle iniziative delle amministrazione, nelle attese della popolazione, la possibilità di dare impulso allo sviluppo locale passa attraverso un rilancio del comprensorio sciistico ma soprattutto tramite una differenziazione dell’offerta turistica, che si vorrebbe maggiormente incentrata sulla valorizzazione della storia del territorio e su un turismo compatibile con l’ambiente (enogastronomico, culturale, escursionistico, scolastico, ecc.). Le principali strutture e risorse per il rilancio del turismo sono rappresentate – oltre che dal centro storico di Chiomonte – dalle borgate tradizionali, dalla rete di sentieri ed emergenze architettoniche, dal parco archeologico in regione Maddalena e dalla Pinacoteca presso Palazzo Levis.

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I recenti interventi di trasformazione dell’abitato di Chiomonte hanno investito principalmente il centro storico, favorendo il recupero edilizio di edifici pubblici e privati e la riqualificazione diffusa degli spazi pubblici. L’adozione da parte della comunità locale di un manuale d’indirizzi per gli interventi sul patrimonio – realizzato da Mauro Mainardi – ha permesso di orientare i progetti edilizi determinando una maggiore attenzione ai caratteri architettonici e all’utilizzo di tecniche e materiali congrui con il carattere del luogo. Tuttavia i risultati non sono dal punto di vista qualitativo sempre soddisfacenti e costanti: a fianco di opere di recupero di qualità, essenzialmente di tipo conservativo, altri inter-

2 . 2. 1 0. Le t ra s f or m a z i oni d el p a t ri m o ni o a r ch i t et t o ni co e d el l ’a m b i ent e ur b a no venti edilizi – specie quelli più datati – hanno sensibilmente alterato il carattere del costruito introducendo elementi estranei al contesto, senza peraltro riuscire a proporre soluzioni architettoniche capaci di reinterpretare in chiave contemporanea i temi della tradizione. Analogamente le opere di sistemazione degli spazi pubblici (piazze, vie, porticati) scontano i limiti di interventi dilazionati nel tempo e senza un progetto complessivo; ciò determina – fatto del resto riscontrabile in molte piccole realtà locali – un risultato discontinuo a livello di qualità di soluzioni e di materiali adottati. Un altro limite da superare è rappresentato dall’esclusivo interesse per gli aspetti visibili del costruito e dello spazio aperto (facciate degli edifici, pavimentazioni, illuminazione pubblica), a scapito di altri fattori, come ad esempio il valore dei caratteri insediativi del costruito, la distribuzione degli spazi interni, le parti inedificate dei lotti (i giardini, gli orti, ecc.), gli elementi minori dello spazio pubblico (i materiali, le recinzioni, i dettagli architettonici), tutti componenti determinanti per la qualità ambientale del centro storico.

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La rappresentazione culturale del paesaggio locale

Il paesaggio locale, secondo la Convenzione europea, svolge «importanti funzioni di interesse generale, sul piano culturale, ecologico, ambientale e sociale e costituisce una risorsa favorevole all’attività economica che, può contribuire alla creazione di nuove opportunità di sviluppo». Poiché però il paesaggio non è una semplice realtà oggettiva, bensì “una porzione del territorio nelle sue trasformazioni naturali e culturali, come viene percepito dalla popolazione”, è evidente che le sue potenzialità non potranno esprimersi a pieno senza un coinvolgimento dei soggetti delle comunità locali. Un progetto che sappia modificare i destini di un territorio deve quindi fondarsi sulla partecipazione, attraverso la costruzione di un nuovo immaginario a partire dallo stato di fatto, dalle forze e dalle risorse presenti su un territorio proiettandole verso un futuro fondato su obiettivi e valenze che nel nostro contemporaneo siano sentite come prioritarie. In questo quadro, il paesaggio e la sua rappresentazione culturale costituiscono un tema centrale. Riconoscere il valore intrinseco e assoluto della cultura di un luogo significa riconoscere che essa è radicata su un territorio che ha una propria dimensione geografica, un proprio spazio fisico. Identificare e rappresentare la cultura di una comunità nel patrimonio di simboli costruiti nel corso della sua storia dà modo di esplorare la sua identità più profonda e tracciare visioni d’assieme dell’umanizzazione di una comunità e visioni dei valori di una comunità. Questo è un cardine teorico che, trasferito nella prospettiva della costruzione di regole condivise, conduce a rappresentare la cultura come una storia di simboli attribuiti ai luoghi e agli spazi di vita da parte delle comunità. Luoghi, simboli e condizioni esistenziali costituiscono, dunque, il terreno concettuale entro il quale procede la rappresentazione culturale dei paesaggi locali. Rinnegare oggi, nell’ambito della costruzione di un processo di valorizzazione di un territorio, la dimensione spaziale dell’uomo vuol dire scioglierne i sentimenti di appartenenza sociale, che vanno dalle relazio-

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3. La rappresentazione culturale del paesaggio locale

La rappresentazione culturale del paesaggio locale

ni affettive a quello di appartenenza alla comunità, vuol dire reciderne le radici che lo legano alla terra, conducendolo sulla via del depauperamento ambientale. Ci troviamo quindi di fronte alla necessità di dotarci di nuovi sguardi, nuovi strumenti, mappe sensibili ai valori di una comunità, per ritrovare la dimensione locale, per evidenziare la trama e l’ordito delle relazioni tra i luoghi e le persone in un dato ambito territoriale. La mappa di comunità in particolare è un percorso attraverso il quale una comunità può ricostruire e condividere come vede, percepisce e attribuisce valore al paesaggio, alle sue memorie, alle sue trasformazioni, alla sua realtà attuale e come vorrebbe che fosse in futuro. La comunità locale sviluppa un approfondito processo di conoscenza degli elementi identitari del proprio territorio in una profonda fusione di natura-storia-cultura. Questo processo di analisi permette di riconoscere i luoghi ed identificarli, collocandoli all’interno della propria geografia vissuta. L’esserci dell’individuo esperisce ed esplicita attraverso di esse il proprio “spazio vissuto”. Le mappe culturali producono e trasmettono conoscenza oggettivata dei processi mentali. La realtà di cui le mappe culturali parlano è quella caduta nell’oblio che parte dalla riflessione, dal confronto, dal mettere assieme le relazioni esistenti ed esistite tra gli elementi, quella che privilegia la centralità dell’espressione dei valori, soprattutto quotidiani, riconosciuti da una comunità. Mettono in evidenza un aspetto specifico di un territorio in un periodo storico ben preciso; non solo perché cambiano gli elementi che insistono fisicamente su di un territorio, ma perchè cambiano le modalità con cui ognuno si rapporta al proprio ambiente e gli attribuisce valori e importanza. E’ un percorso collettivo di ricerca che è in grado di rinsaldare e ricostruire in termini attuali il legame fondamentale tra le persone e i luoghi. Le mappe di comunità in particolare sono sistemi di narrazione delle relazioni tra persone e luoghi che generano una democratizzazione della conoscenza, consentendo di lavorare in termini formativi ed educa-

I diversi modi di percepire e attribuire valore al paesaggio

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La rappresentazione culturale del paesaggio locale

tivi sul rapporto tra sapere depositato nella conoscenza e nello spazio vissuto dai soggetti della comunità locale (insider) e la conoscenza detenuta dai professionisti di varia estrazione (outsider) che sono chiamati ad intervenire su un ambito territoriale. Ma se costruire una rappresentazione culturale del paesaggio locale significa provare a costruire in maniera partecipata la conoscenza del territorio la lettura e pianificazione di un territorio dovrebbe essere ripensato e riorganizzato attorno ad una multidisciplinarietà trasversale degli attori preposti alla sua interpretazione e ad un sistema partecipativo che trovi nel “capitale sociale” il vero impulso all’azione. La realtà presa in esame, il territorio comunale di Chiomonte, presenta specifici elementi di identità, che affondano le loro radici nella storia, nella cultura, nella organizzazione sociale, nei modi e nelle forme di utilizzo del territorio, e conseguentemente nella storia della presenza e della attività dell’uomo. La rappresentazione dell’insieme dei simboli e valori che caratterizzano il rapporto esistenziale con la natura, la società sono stati considerati nel loro insieme in modo da creare una visione unica, integrata della cultura della comunità. La rappresentazione culturale del paesaggio locale attraverso le mappe di comunità è un processo utile a far emergere i patrimoni locali di un territorio ma rappresentano anche il raggiungimento di un primo grande obiettivo dato da una maggiore e condivisa conoscenza del patrimonio locale, dal lavorare assieme con uno scopo comune. L’analisi dello stato dell’arte, dell’area oggetto di studio, attraverso la lettura degli elementi che compongono il quadro reale e la loro reciproca connessione, fornisce quindi gli strumenti per predisporre un modello di intervento che agisca sulle criticità, sugli elementi di debolezza, puntando sulla valorizzazione delle risorse e sulla esaltazione delle opportunità presenti.L’analisi di questa situazione porta a delineare le criticità, ma anche le risorse della realtà in esame,

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Rappresentare la cultura e i valori di un territorio

La rappresentazione culturale del paesaggio locale

elementi su cui impostare un processo di valorizzazione. Lo studio approfondito delle risorse di un sistema locale consente infatti di mettere in evidenza quali fra queste risorse presenti sul territorio rappresentino elementi di eccezionalità e presentino singolarmente o come complesso, valore di testimonianza di civiltà dai quali avviare una progettazione efficace e coerente. Comporre un quadro attualizzato dello stato di un ambito territoriale, come nel caso di Chiomonte, attraverso la raccolta e l’analisi dei dati riguardanti le diverse componenti della realtà, da quella ambientale a quella socio-economica, non si riduce semplicemente alla fotografia del territorio ma comprende anche il processo con cui lo si fotografa. La sperimentazione condotta a Chiomonte ha tra le sue finalità quella di sviluppare un progetto di comunità, con il coinvolgimento dei suoi abitanti nell’elaborazione delle parti analitiche del manuale. Una valorizzazione del territorio che passa attraverso il recupero dei luoghi peculiari e le relazioni interpersonali con esso, l’elaborazione di mappe individuali che ogni abitante porta dentro di sè che possono diventare una “mappa di comunità” condivisa nella quale riconoscersi. A diventare luogo deputato di precise attenzioni sono allora gli ambiti territoriali che assumono un significato particolare per la comunità, dei quali si ha personale conoscenza, nei riguardi dei quali la comunità si sente protettiva e attenta, quelli che, in qualche modo, esercitano sulla popolazione la capacità di identificarsi. Nel lavoro per l’elaborazione di una mappa condivisa dei valori della comunità di Chiomonte sono stati coinvolti i rappresentati dell’amministrazione, gruppi di cittadini, istituzioni scolastiche per fare divenire patrimonio comune i modi di percepire e attribuire valore al paesaggio, alle sue memorie, alle sue trasformazioni, alla sua

Per una mappa di comunità

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La rappresentazione culturale del paesaggio locale

realtà attuale; ma anche per recuperare la perdita delle conoscenze puntuali dei luoghi, quelle che sono espressione di saggezze sedimentate raggiunte con il contributo di generazioni e generazioni. Il lavoro ha previsto anzitutto una ricerca approfondita sull’identità e la storia del luogo, seguita da una ricerca sul patrimonio culturale che testimonia questa storia. Una volta effettuata tale ricognizione, sono state individuate le eccezionalità dell’area, vale a dire le risorse in qualche modo “uniche” e quindi da riconoscere e mettere in valore. Dopo una prima presentazione del progetto presso il Consiglio Comunale di Chiomonte, sono stati avviati una serie di incontri organizzati dalla Regione Piemonte con i rappresentati della comunità locale con la finalità di attivare il coinvolgimento della popolazione nell’ambito di gruppi di lavoro. Il lavoro di sperimentazione, che aveva come obiettivo ultimo l’elaborazione di un Manuale condiviso per il recupero e la valorizzazione degli spazi pubblici degli insediamenti storici di Chiomonte si è ispirato sin dall’inizio al principio secondo il quale è necessario utilizzare le conoscenze della comunità locale per identificare priorità e problemi, modelli di percezione e comprensione della realtà. In particolare diveniva necessario individuare, con l’aiuto degli attori locali, il contesto territoriale omogeneo da leggere, analizzare e mappare. Questo perché le fonti dalle quali si raccolgono i dati per costruire la conoscenza territoriale sono molteplici e la raccolta dei dati è attivata e validata dagli attori sociali del territorio. La mappa è di comunità se la comunità la usa e solo a questa condizione diviene oggetto di confronto, stimolo e dibattito. La mappa

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Interpretare i simboli di una comunità

La rappresentazione culturale del paesaggio locale

viene prodotta per poter essere discussa e cambiata con la comunità locale. Nell’ambito del primo incontro, servendosi di diapositive, stampe storiche di Chiomonte, dipinti del pittore chiomontino Levis, utili ad evidenziare come ogni luogo sia diverso dagli altri, per condizioni ambientali date e per le modifiche apportate dall’essere umano durante il tempo, è stato presentato un primo documento. Sono state illustrate alcune carte e foto aeree dell’intero comune sulle quali i rappresentanti della comunità locale hanno indicato gli elementi di forza e quelli di debolezza dei diversi ambiti territoriali. A tal scopo sono state fornite le foto aeree del territorio di Chiomonte, a diverse scale, sulle quali, utilizzando post-it colorati, hanno evidenziato gli elementi positivi e gli elementi negativi. Questa modalità di lavoro ha fornito alcuni spunti di riflessione e sollecitato la comunità locale a guardare oltre i confini del tessuto storico e dei manufatti d’eccellenza per aprirsi a una nuova dimensione, fisica e immateriale, che investe il paesaggio come risultato presente della stratificazione di tutte le trasformazioni avvenute nel corso del tempo. Nel corso della presentazione è stato sottolineanto quanto sia importante imparare a leggere ed apprezzare queste diversità; quanto sia gratificante e determinante nella costruzione del senso di appartenenza comprendere la ricchezza dei valori sedimentati nel luogo di cui si fa parte. Da questa prima indicazione di riferimento, altre forme del territorio sono emerse più facilmente. Alla morfologia determinata dalla configurazione del territorio si sono affiancate le storie e i saperi, specifici per i singoli luoghi. La mappa ha iniziato ad acquisire in questo modo un senso più profondo; mettendo insieme luoghi e persone, ed evidenziando le molteplici relazioni. I luoghi, i dati e le conoscenze sono state in questo modo georefenziate, fatte cioè corrispondere alla reale dimensione spaziale, al posizionamento geografico, in modo tale da rendere visibili le relazioni reciproche.

Per una conoscenza condivisa del territorio

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La rappresentazione culturale del paesaggio locale

Nel corso degli incontri è stato fatto un tentativo per riaggregare in ”famiglie“ gli articolati insiemi. Evidentemente, la perimetrazione degli insiemi non tiene conto di una generica o generalizzante definizione di luogo, ma di questo ne considera i tracciati, gli allineamenti, le tipologie, il valore di appartenenza, e quant’altro sia fondamentale per comprenderne l’unicità. Sono emersi così alcuni insiemi eterogenei ma riconoscibili principalmente per i valori di permanenza e di forte appartenenza alla memoria collettiva. L’attività con i gruppi di lavoro ha permesso la lettura analitica della stratificazione storico-culturale del territorio di Chiomonte, l’individuazione delle principali zone d’interesse e delle singole emergenze di tipo storico, architettonico un’analisi dell’assetto naturalistico-ambientale dell’area, del sistema delle percorrenze storiche. In collaborazione con i gruppi di lavoro è stato analizzato il patrimonio socioantropologico, vale a dire tutto ciò che fa parte della storia e delle tradizioni delle popolazioni della zona, dai riti locali alle feste, dalle ricorrenze agli antichi mestieri alla cultura materiale, le tradizioni enogastronomiche e le culture tipiche, nonché la storia dello sviluppo dell’attività vinicola, sia in relazione all’aspetto economico delle imprese sia in relazione a quello storico dello sviluppo dei vitigni e delle tecniche di coltivazione e di produzione L’attenzione a questi aspetti è stato possibile in particolare grazie alla collaborazione delle istituzioni scolastiche di Chiomonte, con particolare riferimento alle insegnanti della Scuola elementare, che da dodici anni, coordinano e promuovono un laboratorio di lingua e letteratura occitana nell’ambito del quale, gli alunni sono invitati a riflettere, con l’aiuto di alcuni abitanti depositari della memoria storica, su di un argomento della tradizione culturale e storica. L’esito del lavoro costituito da una serie di elaborati in tre lingue (italiano, francese ed occitano) si concentrano sulle realtà dialettali, le espressioni della cultu-

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Valutare le opportunità di valorizzazione degli spazi pubblici

La rappresentazione culturale del paesaggio locale

ra orale (leggende, detti, proverbi), le origini delle trasformazioni culturali della popolazione con particolare attenzione all’elaborazione di ricerche sulle memorie, ricordi e testimonianze. Con l’obiettivo di far esprimere, oltre al gruppo ristretto di lavoro (laboratorio permanente), l’intera comunità (laboratorio di comunità) sugli elementi da evidenziare nell’ambito del processo di costruzione della mappa di comunità, la Regione Piemonte d’intesa con il Dipartimento di Progettazione Architettonica e di Disegno Industriale del Politecnico di Torino, l’Ires Piemonte e l’amministrazione comunale ha elaborato un questionario. Il questionario fotografico, costituito da un certo numero di domande tematiche sintetiche, di immediata comprensione, richiedeva di individuare gli ambiti, di Chiomonte e borgate, ritenuti elementi di valore. La scheda è stata distribuita capillarmente a tutti i residenti tramite la scuola, la parrocchia, i negozi, le associazioni di volontariato. Gli esiti del questionario e dei confronti con il gruppo di lavoro hanno messo in evidenza valori, criticità e cambiamenti intervenuti nel tempo sulla realtà presa in esame. Dall’analisi è emersa l’attesa di un accrescimento dell’identità storico territoriale ed ambientale, di un volontà della riaffermazione dell’identità storica e culturale del territorio sia attraverso interventi di valorizzazione della struttura fisico ambientale e del tessuto antropico, sia mediante l’individuazione di forme di fruizione sostenibile. Il territorio comunale di Chiomonte, come ogni realtà locale alpina, presenta specifici elementi di identità. Un intervento di rivitalizzazione e di sviluppo del territorio di Chiomonte deve essere avviata da una corretta valorizzazione dell’ambiente, assumendo come premessa indispensabile la rivalutazione della cultura e delle tradizioni delle comunità locali Un processo di sviluppo dovrà inoltre rivolgere particolare attenzione alle alterazioni indotte dai cambiamenti in epoca recente nella percezione del paesaggio e dei valori ad esso connesso.

Per costruire regole condivise

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Atlante iconografico del territorio

182 L’attività condotta sul territorio di Chiomonte per la costruzione di un Atlante iconografico si è concentrata principalmente nel reperimento della cartografia storica del territorio e delle immagini fotografiche storiche per la realizzazione di una osservazione retrospettiva storica. Le mappe e le viste prospettiche che si sono potute reperire, e di seguito riprodotte, consentono una prima ricostruzione e una lettura comparata dei principali elementi costitutivi del paesaggio e dell’insediato: l’assetto geomorfologico e idrografico della porzione di valle, il sistema insediativo e infrastrutturale, le eccellenze architettoniche e naturalistiche. Una lettura che si è rivelata di grande utilità per la lettura e la descrizione dell’attuale palinsesto del territorio, ad esempio per la ricostruzione delle matrici insediative del costruito o la messa in evidenza della rete degli attraversamenti storici. Le immagini fotografiche storiche del centro abitato e di alcune vedute di paesaggio che sono state raccolte - cartoline o immagini presenti in alcune pubblicazioni – hanno permesso di avviare una serie comparativa storica effettuando allo stato attuale le stesse riprese fotografiche secondo la metodologia dell’osservazione retrospettiva. Sono state riprese le stesse inquadrature, dallo stesso punto di vista delle immagini del passato che messe a confronto, evidenziano immediatamente le modificazioni intercorse, sia quelle alla scala del grande paesaggio che dei singoli elementi costruiti o degli spazi aperti. L’Atlante fotografico potrebbe implementarsi con la realizzazione di una “osservazione prospettiva”, ovvero secondo una metodologia che ripeta regolarmente nel tempo, in modo permanente, il monitoraggio fotografico di una serie di viste scelte all’interno di un itinerario esemplificativo dei temi emergenti e di criticità delle modificazioni recenti. La restituzione dei quadro geomorfologico e naturalistico e del palinsesto del paesaggio effettuata nei capitoli precedenti può essere considerata la base per il riconoscimento dell’oggetto dell’osservazione in questa prospettiva.

Carta del Piemonte con vedute simboliche delle Valli di Susa e del Sangone, circa 1550 [incisione in rame di Francesco Valegio si disegno di Fabrizio Secchi] in Ada Peyrot, Le Valli di Susa e del Sangone, volume I, Tipografia Torinese Editrice, Torino, 1986, pag. 10

Atlante icongrafico del territorio Veduta della Valle di Susa, fine secolo XVI [disegno a penna e acquerello, anonimo] in Ada Peyrot, Le Valli di Susa e del Sangone, volume I, Tipografia Torinese Editrice, Torino, 1986, pag. 33

Carta del Piemonte con vedute simboliche delle Valli di Susa e del Sangone, circa 1550 [incisione in rame di Francesco Valegio si disegno di Fabrizio Secchi] in Ada Peyrot, Le Valli di Susa e del Sangone, volume I, Tipografia Torinese Editrice, Torino, 1986, pag. 10 La carta è una delle prime rappresentazioni tridimensionali del territorio piemontese che mette in evidenza la struttura geomorfologica del territorio associata a indicazioni simboliche e toponomastiche. La carta presenta il lato superiore orientato verso occidente, fatto che permette di mettere in evidenza i percorsi vallivi est-ovest delle Alpi Marittime Cozie e Graie. Da sottolineare inoltre la struttura policentrica e diffusa del sistema insediativo regionale.

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Atlante icongrafico del territorio Veduta della Valle di Susa, 1608 [disegno a penna e acquerello, non firmato, di Jean de Beins] in Ada Peyrot, Le Valli di Susa e del Sangone, volume I, Tipografia Torinese Editrice, Torino, 1986, pag. 38

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Carta della Valle di Susa, metà XVIII secolo

Atlante icongrafico del territorio

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Vedute della ferrovia del Fréjus, 1871-1872 [litografia a colori, anonima] in Ada Peyrot, Le Valli di Susa e del Sangone, volume II, Tipografia Torinese Editrice, Torino, 1986, pag. 432-433 È interessante notare, in questa veduta, come l’avvento della ferrovia e della relativa stazione abbiano comportato una deviazione del tracciato stradale a monte del nucleo insediativo di Chiomonte, dando l’avvio a un fenomeno insediativo di espansione lineare dell’abitato che è proseguito fino alla metà del secolo scorso.

Vedute della ferrovia del Fréjus, 1871-1872 [ litografia a colori, anonima ] in Ada Peyrot, Le Valli di Susa e del Sangone, volume II, Tipografia Torinese Editrice, Torino, 1986, pag. 432-433

Atlante icongrafico del territorio

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Veduta dell’abitato di Chiomonte dal versante all’inverso. Il confronto mette in evidenza l’estensione dell’abitato lungo la strada di circonvallazione del centro storico che ha determinato l’erosione degli spazi agricoli a corona dell’abitato. Il nuovo costruito presenta caratteri insediativi e architettonici eterogenei e discontinui. Sul versante all’indritto si osserva la progressiva riconquista della vegetazione spontanea sui terrazzamenti agricoli abbandonati e sul conoide.

Atlante icongrafico del territorio

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Veduta della borgata di Sant’Antonio della Ramat All’incremento del costruito si accompagna una alterazione dei caratteri architettonici locali visibile soprattutto nei materiali di copertura e murari. È evidente inoltre la riduzione delle colture e l’introduzione di elementi estranei quali i tralicci per l’energia elettrica.

Atlante icongrafico del territorio

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Veduta del Pian del Frais La trasformazione in comprensorio sciistico del sito ha prodotto una profonda alterazione del paesaggio tramite la parziale modificazione dell’orografia , l’introduzione degli impianti di risalita e la costruzione di edifici per la residenza secondaria.

Atlante icongrafico del territorio

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Pian del Frais Il confronto restituisce con chiarezza l’indifferenza ai principi insediativi tradizionali e il rapporto fuori scala dell’edificato recente rispetto alle preesistenze, oltreché l’assenza di un progetto dello spazio aperto.

Atlante icongrafico del territorio

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Centro storico di Chiomonte Si nota come la pavimentazione contemporanea abbia introdotto una differenziazione tra lo spazio di circolazione, la strada, e quello della sosta, intorno alla fontana; mentre nel passato erano le “ruere” a operare questa distinzione. Per quanto riguarda il costruito la maggiore differenza dal passato è dovuta dall’introduzione e ampliamento dei balconi su alcuni edifici.

Atlante icongrafico del territorio

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Scorcio dell’accesso al Palazzo del Vescovado L’insieme di interventi considerati “minori” - la riduzione in altezza del muro di confine, l’eliminazione del portone d’ingresso, la pavimentazione in autobloccanti cementizi, la segnaletica stradale, l’estensione di elementi pertinenziali degli edifici (balconi, ringhiere, ecc) verso strada - conferiscono all’immagine contemporanea dell’ambiente un carattere meno unitario, confuso rispetto al passato.

Atlente iconografico del territorio

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L’ingresso verso valle al centro storico di Chiomonte L’elemento più significativo del raffronto è dato dalla prevalenza, nell’immagine recente, del percorso stradale della circonvallazione rispetto all’asse urbano, come emerge dall’osservazione del trattamento del suolo e dei manufatti di arredo urbano. La principale alterazione del costruito è data da strutture accessorie esterne e dalle insegne pubblicitarie. È da notare l’introduzione dell’illuminazione pubblica su palo in “stile” in sostituzione di quella a parete presente nella fotografia storica.

Atlante icongrafico del territorio

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Lo spazio esterno della Chiesa di Santa Caterina La parziale eliminazione del basamento del sagrato della chiesa, la riduzione in altezza del muro di confine, la mineralizzazione del suolo e l’apertura del passaggio pedonale hanno completamento modificato l’immagine dell’ambiente urbano nonostante il mantenimento inalterato dell’architetture.

Orientamenti e azioni

5. Orientamenti e azioni La lettura del palinsesto territoriale, affrontata nella prima parte del manuale, costituisce la premessa per la costruzione di un apparato di orientamenti strategici e di possibili azioni progettuali volti alla valorizzazione del territorio di Chiomonte. Gli elementi e i dati informativi utili per l’elaborazione della seconda parte del manuale vengono di seguito puntualizzati secondo il metodo dell’analisi SWOT, al fine di mettere in evidenza, attraverso uno sguardo sintetico, le potenzialità e le criticità legate alle diverse componenti del sistema territoriale in esame. Il Manuale diviene così uno strumento utile alla creazione di un substrato diffuso di conoscenza e di una nuova immagine condivisa, in grado di ricucire il rapporto tra gli abitanti e il loro ambiente e di attivare processi di valorizzazione del territorio. L’obiettivo è quello di avviare un processo conoscitivo da parte degli attori coinvolti, nel quale lettura e progetto interagiscano continuamente, andando a definire un modus operandi che sappia fornire risposte adeguate a domande di trasformazione sempre diverse. La scelta, che sottende alla costruzione dell’intero Manuale, è quella di non fornire indicazioni progettuali precise, definite una volta per tutte, ma di suggerire un possibile approccio metodologico: gli orientamenti strategici, quindi, sono volti alla messa in evidenza di alcune delle componenti fisiche del territorio sulle quali fare leva per una riqualificazione e valorizzazione del territorio chiomontino, mentre le azioni progettuali suggeriscono indicazioni di buona pratica con le quali affrontare il progetto.

5. 1 . Ana l is i SWO T 194

Orientamenti e azioni

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5.2. Orientamenti strategici di valorizzazione del territorio

Orientamenti strategici di valorizzazione del territorio

TEMI _ Eventi culturali e sportivi _ Percorsi tematici _ Comunicazione _ Segnaletica e attrezzature

Uno dei passaggi necessari per la messa in valore di un ambito culturale e geografico è la capacità di raccontare il territorio attraverso la riscoperta della cultura e della storia di una comunità locale, dei sistemi di vita dei suoi abitanti e il riconoscimento degli elementi identitari collettivi. Creare le condizioni per far raccontare il territorio a chi lo abita serve a interpretarne la complessità e la contemporaneità, oltre ad essere strumento che permette agli abitanti di ampliare la conoscenza delle caratteristiche e delle peculiarità di un paesaggio, fisico e culturale, che viene spesso vissuto solamente come il luogo in cui abitare o lavorare. Il paesaggio e la cultura materiale costituiscono la linfa per costruire la memoria e l’identità di una comunità, e per fondare lo sviluppo del territorio. Una narrazione come invito all’”ascolto” della propria personale percezione, o di un comune sentire, dello spazio di vita riferito all’uomo e alle sue culture, e alla formulazione di un’idea, di un’opinione, che da tale percezione derivi procedendo alla sua rappresentazione. Mettere in scena, divulgare, promuovere la memoria collettiva di una comunità locale diviene in questo modo elemento di valorizzazione di un territorio, delle sue attività, del suo patrimonio costruito e paesaggistico, soprattutto nell’ambito di strategie che mirano ad uno sviluppo turistico di qualità, diventando così parte integrante ed elemento di alto valore simbolico di una strategia più ampia, indirizzata ad attrarre nuove opportunità di sviluppo.

5.2.1. Raccontare il territorio

__le attività

_l’abitare

_il paesaggio

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Orientamenti strategici di valorizzazione del territorio

TEMI _ Le strade e le piazze _ I portici e le logge _ Gli spazi verdi _ I materiali e gli arredi _ L’illuminazione

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Per orientare la qualità degli interventi di valorizzazione degli spazi aperti storici dell’abitato di Chiomonte occorre agire secondo due obiettivi congiunti: da un lato predisporre un progetto complessivo per gli spazi aperti, che potrebbe estendersi anche a quelli recenti e fuori dal centro storico, che individui le linee guide, i caratteri degli interventi nello spazio e nel tempo; dall’altro occorre individuare soluzioni di dettaglio architettonico e di scelta dei materiali che permettano di adeguare il progetto alle peculiarità del contesto senza rinunciare a una propria logica coerente di intervento. La scelta di elementi di arredo, di illuminazione e di materiali a catalogo senza un progetto guida unitario e senza lo studio di soluzioni peculiari al contesto conducono facilmente a un’immagine discontinua e incoerente degli spazi esterni; analogamente i criteri di scelta non devono limitarsi alla qualità estetica dei singoli elementi ma ad una coerenza d’insieme del progetto, specie quando l’intervenire negli spazi storici conduce a selezionare materiali e prodotti industriali con un design “in stile” o “storico”, spesso mutuato da altri contesti geografici o da una tradizione inventata. È preferibile, in mancanza di riferimenti e elementi tradizionali locali conosciuti, procedere con un progetto che sappia leggere i caratteri peculiari del luogo e proponga una reinterpretazione degli spazi aperti con un disegno organico e con l’utilizzo di materiali e arredi che sappiano mettere insieme con coerenza tradizione e contemporaneità.

5.2.2 Intervenire negli spazi aperti storici

Orientamenti strategici di valorizzazione del territorio

TEMI _ Le colture di qualità _ La cura di reti irrigue _ Manutenzione sentieri e mulettiere _ Manutenzione, terrazzamenti e limiti interpoderali

Gli spazi rurali, concepiti come manifestazione culturale ed organizzativa antropica e come conseguente manifestazione percettiva dei diversi agro-ecosistemi, sono la sintesi visualizzabile di aspetti culturali e naturali. Come tale sono l’espressione sedimentata e fortemente connotata del connubio tra insediamenti, naturalità ed utilizzo del territorio, in altri termini del paesaggio, realizzato da una comunità in un dato contesto territoriale. L’interpretazione da parte delle comunità locali di fattori come la capacità d’uso dei suoli, la presenza di risorse idriche, ha portato nel corso dei secoli alla costruzione e alla definizione di uno spazio rurale, di grande valore e varietà, che struttura e caratterizza l’immagine del territorio e continua a essere fondamentale per le ricadute sul sistema locale. La messa in campo di progettualità in grado di mediare la trasformazione dei modi di produzione nel settore primario con il mantenimento e la valorizzazione del paesaggio costruito storicamente dalle attività agrosilvopastorali risulta essere centrale, e può svilupparsi attraverso i seguenti orientamenti: • promuovere e incrementare le produzioni agricole tradizionali di qualità - viticoltura, frutticoltura, marroni, ecc. -, favorendo in questo modo la conservazione e il recupero degli specifici paesaggi costruiti; • valorizzare e sostenere nei territori agricoli di maggiore pregio il mantenimento e il recupero degli elementi fisici caratterizzanti il paesaggio: bealere e opere di canalizzazione, siepi e filari alberati con funzione di corridoi ecologici, terrazzamenti e muri di recinzione in pietra, sentieri, mulattiere, percorsi interpoderali, ecc.; • favorire la naturalizzazione e la riforestazione degli spazi agricoli marginali e in stato di abbandono; • promuovere interventi e politiche di marketing, quali percorsi e aree didattiche, per la promozione del “prodotto paesaggio”.

5.2.3 Sistemare lo spazio rurale

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Orientamenti strategici di valorizzazione del territorio

TEMI _ I percorsi pedonali e ciclabili _ I parcheggi e le aree di sosta _ Le aree verdi e alberate

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Gli spazi di pertinenza della circonvallazione di Chiomonte possono essere recuperati sia da un punto di vista funzionale che architettonico: le porzioni di suolo inedificato adiacenti alla strada possono essere utilizzati per realizzare piccoli parcheggi, aree verdi e un percorso pedonale continuo su cui si attestino i percorsi storici di accesso all’asse principale del centro storico. Analogamente agli interventi sugli spazi aperti del centro storico è necessario un progetto unitario degli interventi con una caratterizzazione architettonica generale coerente; l’attuazione può invece avvenire per fasi nel corso del tempo, anche utilizzando le occasioni date dagli interventi di manutenzione ordinaria dell’infrastruttura. In questo caso il progetto degli spazi aperti, e con esso i materiali, gli elementi di arredo e le soluzioni architettoniche, sono meno vincolati dal carattere architettonico del contesto urbano e, a maggior ragione, possono proporre un disegno nuovo capace di qualificare, caratterizzare l‘ambito urbano a corona del centro storico riducendo la discontinuità del costruito e la frammentarietà dello spazio aperto. Il disegno di nuove trame del suolo e dei percorsi, la proposta di usi diversi dello spazio pubblico, l’utilizzo e la commistione dei materiali naturali (alberi, terra, pietra, legno ecc.) e artificiali (cementi, asfalti, strutture in acciaio, ecc.) possono fondersi in un progetto di reinvenzione dello spazio attorno alle infrastrutture immaginato come un nuovo luogo di centralità urbana.

5.2.4 Ri-qualificare lo spazio di pertinenza delle infrastrutture

Orientamenti strategici di valorizzazione del territorio

TEMI _ Gli usi degli spazi aperti _ I limiti fisici degli spazi aperti _ Il disegno del suolo _ L’ortografia del terreno

Nella prospettiva di una valorizzazione complessiva del territorio è importante prendersi cura anche degli spazi di relazione e delle interazioni visive e fisiche che si generano tra i manufatti costruiti e gli spazi aperti. Specie in un contesto come quello alpino, caratterizzato da una conformazione orografica che favorisce una percezione più articolata del paesaggio – viste dall’alto e dal basso, evidenza del rapporto tra manufatti e suolo -, occorre tenere sotto controllo negli interventi di trasformazione la qualità di molti elementi di limite, di soglia, di relazione tra il suolo e gli edifici. Alcune attenzioni di carattere generale possono essere utili allo scopo: • rispettare il rilievo altimetrico del terreno e considerare l’importanza dell’attacco a terra degli edifici; • individuare gli usi, definire un progetto d’insieme e le tipologie di pavimentazioni più adatte allo spazio circostante agli edifici; • valutare e progettare con cura gli elementi architettonici considerati di minore importanza quali i muri di sostegno controterra, gli elementi di separazione tra le proprietà – muri, muretti, recinzioni, ecc. -; • definire un disegno coerente del suolo rispettando le geometrie del costruito e le tracce del contesto circostante. Bisogna inoltre permettere la fruizione dello spazio aperto come luogo pubblico privilegiando il mantenimento della rete dei percorsi pedonali, evitando la segregazione degli spazi inedificati e favorendo una molteplicità di utilizzi del suolo libero. A Chiomonte sono molte le suggestioni che possono nascere dall’osservazione della realtà: i giardini e gli orti ritagliati dentro e al limite dell’insediato storico; la rete dei percorsi pedonali che mettono in relazione il centro storico con il territorio circostante.

5.2.5. Mettere in relazione costruito e spazio aperto

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Orientamenti strategici di valorizzazione del territorio

TEMI _ I percorsi naturalistici _ il patrimonio culturale _ Le produzioni agriocole _ L’attività sportiva

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La crisi del modello socio-economico rurale verificatasi degli ultimi decenni si è tradotta, per Chiomonte, in un progressivo spegnimento della vitalità sociale. Intervenire su queste criticità, significa operare, verso obiettivi di sviluppo sostenibile, per una valorizzazione in chiave turistica del paesaggio, della tradizione rurale e dell’identità storica con progetti innovativi e attraverso l’avvio di attività localmente compatibili. Il paesaggio di Chiomonte, specie se considerato come porta di un’area ambientale più estesa - quella dell’Alta Valle di Susa - costituisce una risorsa strategica per lo sviluppo di un’offerta turistica che trova riscontro nelle richieste del mercato attuale. L’obiettivo verso cui tendere è quello di coniugare forme di turismo nature-oriented, eno-gastronomico e culturale, con il turismo scolastico, contribuendo nel contempo a rafforzare la visibilità del “prodotto turistico Chiomonte” nel suo complesso. Un momento chiave in tale senso saranno le Olimpiadi invernali del 2006, nell’ambito delle quali è prevista la realizzazione del nuovo impianto di risalita al comprensorio sciistico di Pian del Frais. Sul fronte del turismo nature-oriented, Chiomonte, con la moltitudine di sentieri e percorsi in parte già recuperati e segnalati - è il caso del sentiero balcone che attraversa tutta l’alta valle - può divenire un “punto tappa” all’interno di una rete turistica tematica dell’Alta Valle di Susa dedicata alla valorizzazione dei prodotti agroalimentari tradizionali locali, integrati nella loro cornice paesaggistica, storica ed artistica. La strategia vincente per la valorizzazione turistica di Chiomonte risiede nella promozione, attraverso interventi e politiche di marketing, di un’offerta integrata di risorse (paesaggio, valori ambientali, patrimonio artistico ed etnografico, produzioni tipiche e dall’enogastronomia) da coniugare a un’azione educativa di conoscenza-valorizzazione degli elementi identitari del territorio.

5.2.6 Valorizzazione risorse turistiche

5.3. Azioni progettuali

Azioni progettuali

Il paesaggio terrazzato di Chiomonte definisce la morfologia dei versanti, in particolare quello di Ramat più favorevole alla coltivazione della vite, rimodellati in successioni di fasce coltivate. La realizzazione dei terrazzamenti, specie quando associata alla pratica della viticoltura, ha comportato un’artificializzazione dei tracciati e delle modalità di scorrimento del reticolo idrico superficiale sulla base degli afflussi dell’assetto naturale preesistente. I sistemi terrazzati necessitano quindi di un’azione continua di manutenzione che riguarda principalmente, oltre alle colture, la rete dei canali di raccolta e di smaltimento delle acque superficiali e le strutture murarie a secco di contenimento del terreno. A queste pratiche oculate per il mantenimento del tradizionale paesaggio di versante, si aggiunge oggi la necessità di realizzare delle recinzioni a protezione delle colture dagli ungulati; fatto che si pone come un difficile tema progettuale per l’impatto visivo che ne consegue. Mentre sono irrilevanti i casi di abbandono di macchie di vigneto sul versante “Indritto”, anche nel caso di appezzamenti arroccati su pendio ripido e roccioso, sulla prima fascia del versante “Inverso” si registra l’abbandono delle pratiche agricole, in particolare nelle aree di coltivazione storica, con profondi cambiamenti del paesaggio dovuti alla “rinaturalizzazione” dei terrazzamenti. Occorre, in questo caso, incentivare azioni di ripresa delle pratiche agricole per evitare la cancellazione degli spazi terrazzati con il progressivo avanzamento disordinato del bosco. L’immagine di questo paesaggio terrazzato, ormai storicizzato, può rappresentare oggi, nel riconoscimento, nella condivisione e nella cura di tale patrimonio da parte degli abitanti, una premessa per uno sviluppo sostenibile del paesaggio e per la promozione turistica del territorio. 204

5.3.A1. Valorizzare la risorsa agricola e gli spazi aperti Manutenzione terrazzamenti e vigneti

Azioni progettuali

La fitta rete di sentieri e strade che attraversano i terrazzamenti a vigneto del versante di Ramat costituiscono la matrice storica e culturale dell’organizzazione del paesaggio rurale e uno dei maggiori elementi dell’identità territoriale di Chiomonte. I percorsi storici, testimonianze di modi di vita quasi scomparsi, di strutture economiche che sono state cancellate in pochi decenni, restituiscono luoghi e paesaggi altrimenti inaccessibili: un ideale itinerario di viaggio nel tempo e nello spazio. La valorizzazione dei sentieri e delle strade, attraverso interventi di ripristino e manutenzione dei sedimi e delle opere d’arte, rappresentano un importante capitolo nell’azione di tutela e valorizzazione di questo patrimonio che non è solo ambientale, ma anche sociale, culturale ed economico. Le potenzialità offerte dal sistema della viabilità storica nella percezione e fruizione del paesaggio concorrono alla crescita di una nuova cultura del paesaggio, riconosciuta e promossa dalla L. 268/1999, che si propone come obiettivo la valorizzazione dei territori a vocazione vinicola riconoscendo quale strumento a ciò preposto la realizzazione delle “Strade del Vino”. Le strade sono definite come «percorsi segnalati e pubblicizzati con appositi cartelli, lungo i quali insistono valori naturali, culturali e ambientali, vigneti e cantine di aziende agricole singole o associate aperte al pubblico». Nella valorizzazione dei sentieri e delle strade viene individuato lo strumento «attraverso il quale i territori viticoli e le relative produzioni possono essere divulgati, commercializzati e fruiti in forma di offerta turistica». La valorizzazione delle strade e dei sentieri diviene quindi il mezzo più idoneo per avvicinare il mondo agricolo, in particolare viti-viticolo, al mondo del turismo interpretando il sentiero come il mezzo che porta il turista dentro a un “racconto del territorio”.

5.3.A2 Valorizzare la risorsa agricola e gli spazi aperti Valorizzazione dei sentieri e delle strade

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Azioni progettuali

Tra le azioni progettuali più mirate si possono contare quelle finalizzate a favorire il mantenimento e la valorizzazione delle strutture agricole esistenti quali, ad esempio, gli edifici rurali e i muri controterra in pietra a secco sui versanti, specie quello della borgata Ramat, gli orti coltivati nei terreni in prossimità del centro storico e le caratteristiche cantine ipogee costruite in pietra dove venivano trapiantati gli ortaggi per l’approvvigionamento invernale. La valenza di una strategia di interventi di valorizzazione delle strutture agricole è duplice: da un lato la salvaguardia e il recupero dei caratteri fisici peculiari del paesaggio agricolo alpino, dall’altro la valorizzazione in chiave di risorsa turistica del patrimonio agricolo di cui, in altri contesti, si sono apprezzate le potenzialità. Per quanto riguarda la valorizzazione dei manufatti esistenti - edifici rurali, strutture per il ricovero dell’attrezzature, opere di sostegno del terreno, ecc. - è ovviamente apprezzabile intervenire nel rispetto delle tecniche e dei materiali della tradizione o attentamente reinterpretati; qualora si intervenga nel ripristino di manufatti particolarmente degradati o si proceda ad ampliamenti o sostituzioni edilizie si possono utilizzare materiali e soluzioni architettoniche contemporanee che devono però essere valutate progettualmente con attenzione. In quest’ultimo caso più che la costruzione secondo uno presunto “stile alpino” è necessario osservare attentamente e riferirsi alle modalità insediative del costruito esistente (disposizione rispetto al rilievo, modi di aggregazione degli edifici, ecc.), alle forme volumetriche semplici utilizzate nelle strutture locali, a un uso coerente dei materiali della tradizione con le attuali tecniche di produzione e i nuovi materiali. 206

5.3.A.3 Valorizzare la risorsa e gli spazi agricoli Valorizzazione delle strutture agricole

Azioni progettuali La valorizzazione delle attività artigianali, commerciali e agricole, quella viti-vinicola in particolare, può comportare la necessità di realizzare nuove strutture edilizie che inevitabilmente devono confrontarsi con la modificazione dell’ambiente circostante, anche quello più antropizzato. Un approccio corretto deve muovere dal superamento del concetto di inserimento ambientale inteso come un’azione di mitigazione degli impatti visivi indesiderati dell’opera edilizia da mettere in atto dopo l’edificazione. Deve essere invece un’azione progettuale articolata che muove dall’osservazione del contesto, dalle componenti peculiari del sito e del luogo e che le interpreta in nuove ragioni e soluzioni insediative, architettoniche e di dettaglio. I principali criteri di lettura e reintepretazione progettuale del luogo possono essere: • la disposizione dei volumi costruiti in rapporto con l’orografia del terreno, l’esposizione solare, gli elementi naturali (il vento, la vegetazione, le linee d’acqua); • il rapporto del costruito con la strada, gli spazi esterni di pertinenza e di prossimità; • la forma dei volumi e delle coperture degli edifici esistenti; • i manufatti che caratterizzano il contesto, sia quelli di eccellenza sia quelli ordinari, ; • la trama del parcellare fondiario e i suoi limiti fisici; • i materiali e le tecniche edilizie utilizzate dall’architettura tradizionale e le possibili reintepretazioni contemporanee; • la vegetazione del luogo e la scelta delle specie arboree e arbustive da utilizzare negli interventi. L’insieme di queste attenzioni progettuali sono comunque valide per risolvere l’inserimento ambientale di manufatti di recente edificazione poco attenti al contesto, specie nel caso di interventi che agiscano sulla qualità dello spazio aperto e non solo sull’oggetto architettonico.

5.3.A4 Valorizzare la risorsa agricola e gli spazi aperti Inserimento ambientale delle nuove strutture edilizie

207

Azioni progettuali

Il comune di Chiomonte ha realizzato, negli ultimi anni, numerosi interventi di sistemazione delle pavimentazioni e dell’illuminazione pubblica del principale asse urbano nell’obiettivo di una valorizzazione degli spazi aperti del centro storico. Il limite più evidente che scontano questi interventi è la discontinuità delle soluzioni adottate: materiali di pavimentazione diversificati, disegno del suolo frammentato, mancanza di un’immagine unitaria. La prima raccomandazione è quindi la necessità di disporre di un progetto di riorganizzazione degli spazi aperti, con un’attenzione alla coerenza con gli altri interventi sullo spazio pubblico, che definisca il carattere generale dell’ambiente con un disegno del suolo dalla geometria semplice e costituito da aree omogenee di materiali. Un buon disegno può muovere da un’attenzione ai partiti architettonici degli edifici esistenti e dalla presenza di altri manufatti architettonici (fontane, scalinate, porticati). Per quanto riguarda i materiali di pavimentazione, questi vanno scelti con attenzione sia per ottenere una coerenza per l’insieme degli spazi aperti, sia per evitare inconvenienti dovuti alla inadeguatezza di un materiale alle condizioni di utilizzo e climatiche. Va ricordato che ad ogni materiale di pavimentazione, sia quelli tradizionali (pietra a spacco, acciottolati, laterizi, cubetti di porfido) che quelli “contemporanei” (autoblocccanti, cls disattivati, terre stabilizzate), corrispondono dei criteri di posa e di disegno appropriati; deve essere quindi posta molta attenzione all’accostamento di materiali diversi e alla riproposizione, con elementi “contemporanei”, di disegni propri a pavimentazioni del passato. Analogamente, per gli apparecchi illuminanti e gli elementi di arredo degli spazi pubblici è preferibile l’utilizzo di oggetti dal disegno semplice, poco invasivo rispetto al carattere del manufatti architettonici del centro storico; evitando in particolare l’adozione di componenti cosiddetti “in stile “ o “rustici” che sono sovente avulsi, se non estranei, alla tradizione locale. 208

5.3.B1 Valorizzare il patrimonio storico Riorganizzare gli spazi aperti del centro storico

Azioni progettuali Gli interventi di manutenzione e recupero edilizio messi in atto con criteri di attenzione ai caratteri originari dei manufatti si è progressivamente esteso dai manufatti d’eccellenza all’intero patrimonio edilizio storico, inteso quale nucleo originario di un insediamento, fino ai manufatti considerati minori, quali quelli rurali. Questo fenomeno ha portato le pubbliche amministrazioni all’esigenza di disporre di strumenti - regolamenti, manuali, guide, ecc. - di supporto e orientamento degli interventi con diverse modalità e gradi di cogenza. Nel caso di Chiomonte l’amministrazione si è da tempo dotata di uno strumento di orientamento, complementare al Regolamento Edilizio, denominato Linee Guida per il Centro Storico. Le indicazioni contenute nel documento hanno permesso di migliorare la qualità degli interventi recenti di rinnovamento edilizio nel centro storico; tuttavia nella prospettiva di una maggiore efficacia e di un ottimizzazione dello strumento si possono indicare alcuni criteri da tenere in conto per il futuro: • estendere le attenzioni e le misure di intervento adottate per il centro storico, con le opportune differenziazioni, all’insieme del patrimonio edilizio in ragione di una logica di valorizzazione e salvaguardia del paesaggio nella sua complessità; • porre attenzione non solo ai caratteri architettonici e “estetici” degli edifici ma anche ai principi insediativi, ai caratteri distributivi interni degli edifici, agli spazi esterni di pertinenza che sono parte integrante del valore storico del manufatto; • rispettare le forme dei volumi edilizi esistenti negli interventi di ampliamento, così come le forme tradizionali delle falde di copertura, oltre alle tecniche costruttive e ai materiali, nei casi di rifacimenti e di sopraelevazioni; • consentire l’utilizzo misurato e ponderato di soluzioni progettuali architettoniche contemporanee che sappiano reintepretare l’architettura della tradizione così come l’utilizzo di materiali e tecniche innovative; anche per evitare il radicarsi di immagini tradizionali (elementi decorativi “in stile”, lavorazioni “rusticheggianti” dei materiali) avulse al luogo o mutuate acriticamente da altri contesti alpini. • estendere le azioni di orientamento oltre i confini del centro storico e agli elementi non architettonici del paesaggio: quali la vegetazione, le opere edilizie minori (muri, rustici, percorsi, ecc), le modificazioni idro-orografiche, le sistemazioni del suolo.

5.3.B2 Valorizzare il patrimonio storico Manutenzione e recupero degli edifici storici

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Azioni progettuali

Il modello di sviluppo sostenibile locale di Chiomonte è strutturato sul valore dei beni culturali e naturali: in questa direzione la promozione del centro storico come polarità in grado di attrarre visitatori, per offrire servizi e ospitalità qualificata, attraverso la manutenzione dei manufatti di eccellenza è uno degli obiettivi da perseguire. I segni dell’uso di questo patrimonio trasmettono il senso dei luoghi, orientano verso significati contemporanei il tessuto edilizio e architettonico, i messaggi culturali che si traducono in riferimenti di qualità condivisa, e ne impostano la valorizzazione con la protezione del patrimonio collettivo. Il patrimonio architettonico del centro storico – Palazzo Levis, Casa Ronsil, le sette fontane, Palazzo del Vescovado, le chiese di Santa Caterina e dell’Assunta - e delle borgate – la Chiesa di San’Andrea - , in quanto risorsa per la promozione delle potenzialità locali a beneficio del territorio, riveste un ruolo centrale nelle strategie di sviluppo, in quanto la sua conservazione si configura come fondamento di identità culturale e risorsa collettiva, opportunità di visibilità e promozione turistica. Gli interventi di manutenzione sui manufatti di eccellenza devono innanzitutto essere condotti, anche per il loro carattere di esemplarità, secondo criteri d’intervento che non alterino il carattere architettonico stratificatosi nel tempo – rispetto della complessità storica delle strutture, utilizzo di tecniche e materiali tradizionali, ecc. – ma anche sapere reintepretare i manufatti esistenti in relazioni a nuovi e diversificati utilizzi. Questo aspetto mette in rilievo l’importanza delle relazioni che intercorrono tra il processo decisionale, progettuale e realizzativo. Occorre, come linea di azione, evitare che la qualità degli interventi venga attribuita esclusivamente agli aspetti tecnici, edilizi degli interventi ignorando che questa dipende invece dalla coerenza e circolarità dell’intero processo d’intervento. 210

5.3.B3 Valorizzare il patrimonio storico Manutenzione dei manufatti d’eccellenza

Azioni progettuali Percorrere, scoprire il patrimonio di un luogo nelle sue diverse caratterizzazioni ambientali, produttive, culturali, storiche e religiose significa creare un circuito nell’ambito del quale il centro storico, le borgate, il paesaggio e l’ambiente sono collegati senza privilegiare ne il «contenitore» ne il «contenuto», bensì il territorio nella sua interezza. Gli itinerari, i percorsi tematici devono costituirsi come un vero e proprio “sistema museale territoriale”, di cui la rete infrastrutturale, anche quella minore, rappresenta il tramite fisico e di senso in grado di collegare i diversi valori del contesto. I criteri che devono orientare la realizzazione di percorsi tematici sono i seguenti: • valorizzazione e rafforzamento dei legami esistenti a tutti i livelli tra itinerario e territorio (visivi, di accessibilità, culturali, ecc.) considerati compartecipi della stessa configurazione paesaggistica e ambientale; • integrazione paesaggistica degli itinerari, considerati non solo come infrastrutture tecniche, ma anche componenti strutturali e strutturanti del paesaggio; • creazione e organizzazione delle aree di accoglienza e di servizio; • creazione di una segnaletica turistica e di “interpretazione” che illustri i principali aspetti di caratterizzazione del paesaggio e del territorio; • integrazione tra itinerario e attività produttive con l’attivazione di specifici progetti di “accoglienza” e di qualificazione dell’ offerta; • concezione dell’itinerario come “prodotto” da promuovere con un adeguato sistema di divulgazione mediatica.

5.3.B4 Valorizzare il patrimonio storico Realizzazione dei percorsi tematici

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Bibliografia

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Finito di stampare nel mese di giugno 2005 per i tipi de L’Artistica Savigliano